Lavagnetta Granata / Ignazio Abate, a quasi 17 anni di distanza, ritorna sotto la Mole, in quello che potrebbe finalmente rappresentare l’inizio di un progetto in casa rganata.
È sotto gli occhi di tutti la situazione che sta vivendo da diversi anni il Torino: la mancanza di progettualità, condita da situazioni societarie delicate e contestazioni costanti da parte del tifo organizzato. La passata stagione, infatti, é iniziata sotto la guida di Baroni, con cui sono mancati sia risultati che gioco; il direttore Sportivo è stato licenziato e la frattura fra società e tifosi è diventata totale, lasciando spazio soltanto a una scommessa estiva e, quantomeno, a un’idea di progettualità. Si spera.
La società granata ha deciso di affidare la panchina a Ignazio Abate, un allenatore indubbiamente emergente. La prossima sarà solamente la sua terza stagione da allenatore di prima squadra e il suo esordio in una massima serie, ma ciò non cancella gli enormi impatti avuti sia nelle giovanili del Milan che nella passata stagione alla Juve Stabia, eliminata in semifinale playoff dal poi neopromosso Monza.
Chi é Ignazio
Nato in Campania da Beniamino Abate, anche lui calciatore prima e allenatore poi, ha vissuto gran parte della sua vita a Milano, dove nel Milan ha trovato casa per quasi la totalità della sua carriera e rampa di lancio, con l’Under 16, per la sua avventura da allenatore nell’estate del 2021.
Grande estimatore di Roberto De Zerbi, il suo calcio parte soprattutto da quello che è il lato umano dello sport e da ciò che viene quindi trasferito ai giocatori, rifacendosi poi al concetto di “allenamento invisibile”. Per chi non fosse pratico con il termine, si intende il fatto che il calcio sia uno sport tale per cui non esista un vero stacco mentale, dati i continui sforzi fisici che uno sportivo deve affrontare nella vita di tutti i giorni, fra alimentazione e recupero muscolare, uniti alle continue pressioni. L’importanza del lato umano viene sottolineata spesso da parte sua anche nelle interviste. Molto bella, in questo senso, una sua riflessione di qualche mese fa sulla bellezza dello spogliatoio: un luogo fatto di conoscenza reciproca, rapporti quotidiani e senso di appartenenza. Abate ha raccontato quanto il calcio, al di là dell’aspetto tecnico, viva soprattutto del fare gruppo, del condividere momenti e del costruire legami che spesso diventano parte fondamentale del rendimento in campo. In una società che, purtroppo, sembra evolversi sempre più verso l’isolamento individuale, il suo pensiero restituisce centralità a una dimensione umana che nel calcio non può essere considerata secondaria. Si percepisce chiaramente come sappia cosa significhi vivere uno spogliatoio, proteggerne gli equilibri e provare a rendere quell’esperienza il più positiva possibile per tutti.
In questo senso, Abate parla spesso della necessità di non piangersi addosso, di affrontare le difficoltà con lotta, grinta e responsabilità, senza cercare alibi. È un approccio che, in un ambiente come quello granata, potrebbe avere un peso enorme, perché il Toro ha bisogno non solo di un’idea tattica, ma anche di una guida capace di pretendere carattere, fame e presenza emotiva, soprattutto dopo queste continue stagioni senza alcun chiodo fisso.
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La lezione di Castellammare
Non da sottovalutare è poi sicuramente la passata stagione alla guida della Juve Stabia, in cui è stato capace di grandi cose nonostante un contesto societario particolare e una delle rose più giovani dell’intero campionato, la terza. Abate ha raccontato pubblicamente più volte di aver trovato un gruppo di ragazzi perbene, capaci di alimentare quell’ambizione e quella voglia di sognare, parole di cui i tifosi granata stanno già facendo tesoro per ovvi motivi.
Trovo molto giusta soprattutto la riflessione di Riccardo Trevisani, parlando di allenatori emergenti e, nello specifico, del futuro del nuovo allenatore granata: “Speriamo che chi li seleziona in Serie A gli dia IL TEMPO, perché siamo un Paese che ogni settimana deve dare la sua definitiva, cosa che non c’è per un allenatore che ha iniziato così poco fa. Non è tutto un fallimento se dopo 6 mesi non hai centrato l’obiettivo.” Aspetto fondamentale, come dimostrato dall’Arsenal di questi anni con Mikel Arteta, ma soprattutto importante perché, inavvertitamente, è andato a toccare quella che è stata la stagione in cui la panchina granata era stata affidata all’esordiente, nella massima serie, Paolo Vanoli. In quel caso, il risultato in classifica di un anno a dir poco travagliato ha pesato di più della sua proposta di calcio, in quello che poteva essere un’idea di progetto.
Dentro la lavagnetta di Abate
Arriviamo quindi alla domanda più interessante, ma cosa dobbiamo aspettarci dal punto di vista tattico? Ridurre Abate a un solo modulo sarebbe probabilmente sbagliato, perché il suo percorso racconta un allenatore ancora giovane, in evoluzione, ma già riconoscibile in alcuni principi.
Un aspetto che sicuramente fa sorridere è che alla Juve Stabia il modulo prediletto fosse il 3-5-2, una soluzione familiare agli interpreti già presenti sotto la Mole, con l’aggiunta inoltre del giovane Cacciamani, già allenato da Abate nella passata stagione. Seppur si parli di difesa a tre, è la sua interpretazione ciò che conta: intensità, ricerca dell’ampiezza, apporto molto offensivo da parte degli esterni e, soprattutto, un gioco costruito sui fondamenti del calcio moderno, come la ricerca del pallone, un pressing forte e riaggressioni immediate. Le sue squadre, inoltre, non disdegnano affatto la costruzione dal basso anche se resta da capire se e come quest’ultima verrà implementata in casa granata, viste le difficoltà generali avute nel gioco negli ultimi anni. Da non sottovalutare è poi anche l’aspetto estetico. Abate ha spesso sottolineato come il risultato resti fondamentale, ma anche come la qualità del gioco faccia parte del suo credo calcistico, perché può aumentare l’autostima degli interpreti e la fiducia del pubblico, per vincere bisogna voler segnare un gol in più degli avversari. L’allenatore campano cerca molto anche l’ampiezza nel suo gioco, e i cambi di campo da un lato all’altro, soprattutto quando da parte degli avversari arrivano continui raddoppi, sono una soluzione molto comune per saltare la pressione avversaria. In questo senso, la bravura nell’1 contro 1 e la velocità diventano fattori necessari e fondamentali.
Dal punto di vista difensivo, invece, la linea a cinque diventa quella difensiva, con i quinti chiamati a un costante sforzo e apporto fisico durante tutta la gara. Quando le squadre avversarie costruiscono dal basso, Abate tende poi a sfruttare il lavoro delle due punte e la densità del centrocampo per bloccare il centro, così da indirizzare l’attacco avversario verso zone di campo meno pericolose.
Una scommessa da proteggere
Solo il futuro saprà dirci se effettivamente la scelta presa dalla società avrà successo, ma i presupposti sono sicuramente a favore dell'allenatore campano, che prima di tutto, in questi ultimi anni, si è dimostrato un grande oratore, un grande uomo di spogliatoio e di principi. Concludo infatti con una sua citazione, nella speranza che si avveri, che non ha bisogno di spiegazioni, in quanto incarna perfettamente ciò che il tifoso Granata sta chiedendo a questa società da anni: "Io cerco sempre di essere onesto e leale… però poi dentro di sé ognuno del gruppo deve cercare di essere ambizioso e cercare di uscire un po’ dalla normalità dalla mediocrità per cercare di superare i propri limiti e questo é molto importante sopratutto nella quotidianità."
Riccardo è uno studente di Economia con il calcio nel cuore. Cresciuto di fede Granata, coltiva il sogno di entrare nell’industria calcistica così da unire il suo entusiasmo per schemi e tattiche con i suoi studi.
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