Museo Aldo e Dino Ballarin, il Grande Torino a Chioggia
Bacigalupo Ballarin Maroso...
Ecco, Ballarin. I Ballarin. I fratelli Ballarin.
E Chioggia. La loro piccola città che guarda Venezia e il suo mare, celebrata da Carlo Goldoni con "Le baruffe chioggiotte". Ci puoi capitare quando si schiude primavera o in autunno.
Con mia moglie abbiamo scelto invece una stagione "difficile", metà dicembre, quando percorrendo la strada in mezzo all'Adriatico che unisce Chioggia alla terraferma non si vede niente. Mare e cielo, lo stesso colore. Alla sera però sui suoi canali già addobbati per il Natale, una magia di luci, a specchio sull'acqua, da scorgere attraverso i ponti gettati tra i sestieri.
Puoi camminare con calma, sotto i portici, attraversare dove vuoi, tanto non ti perdi.
Puoi attraversare Ponte Caneva (già ponte Magazen di Vigo), fatto costruire nel 1759 dal podestà Lorenzo Memmo, sostare davanti all'Oratorio dei "Rossi" confraternita dei Battuti del Santissimo Crocifisso, detti appunto "Rossi" per il colore del saio, dove nel 1821 venne ordinato sacerdote il filosofo Antonio Rosmini.
E quindi, in questa città d'acqua e di cielo, di pesca, dove d'estate va proprio bene prendere "un'ombretta" di bianco, come si fa a pensare a Torino, geograficamente così lontana...
La squadra di calcio, unione di Chioggia e della contigua Sottomarina, si chiama Union Clodiense CS, già Clodiasottomarina, e l'ingresso dello stadio tra le cui mura si giocano le partite casalinghe ha colore granata. Con i busti classici raffiguranti due glorie locali: i fratelli Aldo e Dino Ballarin.
"Ai fratelli Aldo e Dino Ballarin sui campi italiani e stranieri araldi di gloria sportiva Chioggia a imperituro esempio dei calciatori clodiensi dedica perché la loro memoria si perpetui e viva nel cuore anche di coloro che verranno."
Il 5 marzo del 1950 il campo di Sacca San Giovanni viene intitolato a loro. Nel pomeriggio era stata disputata una partita amichevole tra il Clodia e l'Unione Triestina -allenata da Nereo Rocco- che allora militava in Serie A, con la vittoria finale degli alabardati di Trieste per 6-3. Una bella foto ricordo ritrae Iginio Ballarin, fratello di Aldo e Dino, che , affiancato dal capitano dei Giuliani, all'ingresso in campo va a deporre i fiori sulla lapide dedicata ai fratelli.
Aldo Ballarin, roccioso terzino destro sistemista, cioè preposto alla marcatura dell'ala sinistra avversaria, cardine del Grande Torino e della Nazionale, aveva caldeggiato l'ingaggio del fratello Dino, promettente portiere; inoltre, gli aveva regalato la possibilità di partecipare al viaggio per l'amichevole con il Benfica a Lisbona, in programma martedì 3 maggio 1949 all'Estádio National do Jamor.
Ecco allora che un cognome, e i volti di due giovani caduti nel fiore dell'età semplicemente nel fare ciò per cui erano più dotati e a cui si dedicavano quotidianamente, uniscono l'Adriatico e la grande città più francese d'Italia, la nostra Torino che sta di fronte all'arco alpino.
Ma questo, dopo tanti anni ormai, sarebbe un ricordo che sfuma nel tempo senza la gemma pensata, messa insieme e curata da Nicoletta Perini, nipote di Dino Ballarin e figlia di Laura - che aveva soli 6 mesi alla scomparsa del papà - insieme a suo marito Davide Bovolenta. È nato così il Museo Aldo e Dino Ballarin. Dopo averlo desiderato a lungo e pensato, Nicoletta e Davide lo hanno realizzato poi in pochi mesi, andando ad aprire lo scrigno degli oggetti custoditi, ma raramente aperto - per troppo dolore - dalla mamma Laura. Quello che colpisce all'arrivo sono i colori, il granata dappertutto, l'azzurro della Nazionale, il cuoio del pallone e il nero lucido delle scarpe da giuoco. I gagliardetti; l'autenticità degli oggetti con i loro colori, e vorresti aprire tutte quelle vetrine e quelle bacheche e giocarci, soprattutto toccare il pallone della Nazionale, con l'autografo di Riccardo Carapellese in bella evidenza, metterti una maglia di Aldo (le sue granata ed azzurra col numero 2 che escono dalla valigia) o i guanti di Dino, ma non si può e non si deve.
Le scarpe da gioco Pelnova che Valentino Mazzola aveva appena regalato a Dino. Valentino e Dino abitavano nella stessa palazzina in via Torricelli a Torino. Valentino aveva deciso di evitare il telefono in casa onde non essere disturbato in continuazione dalle chiamate di tifosi ed avversari, nell'imminenza di incontri importanti. Nel caso in cui aveva bisogno di telefonare, Valentino saliva da Dino.
Nel momento in cui, dopo aver letto sotto la foto che li ritrae "...uniti per sempre", nella vetrina con le loro tute da allenamento, e cominciando a guardare le foto che lungo le pareti descrivono la vita quotidiana e l'impegno agonistico di Aldo e di Dino, senti che sono esistiti davvero, che sono lì, che il nostro Grande Torino non è solo gloria sportiva che è diventata mito, è la passione delle famiglie di Quelli Là. Vita raccontata da Nicoletta e Davide, da Maria Pia figlia di Aldo che si presenta in punta di piedi, con suo figlio Aldo Cappon, orgoglioso gentile e silenzioso che porta il nome del nonno; si mettono a raccontarci della loro vita insieme, del prima di Superga e dei ritorni a Chioggia d'estate, in spiaggia insieme a Grezar già compagno di squadra a Trieste.
È come entrare, laicamente, in chiesa. Per noi granata, poi...Un ricordo vivo del Grande Torino, da riempirsi gli occhi.
C'è una foto che colpisce la mia attenzione.
Sulla spiaggia di Sottomarina, Aldo e l'amico Romolo Camuffo, rugbista di vaglia nel Rovigo due volte (nel 1953 e nel 1954) campione d'Italia. Ebbene, se uno osserva la muscolatura dei due atleti che si accingono ad una partita di tamburello in spiaggia, il rugbista sembra il terzino del Torino, per dire della potenza atletica che Aldo Ballarin poteva esprimere in campo. D'altronde, il grande István Nyers, apolide ala nerazzurra di grandissimo talento, era solito dire che due terzini del valore di Ballarin e di Maroso non li aveva mai incontrati.
Il primo goal di Aldo venne segnato in una domenica da raccontare. Il 27 gennaio 1946 era in programma Genoa-Torino. Finì 0-1 per i granata con una sua cannonata da fuori all' 84'. Il meteo non si presentava favorevole per un incontro di calcio. Il basso Piemonte e l'Appennino Ligure in una morsa di neve e ghiaccio. Novi Ligure sommersa dalla neve, la camionabile (l'odierna A7 in direzione Genova) al limite della praticabilità, i giocatori granata scesi più di una volta a spingere il torpedone, sette ore di viaggio da Torino a Genova.
Uno potrebbe pensare che Aldo Ballarin, splendido agonista, abbia perso le staffe in un incontro ufficiale per un intervento violento di un avversario. E invece no. Perse il controllo per ragioni di ...campanile.
"Gato, el ma dito Gato a mí", spiegò ai compagni di squadra la ragione della sua espulsione.
A Chioggia, in fondo a Corso del Popolo, in Piazza Vigo c'è la colonna che ricorda quella di Piazza S. Marco a Venezia. La sormonta un piccolo leone; "xè un Gato", dicevano i veneziani per sminuire l'importanza di Chioggia, al cospetto del Leone di S.Marco.
E quindi la frase dell'avversario suonò particolarmente irritante alle orecchie di Aldo, ad offendere il suo orgoglio e l'affetto profondo per la propria città.
L'Italia sempre sarà il Paese dell'orgoglio dei
Comuni.
Al termine della visita al Museo, Nicoletta propone con Davide: "Ora passiamo da casa".
Lì per lì non capiamo, pensavamo di stare insieme al ristorante, ma dopo una breve passeggiata tutto è più caro.
Siamo nella calle, di fronte alla porta di casa, dell'abitazione di Dino Ballarin e della moglie Dina Tesserin, che pochi mesi prima di Superga furono fotografati proprio lì con le loro bambine: Gianna per mano alla mamma e la piccola Laura (la mamma di Nicoletta) in braccio al suo papà. È un momento tanto semplice quanto emozionante. Non c'è niente da aggiungere.
Dino Ballarin doveva ancora dimostrare il suo valore ad alti livelli. Si era comunque disimpegnato egregiamente a livello locale in Veneto ed andava a maturare un'esperienza di alto livello nel Torino. Non ne ebbe il tempo.
Museo Aldo e Dino Ballarin. Bello esserci stati, con la promessa di ritornare. Di lì, il ricordo del Grande Torino guarda Venezia, un posto da cui la sua Storia prese le mosse con una decisione tanto rapida quanto fondamentale da parte del Presidente Ferruccio Novo, per trasformare una squadra di calcio in una équipe da leggenda: l'acquisto in un batter d'occhio di Valentino Mazzola e di Ezio Loik, al termine del campionato 1941-1942.
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