Toro News Columnist Lettere alla Redazione Non e' mai troppo tardi per avere Giustizia

Non e' mai troppo tardi per avere Giustizia

Redazione Toro News

E' un periodo diffiicile, per il calcio italiano, per quello che oramai nemmeno i più ottimisti o partigiani osano definire “Il campionato più bello del mondo”. Non solo perché la neve riesce a bloccare tutto il giocattolo (ma in Bundesliga, come faranno?), ma anche e specialmente per il suo livello di moralità, mai stato tanto in pericolo. I recentissimi sviluppi del caso-scommesse potrebbero non essere gli ultimi, eppure nel frattempo i protagonisti del mega-scandalo precedente, quella Calciopoli di cui sono stati esplorati solo i confini, non smettono di arrogarsi il diritto di “chiedere”: risarcimenti, restitutizioni e quant'altro

Fa dunque quasi sorridere, fa quasi tenerezza, pensare all'unico grande “scandalo” del pallone della prima metà del XX secolo. Un presidente di Lega promise al Torino di restituire lo scudetto indebitamente revocatogli nel 1927. Lo disse solennemente davanti ai Caduti di Superga. Ma non lo fece. Né nessun altro dopo di lui. Fa quasi tenerezza, ma non é mai troppo tardi per fare giustizia; anzi, proprio per gli aspetti così sporchi del momento che stiamo vivendo, questo potrebbe paradossalmente essere un momento particolarmente indicato, come scrive un lettore, Simone Moricca.

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Passando davanti ad un ex negozio in Galleria San Federico (Torino centro, ndr), su una vetrina il pannello adesivo (sul quale involontariamente mi è caduto l'occhio, causandomi una perdita di 3 diottrie) indicava chiaramente "29 scudetti", e una scritta più piccola sotto indicava "2 revocati".
La scintilla si è accesa subito.
Mi sono ricordato del Nipote Piangina, quello del mezzo miliardo e del tavolo arbitrale. Quello che ha fatto suoi gli slogan drug(i)aioli del "senza illeciti ma con le prove ne rubammo 29". Richieste con un fondamento giuridico quantomeno discutibile, che tentano di far distogliere l'attenzione da un quinquennio disastroso per loro.
Ma c'è in realtà uno Scudetto revocato ottant'anni prima e caduto nel dimenticatoio (anche nostro) e che avrebbe maggior diritto di essere restituito ai legittimi proprietari. Il campionato federale 1926/27, vinto sul campo dal FBC Torino.

La vicenda è nota ai più: è il periodo a cavallo tra maggio e giugno del 1927, il girone finale del campionato è nel vivo. La squadra della città ha dominato il girone B, il dopolavoro dell'industria automobilistica ha vinto a pari punti con l'Inter il girone A. Il Torino ha vinto al momento tutte le partite, con l'eccezione del derby di andata. Ma presentiamo i protagonisti della vicenda.

Dottor Nani: dirigente del Torino, indicato come la parte attiva nella corruzione;
Luigi Allemandi: terzino del dopolavoro a strisce, indicato come il corrotto;
Francesco Gaudioso: studente catanese del Politecnico, indicato come colui che mise in contatto Nani e Allemandi;
Renato Farminelli: corrispondente da Torino de "Il Tifone", testata minore dell'epoca che non sopravvisse fino al dopoguerra, il "testimone" che fece scoppiare il caso;
Leandro Arpinati: gerarca fascista, podestà (equivalente del sindaco) di Bologna, presidente della FIGC.

Per raccontare la vicenda dovrei usare il condizionale, perché questo è quanto riportano le cronache dell'epoca (io non ne sono testimone diretto) ed il procedimento federale lascia più che perplessi.
Il Torino veniva da una serie di quattro vittorie consecutive, e un'altra era stata rinviata, dunque aveva conquistato 8 punti in 5 partite (2 punti a vittoria), e la seguente sarebbe stata il derby con i dopolavoristi. Che bisogno ci sarebbe stato a quel punto di tentare una corruzione, nonostante le due settimane tra l'ultima partita con l'Inter ed il derby? Nessuno, però le cronache riportano che, grazie al Gaudioso che alloggiava presso una pensione di via Lagrange, la stessa di Allemandi, il dottor Nani sarebbe entrato in contatto con il terzino a righe, pattuendo la cifra astronomica di 50.000 lire (pensate che "Mille lire al mese", la famosa canzone, è del 1939 ed indica uno stipendio alto) in cambio di un "accomodamento del risultato" del match, ripartito in una rata anticipata di 25.000 lire ed una seconda metà da versare dopo la prestazione.
La partita, disputata al Filadelfia il 5 giugno, terminò 2-1 per il Torino, ma Allemandi (nella foto accanto) fu segnalato dai giornali sportivi dell'epoca come uno dei migliori in campo. Per questa ragione, Nani avrebbe ritenuto di non essere tenuto a versare al terzino la cifra restante. Nella pensione di via Lagrange, alla presenza del Gaudioso, avrebbe avuto una lite con Allemandi, che sarebbe stata origliata dal giornalista Farminelli, anch'egli domiciliato in una stanza della pensione. Ad onor di cronaca, pare che a Farminelli fosse stata negata una tessera omaggio di abbonamento al Filadelfia in qualità di cronista, e che questo gli fosse rimasto legato al dito.

Il campionato si concluse ufficialmente il 10 luglio, con il Torino sconfitto a Bologna ma ugualmente campione d'Italia con due punti di vantaggio proprio sui rossoblù.
A campionato concluso, Farminelli titolò su Il Tifone "C'è del marcio in Danimarca", suscitando dunque l'interesse della Federazione fascista. Innegabilmente il presidente federale Arpinati aveva tutto l'interesse affinché il campionato rimanesse in "ordine e disciplina", rispecchiando il dettame mussoliniano. Il Torino, nel frattempo, aveva iniziato il nuovo campionato con il tricolore cucito sul petto.
Le indagini federali e la decisione finale vennero da Bologna, città di Arpinati. Già questo poteva far pensare ad una imparzialità, considerato il secondo posto del Bologna (e le voci che dipingono Mussolini simpatizzante del Bologna). Nel corrispettivo del "processo sportivo", però, quella che venne considerata la "prova schiacciante" era così fragile da suscitare il dubbio che fosse stata creata ad arte: durante un sopralluogo nella pensione di via Lagrange il vice di Arpinati rinvenne in un cestino dei rifiuti alcuni pezzi di carta che uniti risultarono essere una lettera nella quale Allemandi reclamava il pagamento a saldo della somma pattuita. Nulla impedisce di pensare, a ben vedere, che un gerarca fascista della caratura di Arpinati non disponesse dei mezzi per produrre prove false.
La sentenza, ad ogni modo, decretò la revoca dello scudetto al Torino e la squalifica a vita di Allemandi, che nel frattempo era passato all'Inter, anche se nel 1928 il terzino godrà di un'amnistia e sarà addiritturà campione del mondo nel 1934. Nessun provvedimento fu invece preso a carico della Juventus, poiché i bianconeri si difesero spiegando che il terzino si era mosso in maniera autonoma e che la società zebrata era dunque vittima, e non protagonista, dell'illecito avvenuto. Insomma, se da una parte fu applicato il principio della responsabilità oggettiva (quello che grazie a Moggi trascinò i dopolavoristi in B nel 2006), dall'altra esso fu completamente disatteso.

Lo scudetto restò "non assegnato", e non quindi dato al Bologna come i dirigenti della società felsinea reclamavano. Sulle motivazioni di questa mancata riassegnazione, contraria ai regolamenti che invece espressamente, secondo le norme del CIO, prevedevano la vittoria della seconda classificata nel caso di squalifica della prima piazzata, si avanzarono illazioni totalmente opposte. Da un lato c'era chi, credendo nella buona fede e nella probità di Arpinati (nella foto accanto), sostenne che fu proprio il gerarca a impedire la premiazione dei rossoblù perché ciò gli avrebbe tirato addosso ovvi sospetti di parzialità, dall'altro lato ci fu chi, specie tra i sostenitori granata, portò invece avanti la tesi secondo cui fu proprio Arpinati a ordire, e forse inventare o quantomeno gonfiare, lo scandalo che coinvolse Allemandi, mentre la mancata incoronazione dei felsinei sarebbe stata voluta da alti gerarchi, forse dal duce stesso, timorosi che le velenose critiche verso Arpinati potessero arrivare a discreditare l'immagine e l'autorità dello stesso Governo fascista.
La mia personale opinione è che Arpinati capì di averla fatta grossa inventandosi una prova dal nulla basata su una storia priva di fondatezza, creata da Farminelli ad arte per far pubblicità a sé ed alla propria testata, e preso dai rimorsi non se la sentì di andare fino in fondo con il furto.

Dunque, riepilogando:
- la cifra della corruzione;
- le circostanze della corruzione;
- la tardività nella pubblicazione dello "scoop";
- i rancori personali di Farminelli;
- la buona prestazione di Allemandi;
- la particolare posizione di Arpinati;
sono elementi che costituiscono un valido fondamento per richiedere una revisione di quella sentenza.
A ciò, si aggiunga la promessa dell'allora presidente della FIGC Ottorino Barassi di restituire lo Scudetto al Torino il 6 maggio 1949, ai funerali del Grande Torino, promessa mai mantenuta.

Lo Scudetto del 1927 è nostro. Ridatecelo.

Simone Moricca

(nella foto in alto: Filadelfia gremito, stagione 1926-'27)