Sara' l'assonanza col nome, ma...
In una domenica da dimenticare (speriamo!) dove tutto è andato storto e la squadra avversaria sembrava contro di noi il Real Madrid di Puskas uno sprazzo di luce c’è stato. Un primo tempo dignitoso (e persino sprecone) non avrebbe potuto far immaginare nemmeno ai più ipercritici tremendisti quello che ci ha riservato la ripresa. Affanno, paura, disperazione, angoscia… in un crescendo da “requiem per grande orchestra” ha paralizzato gli stralunati spalti che hanno evitato di contestare allenatore e giocatori e hanno riservato l’esternazione della delusione, giunta ormai a livelli di insopportabilità assoluta, al presidente. I “vaffa” elargiti a piene mani da una Maratona che grondava più sangue del set di “Salvate il soldato Ryan” sono stati scanditi con cinica precisione chirurgica. Per evitare assonanze confuse tra “Cairo” e “Doria” il popolo granata ha deciso di affiancare l’italico epiteto, non precisamente elegante, alla carica che nella società occupa Urbano Cairo. Il risultato è nelle orecchie di tutti e rimbomba ancora come un “De profundis” nei nostri timpani da quell’86° minuto di domenica 22 marzo 2009 che decreta (forse) la fine di un sogno e di un’infatuazione che mai è diventata amore. Il forse tra parentesi vuole ricordare che nel Calcio, come nella teologia cattolica, il tormentone di Rossella O’Hara in “Via col vento”, “Domani é un altro giorno”, è una regola aurea che nessuno ha mai tradito: ricordate la contestazione coi fischietti a Rolando Bianchi in quel Toro-Lazio dell’anno passato? Che siamo tuttavia arrivati ad una sorta di non ritorno è dimostrato anche dal fatto che alla contestazione non si è sottratto nemmeno il Club “Mamma Cairo”. Che dire della prestazione di domenica? Il perfido “fattore Toro” riesce a vanificare le qualità individuali (pur non eccelse) di ogni singolo giocatore quando vengono incasellate nel collettivo che si allena alla Sisport. Perché questo accade? Chi riuscisse a rispondere a questa domanda avrebbe il diritto di sedersi in panchina a dirigere le operazioni sul campo senza nemmeno l’obbligo di transito preliminare da Coverciano. Il gelo che ha attanagliato la Maratona dal 45’ all’ 86’ della partita contro la Samp è parente strettissimo dell’impotenza che prova il genitore di un figlio zuccone nel constatarne i disastri scolastici. Insomma, “Non c’è trippa per gatti”, “Non si può cavar sangue dalle rape”, “È più facile che un cammello…”; scegliete voi un adagio a caso e vedrete che cadrà alla perfezione come un abito fatto su misura. È inutile essere punitivi con chi sembra proprio non farcela, con chi sembra fuori posto e per giunta confuso, spaesato, disarmato, pronto ad essere messo alla berlina pur di far finire uno strazio che gli attanaglia cervello, muscoli e stomaco. Potrebbe servire cambiare allenatore? Credo di no, anche se non si può mai dire. Potrebbe servire cambiare presidente, assetto societario, aria? Di sicuro, in un’analisi globale del problema, questo avrebbe più senso, anche se invocare a pieni polmoni questa strada ha l’indubbio cattivo odore diffuso nell’aria da molti di quei genitori di allievi zucconi quando, constatata l’inutilità di rimproveri autoritari ai figli, decidono di colpevolizzare e magari martirizzare i professori. Insomma tira una brutta aria e la luce nel tunnel granata non si vede proprio. Eppure… Eppure questa squadra riesce sempre sorprenderti: anche quando ti prende il fegato e, da consumato barman, te lo strizza come un limone. Speranza, disincanto, disperazione… per 90 minuti eppure…verso la fine del primo tempo un Gasbarroni qualsiasi s’incunea da destra nella difesa avversaria; s’inclina palla al piede per saltare l’uomo e proseguire o crossare… È un attimo! Un flash, un fotogramma di un vecchio film non a colori (su queste pagine il termine BN è bandito anche quando si parla di cinema!) che il cervello coglie, elabora e restituisce al resto del corpo con la velocità del fulmine, la concisione di un telegramma e i brividi incontenibili dell’emozione che ti ferma il cuore. Quel Gasbarroni qualsiasi mi ha ricordato una Farfalla che smise di svolazzare troppo presto ma che tutti ci portiamo e porteremo per sempre nel cuore. Sarà la primavera (intesa come stagione e come curva) sarà l’assonanza col quel nome che faccio fatica a pronunciare ma in quel frammento di corsa contro il vento e contro il sole, in quell’andatura caracollante eppur non volgare, armoniosa, piena di promesse, di gioia, ho rivisto per un attimo proprio lui: Gigi Meroni.
Nicola Ferraro
© RIPRODUZIONE RISERVATA