Tre stagioni da sogno per il trio delle meraviglie
Era dal campionato 1925/26 che il Toro stava facendo sul serio: in quella stagione si era fatto bagnare il naso dal Bologna sul filo di lana, perdendo l'opportunità di giocarsi il titolo contro la Juve poi scudettata, pur polverizzando i rossoblù all'ultima giornata con un tennistico 6 a 2. La loro occasione i granata l'avevano sciupata due settimane prima, andando a perdere a Udine contro i friulani poi retrocessi. Eppure, che il vento fosse cambiato tingendosi dei nostri colori era evidente. L'anno dopo, il titolo era stato nostro per un attimo: nemmeno il tempo di cucirsi lo scudetto tricolore sulla maglia (il segno del primato lo aveva inventato D'Annunzio nel 1924) che ci venne revocato in modo rocambolesco. Non ci è stato ancora restituito e forse non ritornerà mai nella nostra bacheca, una tra le tante sfortune che ci sono toccate in 120 anni di storia. Nel 1927/28 vincere era diventato imperativo: troppo forte la squadra (Baloncieri, Libonatti e Rossetti formavano il cosiddetto trio delle meraviglie che realizzava goal a grappoli), troppo grande l'amarezza per l'alloro soffiato, troppa la determinazione a porre immediato rimedio all'affronto subito nella stagione precedente.
Vinto il girone, il Toro si ripeté anche nel raggruppamento finale nel quale confluirono Inter, Milan, Genoa, Juventus, Casale, Alessandria e Bologna. Fu un trionfo piemontese: oltre al Torino scudettato, sul terzo gradino del podio, dietro al Genoa secondo, si piazzarono a pari punti Alessandria e Juve. I Grigi si fecero superare all'ultima giornata dai liguri perdendo lo scontro diretto, ma chiusero la miglior stagione della loro storia arrivando a soli tre punti dal titolo. Il Toro fu un autentico schiacciasassi: Libonatti segnò 35 volte, Baloncieri 31, Rossetti 23: 89 goal in tre, numeri da film di fantascienza. Era una macchina perfetta, assemblata in modo mirabile dal presidente Enrico Marone Cinzano, il mecenate del football che fece erigere il Filadelfia. L'anno successivo sfiorò il bis (o tris, come sarebbe forse più giusto affermare).
La stagione iniziò in modo roboante. Sette partite, sette trionfi: 8-1 alla Dominante, 7-1 al Novara, 12-0 alla Triestina, 5-1 al Modena, 7-0 al Legnano, 3-1 al Livorno, 6-1 all'Alessandria; 48 reti realizzate, 5 subite (in porta c'era un certo Censìn Bosìa, astigiano di talento cristallino). Non male, come inizio. C'è chi dirà che era un'altra epoca, che è passato un secolo e che il calcio è cambiato. Ma volete mettere che goduria! Alla fine della stagione, nello spareggio contro il Bologna di Arpinati, presidente della FIGC che indagò sullo scudetto revocato del 1927, si dovette arrivare alla bella, dopo che le squadre avevano ottenuto una vittoria per parte. A un certo punto l'arbitro decise di espellere il granata Janni e il rossoblù Martelli. Ebbene, il bolognese, già espulso, rientrò, giocò per il tempo di un'azione, poi, scoperto dal direttore di gara, venne definitivamente cacciato dal campo. Il Toro, sconfitto per 1-0, presentò subito un reclamo che venne respinto, secondo le fonti dell'epoca, per vizio di procedura. Chissà che cosa intendeva il Direttorio divisioni superiori per vizio di procedura. Insomma, nei mitici tre anni dal 1926 al 1929 ci aggiudicammo il primo tricolore, ma i titoli avrebbero potuto essere tre. Storie granata: per ottenere una gioia tocca sudarsela tre volte. Anche per questo motivo quelle poche sono così belle.
MARCO P.L. BERNARDI – Lasciarci le penne Autore di gialli, con "Cocktail d'anime per l'avvocato Alfieri" ha vinto l'edizione 2020 di GialloFestival. Marco P.L. Bernardi condivide con il protagonista dei suoi romanzi l'antica passione per il Toro e l'amore per la letteratura e la canzone d'autore. Nel marzo del 2023 è uscito il suo nuovo noir a forti tinte granata "Giallo profumo di limoni. L'avvocato Alfieri in un nuovo caso tra Torino e Sanremo" (Fratelli Frilli Editori).
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