Lettera di un tifoso: "Ritratto di un vero tifoso del Toro"
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Oggi la lettera porta la firma di Giorgio Tassara: "Ritratto di un vero tifoso del Toro"
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Lo chiamavano artista del legno, bravo falegname con l’estro del mestiere nel lavorare in mezzo a disordine e polvere con capacità di rimediare e rifinire. Per me era un’artista di vita per la genuina semplicità dalla quale emergevano rare doti di simpatia, allegria, bontà, altruismo. Aveva due mogli alle quali donava assoluta fedeltà, una era la maglia granata, l’altra la santa donna che assecondava con rassegnazione la sua passione calcistica: primo amore. Al punto da programmare il viaggio di nozze nella città dove in quella domenica giocava il Toro. Che poi divenne rituale gita di trasferta dal borgo alessandrino, dove aveva fondato un Club Granata con una manciata di amici che trascinava per “andare a soffrire”, come diceva lui, a Torino o altrove. Allo Stadio Comunale viveva il tifo in curva in mezzo agli “agitati”, per trovare modo di placare la sua agitazione all’interno di quella collettiva. Quando potevo accompagnarlo si piazzava in un piccolo spazio sotto le tribune, proprio dove uscivano calciatori e accompagnatori, giusto per presentarmeli, come fosse l’anfitrione di casa. Attaccava discorso con tutti, ospiti o locali, presidenti o calciatori, e tutti riservavano attenzione ad uno che sembrava sapere tutto di loro, spesso gli regalavano aneddoti personali. Recitava a memoria le formazioni del Torino di ogni annata, possedeva tutta la letteratura al riguardo: enciclopedico. Del resto la sua giornata incominciava con caffè, focaccia e quotidiano sportivo, che sfogliava come fosse cibo che potesse procurare delizia al palato. Piatto ricco reso indigesto se trovava uno juventino pronto a sfotterlo, ma lui sapeva trafiggerlo con i tasti giusti, la storia del Grande Torino lo rendeva superiore agli snob da erre moscia, e ad ogni derby escogitava scherzi diabolici agli zebrati come vittoria prima della gara. Il culto granata era la sua fortezza, se lavorava per un tifoso del Toro raddoppiava l’impegno e diminuiva il preteso come forma di partecipazione alla causa. Con lui ho trovato l’amico più caro e leale, anche l’interlocutore più ostinato nel ribadire con forza le proprie opinioni. Si vinceva, non era soddisfatto del gioco, si perdeva, non ammetteva attenuanti. Finita la partita alzava il telefono per ascoltare il mio parere, quasi mai condiviso ma utile a moderare le sue sofferenze. Solo che eravamo uniti dal grande sentimento della tragedia di Superga, come fosse un patto di sangue a sancire l’inscindibilità della nostra amicizia. Quanti tifosi saranno pienamente dedicati al tifo per la propria squadra? Tantissimi! La sua diversità risiedeva nel non essere mai contro per principio, mai fisicamente violento con gli avversari, mai compiere atti che potessero danneggiare la squadra. Il Toro retrocedeva, risaliva, cenni di riscossa, si avvicinava a vincere, mancava qualcosa o qualche trucco glielo impediva. Poi l’anno dello scudetto tanto agognato. Breve godimento, altre sofferenze, si riscendeva e si risaliva, fino al fallimento programmato. Lo abbiamo vissuto insieme ad Acqui, durante la preparazione estiva, l’abbiamo letto sul viso sconsolato dei dirigenti e dei calciatori. Abbiamo pianto come se fosse scesa la maledizione dell’aereo di Superga.
Vicende alterne anche di vita personale, gli anni aumentavano, le forze diminuivano, non riusciva più a recarsi allo stadio, a documentarsi sul campo. Rimaneva l’informazione del quotidiano che, diventato organo ufficiale dell’altra sponda, non lesinava velenose critiche alle vicende del Toro. Pillole amare che facevano leva sui contrasti del suo delicato stomaco sportivo. Allora mi riversava umori sempre più cupi pensando che le mie opinioni fossero diverse dalle sue, invece cercavo di addolcirgli la vecchiaia. Sono passati alcuni anni dalla sua dipartita, nel rigido protocollo di vestizione con maglia granata, marea di gente che testimoniava lo sviscerato amore per il Toro, non secondo alla famiglia, e rendeva onore alla sua grandezza umana, senza appartenenze sportive. Oggi, dopo ogni partita mi sembra ancora di sentire squillare il telefono, lui che mi chiama per sfogare la sua alta tensione sulla calma dei miei ragionamenti. Poi penso che se fosse ancora presente, il dover assistere alla discrasia dei tifosi con la società, al dissidio intestino tra tifosi, a una squadra sempre da rigenerare, tutto in balia di onde che non promettono nulla di definitivamente buono, il suo cuore non riuscirebbe a reggere realtà così devastanti. Allora, caro Ilio, resta di là dove brillano le stelle del Grande Torino a godere del loro esempio luminoso. Ciao.
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