Il Granata della Porta Accanto/ Tutti i nodi vengono al pettine e così, infatti, appare questo momento storico della gestione Cairo

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Per noi tifosi il Toro è come una rosa, il fiore più bello, quello da ammirare, da godere, quello che ci fa inebriare col suo profumo. Per il presidente Cairo, invece, di quella rosa restano solo le spine: bilancio zoppicante, allenatore da trovare, mercato da impostare, contestazione ad oltranza e, in ultimo, un calendario di inizio stagione duro come una salita al passo del Pordoi tanto per rimanere in metafora ciclistica da Giro d'Italia tanto caro al nostro patron. Se la stagione 25/26 si è conclusa senza gloria, i prodromi di quella 26/27 al momento non sono molto meglio. I saggi dicevano che, prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine e così infatti appare questo momento storico della gestione Cairo, soprattutto analizzando la vicenda della scelta dell'allenatore. Chi vorrebbe allenare una squadra senza ambizioni di classifica, con una dirigenza ridotta all'osso ed un presidente che non ti mette a disposizione le risorse che richiedi e, se c'è l'occasione, all'ultimo giorno di mercato ti vende pure uno dei migliori giocatori in rosa? Parlando di credibilità di progetto sportivo, il Torino FC non credo sia tra i più apprezzati in Italia dagli addetti ai lavori alla luce di quanto dimostrato coi fatti (e le omissioni) negli ultimi vent'anni. Non stupisce quindi che un allenatore giovane e bravo come Aquilani abbia titubanze ad accettare Torino e addirittura preferisca Sassuolo come tappa significativa della propria carriera che è in netta rampa di lancio. Vedremo se, nel caso, Ignazio Abate si butterà all'avventura tentando di fare ciò che provó a fare Paolo Vanoli sulla panchina granata: rispettare la storia, metterci tutto sé stesso senza trovare però sponda e sostegno dalla società (dalla quale venne poi cacciato a fine stagione per le dichiarazioni ammiccanti al malcontento dei tifosi...). Per di più qualunque allenatore atterri sul pianeta granata (o ci rimanga se D'Aversa dovesse essere inaspettatamente confermato) dovrà fare i conti con due fattori non da poco: un calendario con un inizio terribile e un ambiente in perenne guerra con Cairo. Qualunque progetto tecnico nuovo si voglia far nascere quest'estate dovrà essere magicamente pronto per fine agosto perché con un calendario così severo nelle prime cinque giornate si rischia "la morte in culla" di qualunque velleità di rilancio in caso di primi risultati negativi.

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Se a questo aggiungiamo un modus operandi ormai acclarato che vede la società prendere i giocatori negli ultimi giorni di mercato privando qualunque mister sieda sulla panchina granata della preziosa possibilità di lavorare in ritiro con una rosa a grandi linee già definita e sistemata, capirete bene che chi si prende la briga di accettare l'incarico di allenatore al Torino deve avere una grossa dose di follia mista a cieca sicumera.
In tutto questo non si può certo dare la colpa ai tifosi perché fanno i tifosi e non sono contenti di come viene gestito il Torino: Cairo ha sempre saputo cosa fare e come fare per fare sì che i tifosi fossero dalla sua parte e se in due decenni non ha agito in tal senso oggi non può certo lamentarsi di quanto sta accadendo. Era solo questione di tempo prima che, come dicevamo in apertura, i nodi venissero al pettine.
C'è poi un altro aspetto da considerare: il mercato non sarà semplice solo in entrata vista la mancanza di budget, ma rischia di essere complicato anche in fase di uscita, nel senso che sarà difficile piazzare i giocatori in esubero che sono parecchi e sarà altrettanto difficile trattenere quei pochi giocatori sui quali si vorrebbe e si potrebbe puntare. Penso a Vlasic che andrà a scadenza nel 2027 e vorrà monetizzare la miglior stagione della sua carriera: improbabile un rinnovo, c'è il serio rischio che il Torino lo debba vendere quest'estate per ricavare qualcosa perdendo però l'unico giocatore in rosa capace veramente di accendersi e dare una marcia in più alla squadra. Oppure penso ad Ilkhan per il quale il Toro ha esercitato l'opzione di rinnovo automatico di un anno e sul quale, in assenza di accordo fra le parti per un orizzonte temporale più lungo, sarà impossibile fare affidamento da titolarissimo in mezzo al campo. Anche nel suo caso è più probabile una cessione. Il problema, e torniamo a monte di ciò che si diceva riguardo gli allenatori, è che nemmeno i giocatori, se non sono a fine carriera o hanno disperato bisogno di rilancio, sono disposti a impegnarsi in un progetto sportivo con il Torino di lungo termine che non dà né garanzie, né prospettive di alcun tipo. Non invidio di certo Petrachi che dovrà puntare su scommesse o prestiti di giocatori bravi, ma scontenti di dove sono, per provare a fare un gruppo competitivo.

Contando che la squadra è da ribaltare come un calzino, a partire dalla difesa, passando per la necessità di dare sostanza al centrocampo e finendo con la vitale necessità di un portiere affidabile e di quinti di centrocampo con un tasso qualitativo decente. Il Torino, ad oggi, è un po' come un cantiere aperto da anni dove pochi lavorano e tanti stanno a guardare, un cantiere dove non c'è un ingegnere che dice chiaramente a tutti cosa e come si deve lavorare: un situazione transitoria diventata definitiva per colpa di mancanza di visione e cronicità di decisioni tese a perpetrare all'infinito questo kafkiano status quo.
E siamo solo alle prime puntate di una telenovela che sembra non finire mai o che se arriva alla fine non fa altro che replicare all'infinito lo stesso finale.

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