Ma che calcio è questo?
Difficile ritrovare negli articoli sulla stampa nazionale la vera essenza tediosa e insipida della partita disputata dai granata e dai pisani domenica scorsa. La palla ciccata da Pederson a tre metri dalla porta (ma davvero qualcuno ha il coraggio di chiamarlo assist?) e fortunatamente spinta in rete da Adams (l'unica diretta versa la porta avversaria dai granata in 90 minuti!), sembra aver coperto agli occhi dei giornalisti la prestazione mediocre, scialba e soporifera offerta dai ventidue in campo. Serve davvero tanta pazienza e tanta passione per seguire per novanta minuti l'inguardabile serie di errori marchiani, passaggi all'indietro, baruffe senza costrutto e palle buttate in avanti senza nessuna idea che viene spacciata per una partita di pallone. I ritmi blandi, la mancanza di dribbling e l'orribile ragnatela di passaggi in orizzontale hanno completato il menu di una gara simile a decine di altre giocate dal Toro e dalla maggior parte delle squadre di serie A, che hanno l'unico effetto di annoiare chi ancora dedica tempo a questo sport, e allontanare chi non ha voglia di sprecare un paio d'ore a rimirare mediocri pedatori dibattersi nella loro pochezza, persi nella ragnatela di schemi cervellotici e sparagnini, che spengono quel poco brio rimasto.
Il Toro di D'Aversa, in quanto a bruttezza del gioco, non è molto diverso da quello di Baroni, anche se al nuovo mister va riconosciuta la capacità di tirare fuori dalla squadra una compattezza e un pragmatismo che si traducono in punti fondamentali per la salvezza. Alla fine di Pisa-Torino, e delle decine di partite di simile insipienza che si disputano ogni domenica sui campi della massima serie, resta un interrogativo cruciale: ma che calcio è questo? Come è possibile pensare di mantenere gli appassionati o di attrarne altri con spettacoli di un simile tedio? Certo, il motore primo dei tifosi sono i risultati e il vedere vincere la propria squadra, ma ad un certo punto anche quello non basta più. In un mondo dello sport che accelera e che estremizza lo spettacolo, che punta sempre più a tempi brevi e adrenalinici, in sintonia con i ritmi serrati dei social, il calcio italiano mostra un ritardo sostanziale, ed i novanta minuti di noia che la maggior parte delle gare propinano agli spettatori sugli spalti e davanti agli schermi sono un capitale dilapidato che aggrava il divario tra la qualità attesa e l'avvilente spettacolo offerto.
A pagare il dazio di questa forbice che continua ad allargarsi non sono solo i tifosi, ma anche e soprattutto le squadre e la serie A nel suo insieme, che è sempre meno appetibile, come dimostrano i 900 milioni di diritti TV e i 260 di diritti esteri che impallidiscono se confrontati con il prodotto top di gamma (la premier britannica) che conta su 3,4 miliardi l'anno di diritti TV e 2,6 miliardi di diritti esteri. La stessa debacle della nazionale è sostanzialmente figlia di questo sistema retrogrado, polveroso ed ingessato, in cui delle 380 partite disputate in una stagione, appena una minima frazione offre spunti interessanti in termini di talento, vivacità, volocità e brillantezza del gioco, mentre la stragrande maggioranza è alla stregua delle innumerevole Pisa-Torino che punteggiano di noia i week-end dei tifosi e che puntellano il piano inclinato su cui da anni scorre il calcio italiano, in discesa ininterrotta verso un declino di cui non si vede la fine.
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