Toro News Columnist Giovanni Malagò ascende al trono del calcio

Giovanni Malagò ascende al trono del calcio

Carmelo Pennisi
Loquor / L'elezione scontata di Giovanni Malagò alla presidenza Federcalcio, spacciata per una corsa a due con Giancarlo Abete, è l’esplosione del superfluo

“La rivoluzione non si può fare. Perché ci conosciamo tutti”

Ennio Flaiano

“Così come laviamo il nostro corpo dovremmo lavare il destino”, scrive Fernando Pessoa mentre trascorre quasi tutta la sua vita in modeste condizioni, rinchiuso in una stanza ammobiliata presa in affitto a Lisbona e nascondendo al mondo il suo immenso talento letterario. C’è chi nasconde la grandezza, e invece c’è chi spaccia per grandezza il superfluo di cui da sempre è corifeo. L’elezione scontata di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio, spacciata per una corsa a due con Giancarlo Abete, è l’esplosione del superfluo e l’implosione di qualsiasi idea di futuro possibile diverso. Giovanni Malagò è un ennesimo eteronimo della stessa persona che si appalesa ogni volta con una biografia diversa ad occupare il più alto scranno di “Via Allegri”.

Il potere ricicla se stesso per non lasciare vuoto un posto che altrimenti sarebbe immediatamente occupato da altri. Il potere in Italia è divenuto un male apparentemente non redimibile, con dei tratti sfacciati preoccupanti. All’Hotel Cavalieri di Roma il calcio italiano ha deciso di ripartire dall’ex presidente del Coni, e lo ha deciso senza comunicare al mondo in base a quali criteri abbia preso tale decisione. Siamo di fronte alla predestinazione di tipo protestante, una chiamata alle armi coram populo che secondo tutti aveva scelto senza esitazione il più bravo di tutti, declinando nello sport la locuzione già usata per Mario Draghi. Dalle prime parole della personalità “lungoteverina”(la preferisco a “generone romano”), si evince subito l’intenzione di attingere, al solito, a fondi pubblici per sistemare la questione stadi, almeno quelli utili per “Euro 2032”, e poi il praticare la scorciatoia dello “ius soli” “almeno nello sport” perché “con Yamal ha funzionato”.

C’è autoassoluzione di una casta in questa elezione, il non prendersi carico del fallimento di un sistema calcio che arriva da lontano, a cui Malagò da presidente del Coni per dodici anni ha assistito senza muovere un dito. E’ la sconfitta palese del Ministro dello Sport Andrea Abodi, in tutta evidenza lasciato solo da Giorgia Meloni a combattere una battaglia contro un personaggio capace di muoversi in orizzontale e verticale tra le stanze del potere italico. Se si aveva voglia di rinnovamento doveva essere scelto un nome non riconducibile alla tela del ragno “lungoteverina” dello sport italiano, che del “Circolo Aniene”, per anni presieduto proprio dal neo presidente della Federcalcio, ne ha fatto la propria residenza ufficiale. Andrea Abodi quando aveva la norma dalla parte sua, ovvero sulla ennesima proroga chiesta da Malagò per restare alla presidenza del Coni, l’aveva spuntata, ma niente ha potuto fare quando la discrezionalità, articolo costituzionale ombra a orientare quasi ogni cosa nel Paese, ha preso possesso delle votazioni romane.

Assisteremo a peana di ogni tipo in favore di questa nomina alla Federcalcio, dove la glassa semantica coprirà ogni cosa, anche chi oserà avanzare qualche legittimo dubbio. Si dovrà continuare a sopportare la narrazione del successo delle “Olimpiadi di Milano-Cortina”, quando i conti economici in dissesto e i ritardi infrastrutturali raccontano un’altra storia. Sperare che Malagò possa ispirare qualcosa di nuovo al calcio vuol dire proprio essere a digiuno di molte cose accadute nello sport principe italiano, ivi compreso il fatto che l’asse Gabriele Gravina-Giovanni Malagò è un asse di ferro. Un altro sponsor del concessionario della Ferrari è Aurelio De Laurentiis, convinto assertore da tempo della necessità di usufruire di soldi pubblici per costruire nuovi stadi. Su questo l’accordo con Malagò è totale, considerato come quest’ultimo con i soldi pubblici abbia costruito tutta la sua reputazione olimpica, dopo aver promesso alla genesi dell’assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026 che non avrebbe mai fatto ricorso a finanziamenti governativi. La storia ha poi detto che se non ci fosse stato l’intervento del Governo Meloni, probabilmente le gare olimpiche di bob si sarebbero fatte in Austria.

Il presidente del Napoli, certo dell’elezione del suo amico e protetto, non a caso in questi giorni ha manifestato la sua volontà nei prossimi anni di dedicarsi alla questione stadio di proprietà e al centro sportivo per le giovanili. Dopo ventuno anni di chiacchiere sull’argomento, ora sa che il momento di approfittare della fiscalità generale è giunto. Sarà uno scandalo il giorno in cui dei club con ricavi milionari usufruiranno di soldi pubblici, ma questo è il metodo di una classe dirigente italiana da tempo pavida nell’investire in innovazione e infrastrutture. Tanto c’è lo Stato a garantire scarsella sempre aperta, nessun obbligo di accountability in chiunque da essa preleva soldi, facile successo se si ha buona stampa, e Malagò di quest’ultima cosa ne ha sicuramente in abbondanza.

I mondiali del 2009 a Roma, dal neo presidente della Federcalcio presieduti, si sono conclusi con un deficit organizzativo stimato intorno ai 12 milioni di euro a cui si sono aggiunti enormi costi per le infrastrutture, tra cui svariati milioni di euro spesi per progetti legati alla mai realizzata “Cittadella dello Sport” a Tor Vergata. Come è stato ripianato il disavanzo? Con i soldi pubblici naturalmente, attraverso il “Decreto Milleproroghe”, in genere usato per coprire ogni arbitrio e discrezionalità dei potenti. Si capisce quanto così sia facile per tutti essere bravi. I lettori attenti dei giornali avranno notato come l’argomento mondiale di nuoto Roma 2009 sia praticamente scomparso da ogni organo di informazione. Allo stesso modo, più o meno, della scomparsa di qualsiasi dibattito sulla privatizzazione molto controversa di Telecom portata avanti da Mario Draghi, Direttore Generale del Tesoro nel periodo del Governo Prodi.

Si sa, i migliori di tutti non sbagliano mai, e se sbagliano in loro soccorso giunge l’oblio e la mistificazione giornalistica. E siccome siamo nella narrazione “lungoteverina” che più “lungoteverina” non si può, ecco che sulla panca della Nazionale tornerà a sedersi Roberto Mancini, “lungoteverino” ad honorem sin dai tempi in cui venne a Roma a giocare per la Lazio, e presto divenne amico e protetto di gente come Cesare Geronzi, il banchiere di ogni suggestione aristocratica capitolina. La fuga improvvisa in Arabia Saudita, mollando il suo ruolo di Ct di una squadra da lui stesso portata alla deriva, per prendersi 25 milioni di euro l’anno, fu giustificata da un fattore emozionale. All’epoca fece capire di non averlo fatto per i soldi, ma per aver percepito mancanza di fiducia da parte dell’allora presidente Gabriele Gravina, che voleva imporgli importanti cambiamenti nel suo staff. Eh sì, sono sensibili questi allenatori, e sono convinti noi si sia tutti vincitori del concorso anche l’asino vola.

Tutto torna e ritorna nella filosofia del “Circolo Aniene”. Nel giubilo di un vittoria annunciata da settimane, il “cubano” dei Parioli si è fatto scappare il segreto del suo successo: “Almeno cinque personaggi politici e altrettante cariche dello Stato mi hanno chiamato per farmi i complimenti e per dirmi che facevano il tifo per me”. Aver sottolineato “l’almeno” rivela tracce di bulimia da narcisismo e il fatto di come le cariche dello Stato non abbiano di meglio da fare che scapicollarsi nel ruolo da trombettieri al migliore di tutti nello sport. Resta una domanda da farsi: ma perché tutti, ma proprio tutti, volevano Giovanni Malagò alla Federcalcio? Viene in soccorso “Il Gattopardo” di Tomasi Di Lampedusa e il suo concetto di potere conosciuto anche se insoddisfacente. L’avversione al rischio come forma di conservazione: “E' meglio un male sperimentato che un bene ignoto”. Troppe sono le gabole del calcio occultate, ci voleva un sensale dall’aurea pubblica giusta per gestirle. Per descrivere lo stato d’animo di chi è avverso agli incantatori, ci vorrebbe il genio di Pablo Picasso di “Guernica” o de “L’Urlo” di Edvard Munch. Purtroppo c’è rimasta solo la banana di Maurizio Cattelan, battuta all’asta per sei milioni di euro. Accontentiamoci. Ah, comunque auguro ogni fortuna a Giovanni Malagò nella sua avventura nel calcio: al prossimo mondiale stavolta vorrei proprio andare. In fondo la questione, vedrete, sarà tutta qui. Ricordate quel che diceva Gordon Gekko in “Wall Street”? “Il resto è conversazione”.


CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.