In fondo il problema non è il fondo (americano)
Se una testata prestigiosa come Il Sole 24 Ore parla di possibili sviluppi in merito alla vicenda legata alla vendita del Torino FC, non possiamo fare finta di niente o liquidare la cosa come l'ennesima voce senza fondamento. Non è nuova la notizia che la Bank of America abbia aperto un dossier sulla società calcistica ancora oggi di proprietà di Urbano Cairo, mentre è inedita l'indiscrezione, appunto, che alcuni fondi di investimento americani si siano interessati all'operazione, stimando il valore del Torino in circa 200 milioni di euro. Ora, è chiaro che dalla fase dell'interesse a quella del sedersi attorno ad un tavolo per apporre le firme su di un passaggio di proprietà ci passa di mezzo il mare per cui non dobbiamo fare il passo più lungo della gamba e pensare che quanto riporta Il Sole 24 Ore sia la certificazione che qualcosa accadrà di certo. Di sicuro questa indiscrezione conferma una teoria che sostengo da tempo e cioè che se si mette in giro la voce che c'è un reale interesse a vendere, qualcuno che bussa alla porta con un'offerta per comprare compare sempre.
So che una parte di tifosi, anche quelli che non vedono l'ora di liberarsi di Cairo, in realtà non faccia i salti di gioia nel sapere che il prossimo proprietario del Torino possa essere un fondo di investimento, immaginando questo cambiamento come il classico salto dalla padella alla brace. Pur non essendo io un grande fan di queste forme di capitalismo "estremo" che rispondono al nome di fondi di investimento, realisticamente mi rendo conto che, nella dimensione moderna del calcio attuale, focalizzato per lo più sul business e sempre meno sulla passione, i fondi di investimento rappresentino il veicolo principale, ormai, per permettere al carrozzone calcio, soprattutto quello della nostra Serie A, di sopravvivere economicamente agli enormi costi di gestione che un medio grande club oggi come oggi è costretto ad affrontare. I fondi di investimento di lavoro fanno questo: disponendo di grande liquidità, comprano attività produttive sulle quali guadagnano sia attraverso gli utili generati dal normale esercizio, sia rivendendole poi a terzi e generando (possibilmente) plusvalenze su tali operazioni.
Una volta stabilito questo, personalmente non sono spaventato dal fatto che un fondo possa comprare il Torino perché ritengo che la vera chiave sia, nei fatti, chi questo fondo metta a gestire la parte sportiva dell'asset Torino FC. Chiaramente c'è fondo e fondo, e ci sono diversi tipi di fondo che possono investire differenti quantità di denaro: un aspetto importante, ma a mio avviso non strettamente essenziale o indispensabile è proprio quello legato alla disponibilità finanziaria del soggetto. Ciò che in fondo conta davvero per me è chi il fondo sceglie di mettere al comando, a quali professionisti si affida affinché il proprio investimento soddisfi le aspettative dichiarate nell'immancabile business plan che qualche solerte manager da qualche parte negli USA sta cercando di elaborare. Se il fondo X domani comprasse il Torino e chiamasse un direttore generale "alla Marotta", un ds "alla Sartori" ed altri professionisti di pari livello per gestire tutti gli aspetti del Torino, sarei la persona più felice e speranzosa della Terra. Non è questo che abbiamo sempre rimproverato a Cairo? L'incapacità di circondarsi di gente "brava" alla quale dare carta bianca per traghettare il Toro dove merita e meritava di stare. Perché se sono Iginio Massari e decido di rilevare una pasticceria probabilmente non avrò bisogno di molto aiuto esterno, ma se sono un venditore di pubblicità che fino a ieri i dolci li aveva solo mangiati e mai fatti con le proprie mani, forse sarà il caso che assuma un bravo pasticcere e altro personale con esperienza diretta nel settore ai quali far fare il proprie mestiere senza interferire direttamente.
Se Cairo avesse fatto così, probabilmente oggi parleremmo di un ventennio diverso, di un ventennio dove qualche soddisfazione sarebbe saltata fuori per il nostro Torello. Oggi il pensiero che un fondo subentri a Cairo non deve quindi spaventarci: quello che fa più paura semmai è pensare che questo fondo non abbia, a parte una disponibilità economica corposa, la possibilità e la capacità di assumere personale qualificato nell'area sportiva, gente davvero all'altezza del lavoro che attenderà chi un giorno rileverà il Torino. Togliamoci i pregiudizi sui fondi di investimento, concentriamoci, piuttosto, sul progetto che un eventuale compratore ci proporrà una volta rilevate le quote da Cairo. Non tifo per l'una o per l'altra soluzione: tifo solo affinché chi verrà dopo Cairo non faccia i suoi stessi errori di gestione. Nessuno nasce "imparato", né i soldi possono compensare ogni carenza organizzativa, sarebbe disonesto pensare il contrario. Ma, perbacco, nel calcio come nella vita, se si lascia davvero fare a chi è capace è molto probabile che prima o poi le cose prendano la giusta piega...
ALESSANDRO COSTANTINO - Da tempo opinionista di Toro News, do voce al tifoso della porta accanto che c’è in ognuno di noi. Laureato in Economia, scrivere è sempre stata la mia passione anche se non è mai diventato il mio lavoro. Tifoso del Toro fino al midollo, ottimista ad oltranza, nella vita meglio un tackle di un colpo di tacco. Motto: non è finita finché non è finita.
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