Il vero granata è un eroe, impavido e sincero
In quel 1967 – 68 , anno ancora una volta tragico ed incredibile della storia granata, si posero le basi per la costruzione di una grande squadra.
Pulici c’era gia, ma dietro le quinte, due anni dopo arrivo’ Claudio Sala, l’anno successivo il Giaguaro e proprio all’esordio dell’anno 71 – 72 Orfeo Pianelli tenne un famoso discorso da vero granata, nel quale disse alla squadra «Pretendo che mangiate l'erba, che usciate dal campo a testa alta, con le maglie intrise di sudore. Non voglio sentire nessuno lamentarsi, non voglio discussioni contro questo o quello. Entrate in campo e fate il vostro dovere fino in fondo. E niente vittimismo se qualche volta le cose potranno andare storte».
Alla guida del Toro c’era il Colbacco ed intorno alla ventiseiesima giornata, dopo una rimonta strepitosa, eravamo primi. Poi la stanchezza ed i soliti “addomesticamenti” ci costrinsero alla seconda piazza con un solo punto di distacco, manco a dirlo, dalla gobba e a pari merito con il Milan.
Nei tre anni successivi la squadra si rinforzò ancora, in particolare con l’arrivo dall’Arezzo di una giovane e sconosciuta promessa del calcio, tal Ciccio Graziani, e dall’affermarsi di un altro giovane talento, Renato Zaccarelli. Questi ragazzi crebbero a fianco di uomini come Ferrini, Agroppi, Cereser, Lombardo, Puja, Poletti, Fossati…….non so se mi spiego.
Cambiammo anche due allenatori, prima Giagnoni e poi Fabbri.
Non ricordo di aver perso mai una partita. Fu così che nel 75 – 76 arrivò lo scudetto.
Uno scudetto a sua volta accompagnato da un incredibile evento tragico, come sempre in sintonia con l’epopea della storia granata. Giorgio Ferrini, il capitano degli anni 60 - 70 e della squadra della farfalla granata, era l’allenatore in seconda di Gigi Radice. Il cuore Toro in panchina, il capitano combattente che affiancava un allenatore di per se gia “hard”, tipicamente granata, garantendo una spinta taurina spaventosa alla guida di quella compagine, un esempio irripetibile per i fantastici undici ragazzi che avrebbero regalato ai tifosi una rimonta incredibile sulla gobba per vincere quello scudetto.
Nella più classica tradizione tragica ed eroica granata, Giorgio Ferrini fu chiamato a fianco di Valentino Mazzola e di Gigi Meroni a godere di quella rimonta. Un aneurisma cerebrale gli impedì di stare seduto sulla panchina e di festeggiare con tutta la fisicità che lo aveva caratterizzato nella sua breve vita.
Ogni tifoso granata, alla fine dell’ultima partita pareggiata con il Cesena, ma che ci regalò lo scudetto dopo ventisette anni, provò un ennesima, profonda, dura stilettata di sofferenza, penetrare il cuore colmo di gioia, pensando a Giorgio che non era li sul campo ad urlare con noi.
Il tifoso granata è un eroe.
Quella partita la condivisi sugli spalti con Enrico, un mio compagno di scuola granata con il quale, pensate un po’, due anni più tardi ebbi un brutto incidente motociclistico che mi sfasciò il ginocchio impedendomi di coronare un personale sogno calcistico.
Lo stesso ginocchio che mi tormenta ancora oggi quando faccio i miei faticosi pellegrinaggi votivi in bicicletta fino a Superga.
Al termine della partita ci recammo a piedi dal Comunale a Piazza San Carlo fasciati di bandiera granata e festeggiammo fino a sera, dopo aver chiamato le nostre mamme da una delle tante cabine telefoniche disposte all’epoca in città.
A tarda notte, da casa, telefonai a mio padre, quel “gobbo anomalo” che da alcuni mesi lavorava in Brasile per i padroni della casa automobilistica e della “ggiuventus”. Era emozionato come un bambino, non seppi mai se perché sentiva la nostalgia di casa o perché, da torinese doc, era felice per la vittoria dell’unica vera società calcistica di Torino e per la mia gioia incontenibile.
Sono passati quarant’anni da quel 67 – 68 e più di trenta dall’ultimo scudetto.
Molti esseri umani hanno l’abitudine di affermare “ le cose sono cambiate” “oggi non ci sono più i valori di una volta”, quando pensano agli anni trascorsi ed ai periodi della gioventù. Ci si convince sempre che “prima” il mondo fosse diverso e migliore, avvertendo il cambiamento come un globale peggioramento non accettando di rapportarlo al proprio invecchiamento fisico.
Mi viene in mente una poesia di Montale sulla “ caduta dei valori”:
“Leggo una tesi di baccalureato / sulla caduta dei valori. / Chi cade è stato in alto, il che dovevasi / dimostrare, e chi mai fu così folle?”.
L’ermetico poeta, si scaglia contro un giovane “laureato” in bioetica ( oggi esisteranno anche i baccalureati brevi ?) che denuncia nella sua banale tesi, una caduta dei valori etici e morali, e gli rammenta in sostanza che l’uomo da sempre si è caratterizzato per orripilanti esempi di incivile “assenza di valori”.
Montale era un “pessimista” ed in fondo questa poesia in parte lo vedeva incongruente con la sua nota nostalgia per gli ideali romantici e positivisti.
A mio parere fingeva, proprio perché spesso deluso, di non credere nell’affermarsi di alcuni valori etici e morali nell’umanità. Aveva però ragione a non condividere il rimpianto quotidiano della gente comune per tempi migliori, in quanto tali apparivano solo perché si era più giovani ma non perché si fosse circondati da un mondo più nobile.
I valori etici e morali esistono e non è il tempo che li modifica o mortifica.
L’onestà, la nobiltà d’animo, la sincerità, l’altruismo, il coraggio e chi più ne ha ne metta, resistono nel tempo e sono stati, sono e saranno calpestati da chi non li ha mai posseduti, migliaia di anni prima di Cristo così come nei millenni futuri.
Quarant’anni fa come oggi ricche famiglie di “lupi” (non agnelli), petrolieri e mercanti, affamati di potere e vittorie effimere, addomesticavano i campionati di calcio a loro favore strapagando i calciatori più forti ed al bisogno gli arbitri. Famiglie di finti “baccalaureati” che talvolta hanno anche la presunzione di provare a fare cultura o dare esempi di stile e se rimpiangessero tempi passati o parlassero di valori perduti verrebbero tacciati immediatamente da Montale con frasi del tipo “quando mai avete raggiunto alti valori etici e morali?”
Ma allora, come oggi, esisteva una grande tifoseria che faceva vera cultura e dava esempio di stile, (nevvero prof. Palestro?), amava vincere rispettando le regole, affrontando gli scherzi del destino con eroismo, non scoraggiandosi di fronte alle sconfitte, anche quelle ingiuste per quanto tante, troppe.
Essere granata da oltre cent’anni è un valore, un esempio, che resiste e resisterà.
Oggi un vero granata adora la squadra degli Angeli e Ferruccio Novo, ama Pianelli ed i suoi ragazzi “ mangiatori d’erba”, non rimpiange Borsano ( con il primo Moggi annesso), ha imparato cosa vuol dire sopportare i Goveani ed i Vidulich, rispetta l’onestà d’intenti di Romero e Cimminelli, magari rileggendosi i nomi dei giovani talenti della primavera granata sotto la guida di questi due signori e andando a vedere quanti di loro siano oggi considerate delle ambite realtà del calcio italiano.
Un tifoso granata è criticamente grato a Cairo ma non gli scrive “tira fuori i soldi”, pretendendo che competa a suon di milioni di euro con chi, è notorio, li estorce e non li guadagna, soprattutto in un periodo a rischio recessione.
Semmai si scoccia se nota confusione in un progetto, se avverte uno scarso attaccamento alla maglia, se legge o ascolta affermazioni di chicchessia volte a ferire e distruggere, non a costruire, se è costretto a pagare cari abbonamenti per sostenere la sua squadra, sapendo che ci sono regalie a personaggi per nulla legati al Toro, se si accorge in sostanza di essere preso in giro.
Il tifoso granata è un eroe libero come una farfalla che non ha timore di ritorsioni nell’usare toni forti e parole dure, in queste occasioni.
Ma sempre e comunque “ scende da dodicesimo in campo “ a competere impavido, non temendo nessuno e nulla, accettando con fierezza di essere sconfitto con un calcio di rigore inesistente, o con un gol segnato in fuorigioco.
Il tifoso granata impazzisce di gioia quando, contro la sorte avversa, si riescono ad infilare quattro gol alla gobba o e le si rimontano cinque punti in sei partite per vincere uno dei pochi titoli di Campione d’Italia che la storia del calcio nostrano possa annoverare tra quelli non truccati.
Il vero granata è da sempre un eroe impavido, onesto, sincero, libero come una farfalla a cui è impossibile recidere le ali.
© RIPRODUZIONE RISERVATA