Toro News Columnist Loquor Giorgia Meloni interviene sul caso Malagò

Giorgia Meloni interviene sul caso Malagò

Carmelo Pennisi
Loquor / Era cominciata a circolare vorticosamente la voce di un incontro nei giorni scorsi tra Malagò e Giorgia Meloni

Nelle ore convulse, con tratti da commedia, della decisione di commissariare la Federcalcio con il Commissario Giovanni Malagò fino a ieri Presidente della Figc(a molta stampa, nel tentativo alla Ennio Flaiano di andare in soccorso del vincitore, pare sfuggire la fallacia logica e giuridica di questo percorso. Pazienza), era cominciata a girare vorticosamente la voce di un incontro nei giorni scorsi tra Malagò e Giorgia Meloni, dove sarebbe stato trovato un accordo(chissà su quali basi, ma su questo la voce non entrava) per chiudere l’incresciosa vicenda del mancato tesseramento alla Federcalcio al momento della sua elezione a “Via Allegri”. Michele Criscitiello sull’indiscrezione ci si era buttato come un pescecane affamato provato da una lunga cura dimagrante da “Centro Messegué”, quindi l’aveva rilanciata sulla sua “Sportitalia” con l’enfasi di chi stava facendo il giornalista corsaro(nella società dell’immagine e delle suggestioni psichiatriche, l’importanza dell’autocertificazione è fondamentale).

I commenti in studio erano stati in linea con la decisione della stampa di schierarsi senza nessun dubbio al fianco del neo Commissario della Federcalcio, quindi si era proceduto con il “mascariare” i due colpevoli individuati: Andrea Abodi e Luciano Buonfiglio, di cui si stanno chiedendo a gran voce, da parte della truppa “malagoniana”, le loro immediate dimissioni. Il nostro è uno strano Paese, si riesce a chiedere le dimissioni per chi non ha commesso nessuna irregolarità, e invece si invoca la permanenza di chi l’irregolarità l’ha commessa. E’ difficile raccontare questa storia, se sulla prima pagina del “Corriere della Sera” un giornalista prestigioso come Massimo Gramellini fa rimbalzare per l’ennesima volta la tesi che “i nemici di Malagò, alcuni dei quali erano suoi amici, hanno agitato il vizietto di forma per invalidarne la nomina a presidente”. Fatta diventare una regola un cavillo o un vizietto di forma, resta da capire il motivo per cui alla fine la Federcalcio è stata commissariata. Se sfugge la logica ad una mente brillante come quella di Gramellini, immaginiamo cosa possa succedere nella sinderesi di chi queste notizie le coglie di rimbalzo mentre sta cenando o nel fuggevole dei social.

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Non mettendosi di fronte alla fallacia logica, al vicedirettore del “Corriere” deve essere apparsa irrilevante la posizione del Procuratore Federale Giuseppe Chinè, chiaro nel dichiarare di aver proposto l’archiviazione dell’inchiesta sull’irregolarità dell’elezione, perché appunto Giovanni Malagò non è un tesserato. Da questa deduzione di Chinè, dovrebbe essere facile capire per ogni tipo di logica o di cultura del motivo per cui dovrebbe essere vincolante il tesseramento per partecipare, in qualsiasi ruolo si voglia o si può, alla vita di una Federazione sportiva. Altro che “vizietto di forma”. Succede che qualcuno deve aver riferito a Giorgia Meloni la notizia data “Sportitalia”, ecco allora arrivare una nota ufficiale da “Palazzo Chigi” determinata a smentire in modo categorico ogni tipo di illazione su un intervento del Presidente del Consiglio riguardo alla nomina di Giovanni Malagò a Commissario della Figc. “Non ha avuto nessun ruolo”, insiste la nota. L’eccitazione nello studio tv di Criscitiello sale, perché non è la smentita di aver avuto un ruolo nel casino tra Coni e Federcalcio la parte più importante della nota di “Palazzo Chigi”: “il Premier specifica che qualora fosse realmente intervenuta, l’esito della vicenda sarebbe stato certamente diverso da quello che si è verificato”. Queste parole sono di un nitore cartesiano stupefacente, anche coraggiose politicamente se vogliamo, e stanno ad indicare quanto l’atto conclusivo della vicenda farsa non abbia avuto la conclusione auspicata da Meloni.

Proviamo a capire, anche attraverso delle ipotesi, partendo, appunto, dall’esito finale. Giovanni Malagò la spunta non attraverso un dibattito serrato e una maggioranza risicata, ma praticamente inondato da una mole di consensi dal sapore plebiscitario. Nessuna voce di dissenso, anche timida, si è levata contro il suo operato, comunque andato verso un commissariamento, anzi c’è stata la corsa generale da tutti le componenti del Coni a sostenerlo. Cosa avvenuta anche su tutta la stampa sportiva, e che fa giungere ad una conclusione inevitabile: il neo Commissario della Federcalcio tiene in pugno tutto il mondo sportivo italiano, il che lo porta ad avere un consenso massiccio e blindato riscontrabile solo nelle autocrazie, dove si va a votare esclusivamente pro forma. Prendendo atto della questione, forse si può capire il disappunto di Meloni e quali potrebbero essere le sue intenzioni, ovvero cercare di ridurre un potere fin troppo vasto in una persona in un settore culturale ed economico strategico contesto, e con le garanzie di una stampa realmente indipendente. Roma è tormentata dalle voci che l’attraversano, e molti si chiedono della curiosa casualità intorno a “Sport e Salute S.p.A”, la cassaforte del denaro dello sport italiano che è andata a sostituire “Coni Servizi”, che da quando è stata costituita nel 2019 su quattro Presidenti ne ha avuti tre autorevoli soci del “Circolo Aniene”, di cui Malagò è presidente onorario e dominus assoluto. A Giorgia Meloni devono essere sembrati tanti, troppi, gli intrecci di cui inevitabilmente l’ex Presidente del Coni è lo snodo principale.

“Non è solo il mancato tesseramento di Malagò –dice oggi l’avvocato Renato Miele, dal cui esposto è partito il caso-, ma anche tutte le omissioni intorno a Malagò che sono accadute. Cioè la Procura non si è mossa e nemmeno tutti gli organi di controllo della Federazione”. E’ interessante il parere legale di Mele sulla nomina di Malagò a Commissario della Federcalcio: “lui è un Commissario nominato. A questo punto non ha più una elezione dietro le spalle per ricoprire quel posto, ma è un nominato del Coni. E come fa uno che ha lavorato per tre anni nel Coni, con ruoli presidenziali che controllava la Federazione a ricoprire un incarico da nominato di un ente privato su cui lui esercitava il controllo da Presidente del Coni fino al 2025”? L’avvocato Mele il quesito lo ha rivolto all’Anac(Autorità Nazionale Anticorruzione), nella speranza si muova verso una situazione che definire surreale è dire poco. Giustamente l’avvocato capitolino, con un passato da ex calciatore, ha fatto notare l’irregolarità anche della corsa di Giancarlo Abete nell’ultima tornata elettorale che ha portato Malagò alla presidenza, in quanto era in chiaro conflitto di interesse viste altre cariche ricoperte all’interno del mondo del calcio. Sotto quell’ “esito diverso” espresso dal Presidente del Consiglio, quindi potrebbe esserci un’evidente insofferenza per una concentrazione di potere e di consensi passibili di una ramificazione di complicità dal sapore imbarazzante. Tutto potrebbe essere confuso per “scambio”, e non è detto che lo sia intendiamoci, a causa di una mole di potenziali conflitti di interesse impressionante.

“Il Corriere della Sera” e “La Gazzetta dello Sport” che stanno da giorni prendendo a picconate Luciano Buonfiglio e Andrea Abodi, quest’ultimo addirittura accusato di risentimento verso Malagò per il mancato appoggio all’epoca della sua corsa alla presidenza della Figc contro Carlo Tavecchio, fanno scaturire il sospetto di una linea dettata dal loro editore Urbano Cairo, sostenitore accanito di Malagò che potrebbe far passare il “tax credit” per il calcio più volte invocato dal presidente del Torino. E’ tutta una opacità foriera di facili schizzi di fango sulle persone, che si sarebbero potuti evitare con una gestione più trasparente e corretta delle cose. Quella tra Coni e Federcalcio è stata una delle pagine più brutte della storia dello sport italiano, e ha dimostrato come la discrezionalità, non solo nello sport, la faccia da padrona in Italia. “In ogni caso – scrive il “Domani” – si resta sempre lì, al circolo ristretto della romanità”, ed è proprio ciò a lasciare sconcertati. In conclusione: le parole di Giorgia Meloni sono il segno chiaro di aver abbandonato al suo destino Andrea Abodi e di non aver approvato la decisione di nominare Commissario della Federcalcio Giovanni Malagò. Lo sport deve essere certamente indipendente dalla politica, ma non dipendente da una sola persona. “Esito Diverso”, lo dico ad uso e consumo dei duri di comprendonio, vuol dire “finale diverso” e non “Abodi che cavolo hai fatto”. Se il centrodestra dovesse vincere le elezioni nel 2027, forse la storia non è finita qui come auspicano Malagò e la stampa sportiva in suo appoggio. Tutto è ancora da scrivere, quindi. O forse no.

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