Il Toro di Abate e la costruzione di un'identità
Il mercato estivo é ancora molto lungo e in casa granata, si sa, si aspetta sempre il gong per iniziare le operazioni per la stagione successiva, per cui non ci resta che ipotizzare tattiche con chi, la maglia granata, la indossa tutt’ora. Partiamo dalle basi: oggi certezze non ce ne sono. Non sappiamo chi resterà, chi partirà, quali saranno le vere intenzioni del mercato e nemmeno quale sarà il vestito tattico definitivo scelto da Ignazio Abate per il suo Torino. Però qualche indizio, provando a leggere il suo percorso recente, lo si può iniziare a raccogliere. La sensazione è che il Toro possa ripartire da una difesa a tre, ed il 3-5-2 e il 3-4-1-2 sembrano oggi le ipotesi più naturali, ma non si può escludere nemmeno un 3-4-2-1, soprattutto se il mercato dovesse regalare profili capaci di muoversi tra le linee.
Ed è proprio qui che nasce il primo grande punto: il modulo non è solo una sequenza di numeri, ma una dichiarazione d’intenti. Se in casa granata dovessero rimanere tutti gli attaccanti oggi presenti in rosa (Simeone, Ché Adams, Kulenovic e Zapata) pensare a una squadra costruita stabilmente sulla punta singola diventerebbe quantomeno particolare. Non impossibile, certo, ma strano. Anche perché, conoscendo l’andazzo generale del mercato del Toro, immaginare una rosa improvvisamente piena di trequartisti puri, adatta a sostenere un 3-4-2-1 per tutta la stagione, richiede un bello sforzo di fantasia. Una soluzione a due punte, invece, sembrerebbe più coerente con il materiale oggi a disposizione: permetterebbe di valorizzare meglio il reparto offensivo, darebbe più riferimenti in avanti e aiuterebbe anche Vlašić, che potrebbe muoversi con libertà alle loro spalle.
La possibile veste tattica del nuovo Toro
Il Toro recente é abituato ad una struttura a 3 in difesa, costruendoci una parte importante della propria identità, soprattutto ai tempi di Juric. Il punto, però, è che da allora quel reparto è stato smontato pezzo dopo pezzo: partenze pesanti, sostituzioni non sempre all’altezza e il caso Schuurs, che resta la ferita più grande degli ultimi anni. Per questo non basta scrivere tre centrali sulla lavagna per ritrovare solidità. La struttura può aiutare, può proteggere e può ridare riferimenti chiari, ma senza interpreti affidabili e senza principi condivisi rischia di restare quella vista nella passata stagione.
Anche il portiere rientra in questo discorso. Paleari ha fatto il suo e merita rispetto per serietà e professionalità, ma se si ragiona in prospettiva il Toro dovrà capire che tipo di profilo vuole mettere dentro il nuovo ciclo. È un dettaglio solo in apparenza, perché il modo in cui difendi condiziona inevitabilmente tutto ciò che succede davanti. E infatti, salendo il campo, il discorso sugli esterni diventa centrale. In un sistema a tre sono loro a determinare se il modulo diventa ambizioso o prudente: con quinti aggressivi il Toro può respirare, occupare campo e portare uomini in avanti; con esterni bloccati, invece, qualsiasi 3-5-2 rischia di trasformarsi in un 5-3-2 basso e rinunciatario. Qui Abate potrebbe incidere molto, ma dovrà farlo dentro una situazione ancora tutta da definire. Lazaro saluta a parametro zero, a sinistra ci sono diverse incognite e Pedersen resta oggi uno dei pochi riferimenti reali, questo già la dice lunga.
LEGGI ANCHE: Alla scoperta di Abate
La grande scommessa sarà sicuramente Cacciamani che porta con sé l’interesse naturale di chi ritrova un allenatore che lo conosce e lo ha già valorizzato, anche se il salto alla massima serie non è mai scontato. Più che ragionare solo sui nomi, però, sarà fondamentale capire l’idea. Se Abate sceglierà esterni di spinta, allora vorrà dire provare ad aggredire la partita, accettando anche qualche rischio alle spalle. Se invece si cercherà prima di tutto prudenza, il pericolo sarà quello di rivedere un Toro ordinato ma poco incisivo. Dentro questa ambiguità rientra anche Aboukhlal, forse il simbolo perfetto di una rosa ancora da decifrare: può essere recuperato in una posizione più offensiva, magari in un 3-4-2-1, oppure adattato a tutta fascia, ma la vera domanda non è quanti ruoli possa fare, é se possa fare bene.
Il centrocampo, di conseguenza, diventa il punto di equilibrio tra ciò che Abate vorrebbe costruire e ciò che questa rosa può sostenere. Se gli esterni devono attaccare, qualcuno deve coprirli; se la difesa deve tornare aggressiva, qualcuno deve schermarla. Serviranno gambe, letture e intensità, non solo piedi buoni. In questo senso profili come Gineitis possono avere più senso di quanto sembri, proprio perché dentro una squadra che vuole correre e pressare, l’atteggiamento può pesare quanto la giocata. Vlašić, invece, resta l’unico vero pilastro in maglia granata: nella speranza che possa restare, il Toro avrebbe finalmente un punto fermo nella rosa. Ed è solo arrivando davanti che il discorso torna al punto di partenza.
L’attacco granata, più che essere giudicato nome per nome, va letto dentro il contesto in cui verrà inserito. Ché Adams, Simeone, Zapata e Kulenovic hanno caratteristiche diverse, ma tutti rischiano di perdere senso se lasciati isolati o se costretti a vivere di palloni sporchi. Due punte potrebbero dare più logica al reparto, permettendo ad Adams di legare il gioco senza fare reparto da solo, a Simeone di esaltare fame e aggressività dentro l’area, a Zapata di pesare anche con una gestione più mirata e a Vlašić di non dover inventare sempre dal nulla. Una punta sola, al contrario, rischierebbe di comprimere troppe caratteristiche e di lasciare il Toro ancora dipendente dagli strappi individuali. Abate avrà il duro compito di costruire finalmente delle connessioni: tra difesa e centrocampo, tra esterni e punte, tra Vlašić e gli attaccanti, tra intensità e qualità. Perché il vero salto, oggi, non è passare da quattro a tre dietro o da una a due punte davanti. Il vero salto è trasformare una rosa spesso spezzata, e senza gioco, in una squadra finalmente riconoscibile.
Cosa aspettarsi dal Toro di Abate
Alla fine, la risposta alla domanda iniziale è forse meno individuale di quanto sembri. Certo, gli esterni possono salire: Pedersen può trovare continuità, Cacciamani può diventare una sorpresa, Aboukhlal può provare a ritagliarsi una nuova identità. Anche il centrocampo può beneficiare di un calcio più intenso, soprattutto se chi ha gamba e disponibilità saprà trasformarsi in un pezzo funzionale del sistema. Ma il punto vero è un altro. I giocatori, al momento, sono sostanzialmente gli stessi e come sempre ad inizio mercato si parla più di addii che di entrate. Per questo il tema non può essere solo “chi sale e chi scende”. Il tema è cosa Abate riuscirà a instillare in questo gruppo. Perché questa rosa può anche beneficiare di un cambio tattico, di un nuovo modulo, di una diversa disposizione in campo. Può migliorare con più pressing, più intensità, più coraggio e una richiesta fisica più alta. Ma senza una mentalità vera, senza un progetto riconoscibile, senza una direzione chiara e senza investimenti alla base, il rischio sarà sempre quello di ritrovarsi punto e a capo.
RICCARDO LEVI - Studente di Economia con il calcio nel cuore. Di fede granata, coltiva il sogno di entrare nell’industria calcistica così da unire il suo entusiasmo per schemi e tattiche con i suoi studi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA