Toro News Columnist Culto Così felice, non l'ho visto mai

Così felice, non l'ho visto mai

Francesco Bugnone
Culto / “Giorgio è stato, è e sarà sempre il Toro”

Dei capitani si ricordano le azioni, le parole, i muscoli, citando a sproposito una splendida canzone di De Gregori. Però i capitani veri sono quelli di cui ricordiamo anche i silenzi, i sorrisi e gli sguardi. Giorgio Ferrini è stato tutte queste cose: uomo d’azione e di esempi, di parole giuste e di tempra. Guida del Toro dalle macerie sportive della retrocessione fino a portarlo alle soglie del tricolore e poi a vincerlo come secondo di Radice, capace di riprendersi l’azzurro che gli era stato inopinatamente tolto dopo la Battaglia di Santiago fino a vincere un Europeo, maestro di granatismo per i nuovi arrivati e portatore di una numero otto che sarà sempre, infinitamente, accostata a lui.

Sono tante le sue prodezze sportive, molte sono state raccontate su questa rubrica e altre ancora ne narreremo, ma quello che mi viene in mente mentre si avvicina l’anniversario della sua scomparsa non riguarda direttamente un campo di gioco, ma un balcone. Non i suoi piedi, ma i suoi occhi, quelli che da casa sua ogni giorno guardavano verso la collina dove riposano gli Invincibili.

Per il ricordo di questo episodio bisogna ringraziare sua figlia Cristiana Ferrini che ha aperto una metaforica porta di casa per farci guardare da vicino Giorgio, non solo come calciatore, ma anche come uomo, marito e papà: una persona, non una figurina. Lo ha fatto con il libro “Mio padre, il Capitano dei Capitani”, lo ha fatto tutte le volte che grazie a questo libro ha potuto parlare ancora una volta pubblicamente di suo padre, lo ha fatto in una splendida sera di primavera quando Tuttosport ha organizzato un podcast dal vivo per il cinquantennale del settimo tricolore granata. Quella sera Cristiana ha raccontato come ha vissuto la festa per la vittoria in campionato sul balcone della sede di corso Vittorio con i petali di rosa lanciati ai tifosi In deliro per strada.

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“Mio papà parlava con gli occhi, parlava poco, ma parlava con gli occhi. Il pomeriggio della scudetto siamo andati in sede e c’era questo balcone lungo, dei vasi con delle rose, con dei petali e i calciatori salutavano i tifosi. Io ero in un angolino che lo guardavo e ogni tanto ci scambiavamo uno sguardo, perché lui controllava un po’ cosa stessi facendo. Io ero immobile che li guardavo, guardavo la felicità, poi guardavo giù: era tutto granata, era bellissimo. Però a un certo punto io e lui ci siamo guardati e io ho proprio i suoi occhi nel cuore perché secondo me in quel momento lì lui ha raggiunto proprio la felicità, il massimo della sua felicità. Così felice non l’ho visto mai.”

Pensate di essere il capitano del Toro per più di un decennio, col sogno di diventare il primo a vincere un tricolore dopo Superga. Pensate a quello scudetto sfiorato, accarezzato, ma anche derubato nel 1971/72. Smettete di giocare e subito dopo la squadra si ritrova in testa alla classifica e lo vince. Ci sarebbe, nella contentezza del momento, qualcosa nella testa o in fondo al cuore che potrebbe far provare un pizzico di umana invidia verso chi, magari appena arrivato, si fosse ritrovato a contribuire a quella gioia unica. E invece no e non solo perché Giorgio Ferrini quell’anno è stato collaboratore di Radice, ma perché il Capitano amava il Toro così immensamente da non lasciare il posto a nessun personalismo, per quanto umano. Quando qualcuno, ignorando le norme federali, gli propose di entrare in campo per qualche minuto in modo da fregiarsi del titolo come giocatore, Giorgio non volle neanche sentirne parlare visto che per lui quello scudetto era dei giocatori che avevano lottato lungo tutto il 1975/76 e questo prima ancora di pensare al fatto che il regolamento glielo impedisse.

Quello scudetto è stato dei giocatori, quello scudetto è stato del Toro, quindi quello scudetto è stato anche di Giorgio Ferrini, perché Giorgio è stato, è e sarà sempre il Toro e quindi quella gioia che non ha bisogno di parole, ma solo di sguardi e degli occhi bellissimi di un padre e di una figlia che si incrociano in un giorno di festa, resta l’unica reazione possibile.


FRANCESCO BUGNONE - Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (0 meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.

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