"Ma tranquillo, ci pensa Mazzola!"
“Un altro ricordo molto personale è quando mio papà che mi portava sempre alle partite cedette alla pennichella una domenica e restò addormentato un po’ più a lungo. Io lo svegliavo e lui non si muoveva da sto letto e lo odiavo. Io e i miei due fratelli più piccoli perché eravamo sempre assieme. A un certo punto ci portò allo stadio ed eravamo però in ritardo. Arrivammo che la Lazio stava vincendo 3-0 e io appena entrato chiesi alla gente <Ma vincono 3-0 i laziali?>. Scoppiai in lacrime disperato e mio papà mi disse <Ma tranquillo, ci pensa Mazzola>”.
Il ricordo di Gian Paolo Ormezzano ci introduce al fatto che col Grande Torino anche i pomeriggi che iniziavano male potevano finire in gloria e chi, come suo papà, aveva acquisito una certa esperienza era abbastanza tranquillo, perché ci avrebbe pensato Mazzola o comunque il gioco collettivo di quella magnifica squadra. Quel pomeriggio di fine maggio si sta esagerando: il Torino che sta dominando il campionato 1947/48 rifilando distacchi abissali alle inseguitrici è sotto 3-0 al Filadelfia contro la Lazio dopo 20’. Come è stato possibile?
Un misto di superficialità (ogni tanto capitava anche ai migliori) e di sfortuna, oltre alla bella partenza della Lazio, contribuiscono all’inizio inaspettato. Al 4’ De Andreis sguscia fra Rigamonti e Tomà per poi servire Puccinelli il cui bel tiro vale l’1-0. Al 13’ un tiro di Cecconi viene involontariamente deviato da Grezar spiazzando inesorabilmente Bacigalupo per il raddoppio. Al 20’ Bacigalupo esce con successo in presa alta, ma cercando di velocizzare il ripartire dell’azione pasticcia regalando palla a Penzo che triplica. Pochi istanti dopo Ormezzano deve aver preso posto al Fila iniziando a piangere prima di ricevere le parole rassicuranti di suo papà.
Giusto il tempo di asciugarsi le lacrime e al 25’ le cose iniziano a rimettersi sul binario granata. Dopo un tiro a lato di poco di Mazzola, una staffilata di Castigliano non dà scampo al portiere biancoceleste Gradella. L’assedio del Toro viene agevolato anche dall’uscita per infortunio di Cecconi che lascia proprio Castigliano senza diretto avversario. Il numero sei viene spostato stabilmente in attacco per aumentare ulteriormente la spinta degli uomini di Sperone. A tre minuti dalla fine del primo tempo Gabetto accorcia ulteriormente le distanze con la specialità della casa: una gol in rovesciata.
Il secondo tempo inizia all’arrembaggio e al 55’ una lunga azione corale che vede anche l’apporto di Ballarin porta a un cross di Ossola su cui Castigliano trova ancora una volta la via della rete. “Ci pensa Mazzola” aveva detto il papà di GpO e i padri non fanno promesse che non possono mantenere. Capitan Valentino, che poco prima aveva colpito un palo, al 61’ segna il 4-3 con una zampata in area. Il Toro in superiorità numerica abbassa le marce, avrà ancora parecchie occasioni, ma il punteggio non cambierà più.
“Se nelle disavventure si vede il vero signore bisogna dare atto al Torino che si è comportato da milord del calcio” scrive Paolo Bertoldi su La Stampa. Come detto sopra anche i pomeriggi più complicati per il Grande Torino finiscono in gloria, ma stavolta si va oltre: Igino Giusti, segretario e braccio destro di Ferruccio Novo, irrompe negli spogliatoi informando i giocatori che, grazie alla sconfitta del Milan a Bari, i granata sono campioni d’Italia per la quarta volta consecutiva, la quinta nella storia del club. Valentino Mazzola brinderà con l’aranciata che stava bevendo in attesa di libagioni più sostanziose. Da una sconfitta che per qualsiasi altra squadra sarebbe stata certa allo scudetto sul petto in un paio d’ore: cose da Grande Torino.
Penso ai tifosi che si allontanavano dallo stadio felici e sicuri perché avevano assistito all’ennesima dimostrazione che quando le cose si mettevano male ci avrebbe sempre pensato qualcuno col granata addosso a raddrizzare i torti, come se avessero dei supereroi al proprio servizio, ma con dei soprannomi come “Tulen”, “Elefante” o “Barone” e con le facce da persone normali sebbene con piedi speciali. Un fuoco di vita brucia tranquillo nel petto di tutti, un senso di sicurezza dolce e necessario mentre il Paese prova faticosamente a rialzarsi. Grande Torino per sempre.
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