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GRAN TORINO

Il cielo sopra Genova

Torna "Gran Torino", la rubrica a cura di Danilo Baccarani con un nuovo appuntamento in vista del match contro il Genoa

Questa è una storia di qualche anno fa, vissuta su un treno destinazione Genova.

Nel mio stesso scompartimento, a distanza di qualche posto, notai una mia compagna di università.

Ci eravamo persi di vista un po’ di anni fa. Tanti. Troppi.

ll treno viaggiava lento verso la Liguria a passo di valzer.

Quando arrivammo mi rammaricai di non aver avuto più tempo per chiacchierare, per raccontarsi, per condividere.

Nessuna nostalgia dei tempi andati ma la bellezza di incontrare nuovamente e trovare occhi felici, felici per la vita, per un amore, per un bicchiere di vino, per una nuova passione.

Ritrovarsi per caso, su un treno affollato, un treno che andava al mare.

Con Genova alle porte mi ricordai una frase di Ivano Fossati: “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”.

Quanto è vero!

La visione dalla ferrovia è parziale ma suggestiva e tocca accontentarsi di scorci di mare e angoli di città, sotto un cielo tutto da godere.

Il cielo sopra Genova, quel giorno, era blu.

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Ogni volta che vado a Genova, mi emoziono.

Il mio amore sconfinato per le città portuali trova conferma in questo caos organizzato in cui mare, aria salmastra, profumi mediterranei e umanità si fondano nella decadenza dei carruggi e nella maestosa eleganza dei palazzi che si affacciano sul lungo mare.

Se arrivi in auto, sfidando un traffico sudamericano, puoi entrare in città attraversando la sopraelevata.

Questa lingua d’asfalto sollevata da terra che da Sampierdarena arriva alla Foce, ti regala una visione privilegiata della città: il porto da una parte, i carruggi e le facciate dei palazzi dall’altra, mentre la luce del mare si riflette sulle finestre declinandosi in mille colori.

Ammiri Genova, sdraiata sulla collina, distesa verso il mare, divisa in due, assaporandone contraddizioni, bellezza e anima.

Genova per noi granata (semicit.) è soprattutto l’anima rossoblù, quella di un gemellaggio un po’ annacquato dagli eventi, ma mai in discussione nei contorni e nel rispetto dei colori.

All’ombra della Lanterna, passando per Via del Campo, assaporando l’essenza di Marassi, lo Stadio con la S maiuscola.

Genova è una acciuga. Anzi, un banco di acciughe, che in acqua “fanno il pallone” e dopo essere state pescate vivono a stretto contatto, in barile, pigiate all’inverosimile.

Genova è questo. Uno stretto connubio tra la città e i suoi abitanti: per noi che abbiamo “quella faccia un po’ così”, capire Genova è più complicato.

Bisogna entrare nel mood e capire che Genova, se non la vivi, non la potrai mai comprendere sino in fondo.

Genova è come il jazz.

Per presentare Genoa-Toro di sabato prossimo, Gran Torino di questa settimana vi riporta indietro nel tempo e vi racconta una delle trasferte più genovesi di sempre.

Scettico sin dal mattino della partenza, complice una stagione granata davvero disgraziata, sempre in salita a rincorrere le prime posizioni di classifica del campionato di B 2003/04, quello più affollato di sempre, mi rifugiai in un rassegnato mutismo dopo la  sconfitta che pose più di un interrogativo sulla possibilità di risalita in serie A.

Così, durante il viaggio di ritorno verso casa, mi adeguai a quello che a Genova, viene chiamato mugugno, la tipica espressione ligure che riproduce il suono di un brontolio silenzioso.

Nato tra i marinai, che non sopportavano il potere dei loro superiori,  il "diritto al mugugno" venne accordato ai marittimi di Camogli.

Quando ai marinai venne proposta una paga elevata ma senza lamentele di sorta al posto di una paga più misera ma con il diritto al mugugno, rifiutarono e scelsero la seconda opzione, anche perché il mugugno non era un lamento puerile, bensì il diritto a discutere gli ordini ricevuti.

Il Toro quel giorno, perse da Torello, da barchetta in balia del mare grosso, con un equipaggio formato da marinai d’acqua dolce e qualche lupo di mare poco avvezzo a guidare i suoi fuori dai flutti tempestosi del Ferraris.

Fu una sconfitta amara che maturò al termine di una rimonta che i padroni di casa costruirono sulle incertezze e sulle pochezze di un Toro davvero deludente.

Genoa penultimo, Toro di rincorsa per cercare di agguantare una delle prime sei posizioni che valevano la promozione.

Ci illuse un gol del Tir, Simone Tiribocchi, che appoggiava in rete dal cuore dell’area, una bella sponda di Rubino.

Minuto 5, Toro in vantaggio.

Ero in curva Nord e il gol fu una foto da incorniciare.

Poi il Toro si incupì, rattristandosi, avvitandosi su se stesso e il Genoa che non vinceva in casa da quattro mesi, ne approfittò.

Prima pareggiò grazie a Foglio con una punizione micidiale dal limite dell’area e poi cucinò a fuoco lento i granata.

Quando al 68’ uscì dal campo un evanescente Diego Milito (sì, quel Diego Milito), compresi appieno il senso di tifoseria e il limite che la stessa può superare per troppo amore, per scarsa conoscenza, per impazienza o semplice ignoranza.

Belin Milito, sei un bidone!

Arrivato da un mese circa, con due partite e un gol nel carniere, uno dei più forti centravanti passati da Genova e in generale, in Italia, venne bollato così da un tifoso rossoblù.

Al suo posto, Bjelanovic che, un paio di minuti dopo, servì Marco Rossi: destro imparabile per Sorrentino e Genoa in vantaggio.

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Il Toro buttava al vento un paio di mezze occasioni, il Genoa non piazzava il colpo della buonanotte e Marassi poteva festeggiare.

In realtà il Toro era ancora in corsa per le prime posizioni ma si capì chiaramente che quella squadra non avrebbe mai raggiunto il suo obiettivo.

Le giornate si susseguirono in una altalena di risultati e ci consegnarono un anonimo dodicesimo posto nel campionato di serie B, 2003/04, a 14 punti dalla Fiorentina, sesta classificata.

Il Toro che vinse appena due partite in trasferta (su 23), lontano dal Delle Alpi rimase a bocca asciutta da settembre fino alla fine del campionato, inanellando nelle restanti venti partite, dieci pareggi e dieci sconfitte.

Si stava costruendo e, contemporaneamente, sgretolando il Toro che l’anno successivo avrebbe raggiunto la promozione prima di un tragico fallimento economico, finanziario e sportivo.


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