Toro News Columnist La Leggenda e i Campioni Franco Ossola. Cognome di Campioni, il nome di una Leggenda Granata

Franco Ossola. Cognome di Campioni, il nome di una Leggenda Granata

Gianni Ponta
Franco Ossola Jr. è il professore di granatismo. “Papà morì a Superga, io sono nato 8 mesi dopo”. Secondogenito di Franco Ossola Sr., dopo Daniela.

Franco Ossola. Cognome di Campioni, il nome di una Leggenda Granata Franco Ossola Jr. è il professore di granatismo. “Papà morì a Superga, io sono nato 8 mesi dopo”. Secondogenito di Franco Ossola Sr., dopo Daniela.

Franco ha raccontato il “suo” Torino, il nostro Torino -il Torino di suo papà, il primo tassello del Grande Torino -in molti libri e pubblicazioni- dal “romanzo del Grande Torino” con Renato Tavella ai 101 goal, al dizionario dalla A alla Z con Giancarlo Morino, con la precisione dello statistico, la dedizione dello storico, corroborate dall’amore filiale. E si presenta comunque con una squisita cortesia, senza alzare la voce, con l’autorevolezza di quello che è e di ciò che rappresenta. Architetto, ex nazionale di atletica leggera alle Universiadi di Torino del ‘70 a cui partecipò tra l’altro lo zio Aldo, grandissimo giocatore di basket, play maker della Ignis Varese e della Nazionale di pallacanestro -ma te lo racconta solo se glielo chiedi- senza darsi delle arie, e ne avrebbe ben donde. Questa è stata la forte impressione nell’averlo incontrato al recente Salone internazionale del Libro, nel suggestivo semplice angolo di ToroMio allestito con passione da Paolo Cisella ed i suoi infaticabili amici granata.

È bello ascoltare Franco Ossola Jr. mentre racconta com’era e cos’era il Grande Torino, come ha fatto in una bellissima conversazione con Gianfelice Facchetti : “Bacigalupo era un portiere moderno. Il primo…peripatetico, perché si muoveva come quegli antichi filosofi. Usciva col ginocchio piegato in avanti per tenersi lontano il centravanti avversario, gente pesante, eran tutti delle bestie, tipo Nordahl il pompierone o István Nyers, l’ala apolide nerazzurra di origine ungherese. I terzini erano i due opposti. Ballarin e Maroso erano il sole e la luna. Ballarin, insieme a Castigliano, era quello che eventualmente metteva a posto i conti nella partita di ritorno al Filadelfia nei confronti di un avversario particolarmente sleale nell’incontro di andata. Ballarin aveva una compattezza di fisico e di capacità di contrasto come Burgnich. Io me lo immaginavo così. Con forse un pelo in più di… (“Trattengo il fiato ogni qual volta Ballarin si avventa su Cergoli, rischiando di spezzarlo in quattro”, Alfeo Biagi, Juventus-Torino 1-1, 28 marzo 1948). Tutto il contrario Maroso. Un Beckenbauer ante litteram. Il quadrilatero di centrocampo secondo il Sistema WM era il cuore della squadra.

I mediani.
Grezar aveva un goniometro nella testa. Sapeva come metterti la palla sul piede a quaranta metri.
Eusebio Castigliano era l’Hidalgo, il picaresco giocatore del Torino. Era incredibile, sembrava non corresse, in quanto aveva leve lunghe rispetto al busto, ma ci arrivava sempre. Aveva una stangata straordinaria, come aveva sperimentato in allenamento Guido Vandone, portiere dei Ragazzi granata, infortunatosi al mignolo su una conclusione violenta del mediano vercellese.

Le due vere mezz’ali.
Ezio Loik, l’Elefante. Andatura un pochettino pesante, uomo ovunque, forte nelle conclusioni. Gran lottatore, Ezio Loik (Vittorio Pozzo scriveva Loich nelle lettere di convocazione in Nazionale e su La Stampa) era al tempo stesso un portatore d’acqua e un regista. Valentino Mazzola era TUTTO. Sapeva fare tutto. Difendere, attaccare, andare a rete. Nel 1946-47 addirittura capocannoniere con 29 goal. Era il Capitano che trascinava la Squadra, ma non era inserito nei gruppetti fuori dal campo perché aveva questa vita travagliata che lo teneva un po’ in disparte e anche come carattere. Ma quanto a carisma li teneva tutti insieme con la disciplina che s’imponeva in termini di vita d’atleta e, in campo, con quella sua grande capacità di giocare anche con degli stiramenti, degli infortuni, pur di esserci.

L’attacco era l’attacco atomico. All’ala destra Menti” . Più ala di così forse solo Pietro Ferraris II, il Lupo, campione del Mondo 1938, scampato a Superga poiché, avanti con gli anni, si era trasferito un anno prima a Novara a terminare con Piola una luminosa carriera. “Menti, dicevamo. Scappava. Il più delle volte, egoista, tagliava verso il centro per tirare. Se no metteva in mezzo. Era molto veloce ed aveva un tiro fortissimo che lo designava battitore libero di punizioni (il Filadelfia rumoreggiava Meo! Meo!) e rigori. Poi c’era Gabetto che era un meraviglioso centravanti. Da quello che mi raccontava anche la Signora Gabetto era incomparabile, imprevedibile. Di una genialità calcistica…doveva girarsi, fare goal di tacco, una rovesciata. Poi c’era Ossola che giocava sull’ala. Brera lo definì : tecnicamente brasiliano. Papà non l’ho conosciuto. L’ho rincorso per tutta la vita. La vita è come un elastico. Più vai avanti e più tira nel passato. Il Grande Torino è ancora oggi un insieme di ricordi di emozioni familiari che si trasmettono”.

Il varesino Franco Ossola Sr., primo tassello di quella intramontabile équipe, segnalato a Ferruccio Novo da Antonio Janni, fu, nel ricordo di Fulvio Bernardini -il Dottore del calcio italiano- una fortissima ala di linea, ambidestro, quindi con la possibilità d’indossare sia il 7 che l’11. La sua andatura dinoccolata è rimasta immortalata nella magnifica foto presa durante la partita Torino -Alessandria 10-0 in cui aprì le marcature. Ossola detiene il record di partite consecutive in cui un giocatore in maglia granata è riuscito ad andare a rete. Otto partite consecutive sempre a segno, dal 7 marzo 1948, Torino-Roma 4-1. In quel campionato il Torino marcò il numero record di segnature, tuttora insuperato: 125.

Riguardo Ossola Sr. basterebbe questo a definirne la grandezza. Ma c’è di più. Molto di più. C’è la classe, ancora descritta da Alfeo Biagi: “Ecco che, come in una gran nebbia, vedo Valentino Mazzola partire sulla sinistra, invano tallonato dal bianconero Depetrini, puntare quasi sulla linea dell’out, convergere leggermente, crossare al centro. Dove, faccio appena in tempo a intravedere un guizzo, un balenio, una folgore: e vedo la palla in fondo al sacco di Sentimenti IV, battuto senza aver potuto abbozzare la parata. Chi ha segnato? Un goal così, con quel colpo di testa davanti a Rava, può segnarlo soltanto quell’anguilla di Ossola. Impara, mi dice un collega anziano”.

Ossola è un giuocatore di una certa finezza, dal fiuto sicuro, un uomo che sa vedere dove e come il giuoco deve svilupparsi e andare a finire, ma non avendo un fisico esuberante è costretto a risparmiarsi. Tende non ad abbozzare ma a cesellare, giuoca da fiorettista. Ossola dà morbidezza al reparto; il suo è giuoco che lega, Che fa l’assieme”, Ettore Berra.

Quell’assieme è stato e resterà per sempre il Grande Torino.


Gianni Ponta, chimico, ha lavorato in una multinazionale, vissuto molti anni all’estero. Tuttavia, non ha mai mancato di seguire il “suo” Torino, squadra del cuore, fondativa del calcio italiano. Tra l’altro, ha scoperto che Ezio Loik, mezzala del Grande Torino, aveva avviato un’attività proprio nell’ambito dell’azienda in cui Gianni molti anni dopo sarebbe stato assunto.