Loquor / Bielsa polemizza con la postura o con il suo continuo mettersi al riparo dai riflettori, tanto non gli importa di essere compreso e nemmeno amato
“Il pazzo è un sognatore sveglio”
Sigmund Freud
Ho un pregiudizio positivo nei confronti di Marcelo “El Loco” Bielsa, e non solo perché stimo la follia in tutte le sue forme, unico antidoto contro il conformismo asettico e uniformante, ma perché in lui c’è amore assoluto per il calcio e consapevolezza del ruolo che esso gioca per un po’ di riequilibrio del buon umore in favore delle classi popolari. Chi vive ai margini non ha molto altro, non ha altri sport comprensibili o di facile accesso. Una nazionale di calcio ti porta ad incontrare il mondo e ad avere la sensazione di essere considerato perché tuoi undici connazionali scendono in campo, si mettono la mano sul cuore durante l’inno nazionale, e poi ci danno dentro con anima e sentimenti come mai li si vedrà nelle partite dei loro club. In quel momento si ritorna ai primordi di ogni cosa che rotola su uno spazio libero collocato su un piano, su un qualsiasi piano: si ritorna al calcio. Bielsa non perde occasione di mostrarsi infastidito da ciò che il calcio caravanserraglio di ogni tipo di marketing pretenderebbe da lui, e cerca di protestare in un modo incomprensibile per questa società postmoderna che ha come totem inderogabile il provare ad essere la più ciarliera di ogni tempo: farlo senza parlare.
Bielsa polemizza con la postura o con il suo continuo mettersi al riparo dai riflettori, tanto non gli importa di essere compreso e nemmeno amato. A un tizio che si firma con lo pseudonimo di Jack O’Malley, uno che scrive su “Il Foglio” e convinto di essere spiritoso, non gli dedicherebbe nemmeno un rutto. Il tizio, forsennatamente alla ricerca di seguire la linea del giornale che lo fa scrivere nonostante il disdoro cerebrale che lo possiede (“vedere gli eredi di Pep e Messi illudersi, lamentarsi, provare a buttarla sulla rissa e poi prenderla dove piace a Jankto è stato un vero piacere”. Ecco, questa è una delle sue perle da battutista da film di Castellano & Pipolo), è uno di quelli che riuscirebbe a rintracciare ideologia comunista anche nel rosso di uno smalto per le unghie. Eccolo quindi provare a strutturare un cervellotico insulto al tecnico dell’Uruguay usando in modo dispregiativo il mito di Osvaldo Soriano, a cui non sarebbe stato degno nemmeno di allacciare le scarpe. E’ volgare Jack, e non solo non fa niente per nasconderlo ma ritiene sia una medaglia da appendersi al petto per poi compiacersene. E’ un po’ una pratica onanistica, da chiudersi in un posto appartato per provare un ristoro ritenuto ai confini del lercio, ma evidentemente gli procura grande piacere rimanere coperto nel segreto di uno pseudonimo banale quanto la sua ironia da narciso irrisolto. Povero Jack, forse da infante un nonno ex partigiano deve averlo portato con la forza ad assistere ai dibattiti stentorei di qualche “Casa del Popolo”, e lui ne deve essere rimasto traumatizzato.
Eccolo quindi indossare le brache da orbace da tastiera, e scagliarsi contro tutto ciò che ricorda socialismo, politicamente corretto, radicalismo di stampo francese. Approfittarsi del calcio per mettere in mostra muscoli sbiaditi da fancazzista neo liberista fa parecchio ridere e mette anche una qualche tristezza, non pensavo il giornale fondato da Giuliano Ferrara potesse giungere ad un livello simile di ingiuria intellettuale. Jack deve essere stato ingaggiato per fare da sentinella cinica, uno stato d’animo che i fenomeni (detto in senso emiliano, non ti esaltare Jack) cavalcano quando vogliono farti capire a tutti i costi di saperla lunga, e quindi di avere una speciale patente riservata solo a loro per poter dire o scrivere qualsiasi cosa “ad minchiam”(cit. professor Franco Scoglio) gli passi per la mente. Eccolo allora, non tra il primo e il secondo tempo, ma tra la terza e la quarta birra (per sua stessa ammissione), essere pervaso da entusiasmo etilico incontenibile: “… ha tutte le caratteristiche (Vozinha, portiere di Capo Verde) per eccitare il cronista medio che la sa lunga e non fa che spiegare agli amici che gli chiedono di trovarsi un lavoro serio che il giornalismo sportivo ormai non è più cronaca ma narrazione, ricerca di storie”. Jack, se ti conoscessi ti direi di cambiare marca di birra (magari datti a quella analcolica) mentre siamo davanti ad una bottiglia di birra, e magari ti consiglierei di parlare con qualche giornalista sportivo di lungo corso: non è mai tardi per imparare qualcosa.
Il giornalismo sportivo, da quando è nato, è sempre stato territorio di narrazione e finanche di invenzione. Non ti dico di andarti a leggere Beppe Fenoglio (c’è un bel articolo di Gino Cervi del marzo 2022 pubblicato dal giornale che ha avuto la disavventura di ingaggiarti, che ne parla. Ti avverto: è un articolo un po’ piegato a sinistra, non vorrei avessi un mancamento. Ormai quasi ci tengo a te), ma almeno un ripasso di Gianni Clerici, Gianni Brera o Giovanni Arpino te lo potresti fare. Così, giusto per apprendere che il racconto di storie è stata fonte non solo del successo del giornalismo sportivo ma dello sport stesso. Oggi ti farebbero assai bene i sentimenti in prosa sportiva di Emanuela Audisio o di Leo Turrini. Albert Camus, che ha riempito di suggestioni di calcio quasi ogni suo libro, sarebbe soggiogato nei sentimenti dal Marocco, i cui quindici tra i ventidue appartenenti del roster mondiale sono nati nelle varie diaspore marocchine in giro per la vecchia Europa. Pur potendo optare per altro, hanno scelto di vestire la maglia del Paese dei loro genitori e dei loro nonni e stanno giocando con un ardore raramente visto sui campi di calcio. Come quello del tecnico dell’Uruguay è un parlare silenzioso, e mostrare un fatto piuttosto che perdersi nell’incontinenza verbale.
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Per i congiunti rimasti nelle case/banlieu di quell’occidente che li ha accolti spesso per tappare i buchi della sua stoltezza demografica, è il sostanziarsi di un miracolo a lenire la malinconia per la perdita del contatto con le radici che non se ne andrà mai. Se il Marocco dovesse riuscire a vincere questi Mondiali, e a mio parere potrebbe anche riuscirci, sarebbe la più bella notizia per il calcio da trent’anni a questa parte. Caro Jack, tu puoi provare a dargli tutte le connotazioni politiche che vuoi, li puoi mettere a sinistra, a destra e persino in cielo, e puoi anche pensare che ciò sia narrazione e non cronaca, ma la fortuna del calcio risiede proprio in tali narrazioni. Il “Miracolo di Berna”, ovvero la vittoria inaspettata della Germania Ovest contro la “Grande Ungheria” di Puskas nella finale mondiale del 1954, fu uno dei momenti in cui i tedeschi afferrarono la possibilità di una loro redenzione possibile da tutto ciò combinato sotto il regime nazista. Il treno che riportò i giocatori teutonici in patria venne aspettato e omaggiato in ogni stazione da cittadini tedeschi che stavano ricominciando, con molta fatica, a riappropriarsi del concetto di “heimat”. Non può esistere tedesco senza questo sentimento. Ma questa, hai ragione Jack, è storia non cronaca.
Ma vedi, con Bielsa hai proprio sbagliato bersaglio, considerato che lo scegliere di tenere lo sguardo verso il basso in ogni foto o video ufficiale di questo mondiale americano, è proprio il tentativo di voler fare cronaca di una kermesse iridata capace di far impallidire per eccesso i mercanti del tempio di evangelica memoria. Biglietti considerati più popolari al prezzo di 900 dollari, una bottiglietta di Coca Cola venduta all’interno dello stadio a 12 dollari, divieto di portare bevande all’interno dello stadio, a parte una e solo una bottiglia d’acqua, per appunto poterti rapinare i suddetti 12 dollari, e tante altre di quelle amenità mercantili che farebbero felice il Gordon Gekko di “Wall Street” disegnato da Oliver Stone (oh cacchio, ti ho citato un “guevarista”. Perdonami). Ricordi una delle sue frasi mitiche: “Ragazzo l’importante sono i soldi, tutto il resto è conversazione”. Sul giornale in cui scrivi nel novembre del 2023, sempre a firma di Gino Cervi che evidentemente il direttore Claudio Cerasa fa scrivere per controbilanciare le tue stoltezze (so che ami il vernacolo, quindi te lo traduco: “le tue minchiate”), si è ricordata la mitica vittoria degli azzurri a Wembley il 14 novembre del 1973 intervistando Fabio Capello, autore del gol della vittoria: “… ci avevano definito(i giornali inglesi) la nazionale dei camerieri(per via delle migliaia di emigranti italiani che lavoravano nei bar e nei ristoranti), non sapevano che era il modo migliore per pungolare il nostro orgoglio… ancora oggi incontro qualcuno che mi ricorda la felicità che provò nell’assistere a quel gol”.
Sarà pure questa per te narrazione? Chissà, del resto anche nello splendido “Pane e Cioccolata” di Franco Brusati si ricorda quel gol di Capello, e grazie a quello il riappropriarsi della propria identità da parte di un emigrante italiano in Svizzera interpretato da Nino Manfredi. Vuoi insolentire Bielsa ricordandogli i suoi insuccessi, tradendo così la solita empatia sadomasochistica per le performance portata avanti dalla “Scuola di Chicago” di Milton Friedman. Servirebbe dirti come tu non abbia capito niente dello sport e della biografia di Bielsa? Temo di no. “La follia opponendosi alla norma ne rivela la finzione”, scrive Erasmo da Rotterdam, ed è esattamente ciò che da anni sta provando a fare il tecnico rosarino. Caro Jack, non vorrei essere da te equivocato, quindi mi svelo: non sono di sinistra e nemmeno peronista, e sono anche un assiduo lettore de “Il Foglio”. Non che la cosa importi ai tuoi tre lettori e nemmeno ai miei due, ma in qualche modo vorrei rassicurare la tua serenità mentale. Buona birra.
CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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