Toro News Columnist Loquor Il calcio incurante del malaffare e degli utili di bilancio
Loquor

Il calcio incurante del malaffare e degli utili di bilancio

Carmelo Pennisi
Torna Loquor, la rubrica su Toro News di Carmelo Pennisi: "L’ex presidente federale ha l’ardire di battere cassa ad una finanza pubblica tra l’esausto e il collasso"

La mancia è la più grandeistituzione tacita d’Italia
Giuseppe Prezzolini

La sintesi del surreale documento redatto da Gabriele Gravina sullo stato dell’arte del calcio italiano, si riduce tutto ad una sola richiesta allo Stato: dai più soldi al calcio sotto forma di incentivi fiscali e crediti di imposta, e vedrai che tutto andrà per il meglio. Ah, ovviamente non dimenticarti di finanziare anche la costruzione di nuovi stadi o l’ammodernamento di quelli vecchi. Si questua senza ritegno, senza capire l’annunciarsi della fine di un mondo, immortalato in un rapporto debito/Pil italiano del 135-140% e un debito pubblico che sta per toccare i 3000 miliardi di euro. In un contesto dove gli ospedali allargano le braccia in segno di impossibilità di agire davanti a dei malati con diagnosi complicate, di fronte a gente che non riesce ad andare in pensione e con il problema di un mercato interno devastato da salari che non crescono a sufficienza o addirittura deflazionati, l’ex presidente federale ha l’ardire di battere cassa ad una finanza pubblica tra l’esausto e il collasso. Non si tratta di ricordare che la finanza pubblica ha delle priorità verso quei settori e quei soggetti impossibilitati a farcela da soli, ma anche di rilevare come ancora una volta in Italia si chiedano soldi alla fiscalità generale senza aver fatto una vera disamina sulle colpe di uno sfascio in atto. Non si sta parlando di un settore problematico nell’ avere dei ricavi(il calcio è una oggettiva macchina macina soldi), ma di un management incapace con questi ricavi non dico di fare utili, ma finanche di mantenere una situazione di “pareggio” nei bilanci. E tutto ciò mentre ci si trova nella classica situazione in cui il convento è povero e fatiscente nelle sue strutture, mentre i conventuali continuano ad aumentare a dismisura la loro ricchezza. In nessun settore d’impresa del mondo sarebbe possibile una simile discrasia patologica. Di più: non solo non sarebbe possibile, non sarebbe nemmeno accettabile come ipotesi per tirare a campare. Il nostro è un Paese abituato negli ultimi anni ad usare la leva fiscale per distribuire soldi a pioggia, e soprattutto avendo cura di farlo in modo alquanto immaginifico e senza avere sulla carta un serio business plain di sviluppo legato alla concessione di prezioso denaro pubblico. Quando si prospettò il ricorso al “Superbonus edilizio 110%” rimasi a dir poco sconcertato; era chiaro, a chi studia processi macroeconomici e monetari, che ci si trovava di fronte alla più grossa idiozia finanziaria mai congeniata da un governo italiano come non si vedeva dai tempi in cui Benito Mussolini varò il provvedimento “Quota 90”, ovvero la rivalutazione forzata delle “Lira” rispetto alla “Sterlina”, all’epoca moneta internazionale di riferimento.

Quando provai a raccontargli del “Superbonus”, un mio amico economista americano pensava stessi scherzando: “ami sempre giocare”, mi disse. Afferrando un attimo dopo di trovarsi davanti ad un racconto serio, prendemmo a parlare di quanto sia dannoso fare del doping finanziario in qualsiasi campo, ma in particolar modo nel settore d’impresa. Perché questo sta chiedendo Gravina al Governo, di fare del doping finanziario nella speranza che il conseguente immediato fenomeno estrogeno possa per miracolo rivitalizzare l’impresa calcio. E’ una sciocchezza economico/finanziaria di tale livello, che ci vorrebbe l’ampiezza delle pagine di un libro per spiegarla bene. Usare poi la leva fiscale in un mondo ipercorrotto e opaco come quello del calcio vorrebbe dire dare il via libera all’ennesima assalto alla diligenza dei soldi dei cittadini. Utilizzare il “tax credit” nel calcio per finanziare gli investimenti sui giovani calciatori non solo è un insulto al buon senso, ma sarebbe come regalare altri soldi al malaffare presente nella base della piramide del nostro calcio. Lo riscrivo per essere capito senza equivoci: c’è molto malaffare nelle vicende del nostro calcio giovanile, e non prendere atto di tale malaffare è gran parte del problema della mancanza di talento della nostra Nazionale. La corruzione distorce il mercato oltre ad essere una tassa occulta, ovvero qualcosa di non visionabile a qualsiasi metodo di valutazione. Immettere il “tax credit” in un sistema simile vorrebbe dire dare acqua ad una mala pianta, ma soprattutto dare risorse ad un sistema che di risorse già ne ha a profusione. Il giochino di aumentare i costi ogni volta giunti nuovi ricavi, è stata una delle cause scatenanti dell’esplosione della crisi del debito nel calcio. Una crisi che non riguarda solo l’Italia, sia chiaro, basti pensare alla consunzione finanziaria in atto al Barcellona, totalmente incapace di dotarsi di un orizzonte etico e pragmatico per sconfiggere il suo debito monstre. Gravina chiede soldi e nella sua relazione non c’è traccia di qualsiasi cosa porti al concetto di innovazione. E’ un dirigente vecchio stampo, aduso ad argomentazioni da vecchio libro. La mancanza di talenti e la gestione finanziaria deficitaria dei club sono due problemi separati, che solo nel caos infodemico possono essere confusi. Il Napoli di Aurelio De Laurentiis fa utili, ha bilanci sorprendentemente sani e con liquidità di cassa e accantonamenti importanti, eppure ha un settore giovanile deficitario come pochi. Il Napoli non avrebbe bisogno del “tax credit” per crescere nuovi talenti italiani, ma solo della volontà di volerlo fare. Stessa cosa dicasi per Atalanta e Udinese. Ma si tratta solo di volontà? Qualcuno ha parlato anche di mancanza di competenza, ed è probabile quanto anche ciò sia una variabile importante dell’incresciosa situazione dello scarso talento dei nostri giovani calciatori, però una domanda nasce spontanea: possibile siano tutti degli incompetenti i talent scout dei club nostrani? Oppure c’è dell’altro, nascosto tra le infinite pieghe dei non detti del calcio italiano? “da ragazzino-racconta un ex calciatore, oggi allenatore-giocavo in una scuola calcio della mia città. Avevo fatto una moltitudine di provini, ma nessuno mi aveva preso. Eppure ero forte. Mi dicevo: “segno una caterva di gol, tutti dicono che sono bravo, ma nessuno mi prende”. Ogni volta gli osservatori delle altre squadre prendevano ragazzi meno forti di me. Ad un certo punto ero distrutto, e pensavo che forse il mondo del calcio non era fatto per me”.

La storia di questo ex calciatore poi è finita bene, alla fine un treno è passato e ha avuto una buona carriera in Serie A. Ma molte sono le storie calcistiche che si interrompono, e numerose sono le testimonianze e i racconti di richieste di soldi per entrare nei settori giovanili dei grandi club o per giocare in squadre dalla Serie C in giù. Casualmente una volta ne parlai con una importante giornalista corrispondente all’estero, che mi raccontò di un nipote molto bravo al calcio, al cui padre avevano chiesto un mucchio di soldi per entrare in un settore giovanile. Il padre rifiutò di piegarsi ad una logica del genere, oggi il figlio studia all’università. Occorre chiamare le cose con il loro vero nome: queste sono tangenti. Riguardo gli stadi… quando l’Italia ottenne dall’Unione Europea una mole di soldi dal “PNRR”, era chiaro che tutte quelle risorse, data l’incapacità operativa della nostra macchina pubblica, non potevano essere messe “a terra” per mancanza fisica di progetti da poter attuare(un giorno spero si farà una indagine seria su tutte le problematiche legate al “PNRR”. L’informazione veritiera fa parte della salute pubblica nazionale). Poteva essere una occasione di un piano integrato tra Federazione e Lega Calcio per creare un fondo per ristrutturare gli stadi con questo tipo di finanziamento? Non rientravano forse gli stadi nel capitolo del “PNRR” dedicato al “turismo e cultura” e “agli incentivi per l’innovazione tecnologica”? Non si è aperto neanche un tavolo di discussione su questo, e viene da pensar male: forse l’accesso ai fondi del “PNRR” avrebbe significato più controlli sugli investimenti e sui bilanci dei club? Ognuno si dia la sua risposta, la cosa chiara che ogni mancata decisione, ogni omesso controllo, ogni incuria, porta sempre lì, al regno delle opacità dove il calcio ha sempre goduto di impunità varie. Non provare a mettere fine a tale sistema, questa è la colpa principale di Gabriele Gravina. “Il modo migliore per guadagnare è non perdere soldi”, recita un celebre detto, a quanto pare completamente ignorato dal mondo del calcio. Ma c’è un’altra regola aurea raccontata in ogni corso o master di gestione aziendale: “il profitto non è la finalità ultima dell’impresa, ma la prova che l’impresa sta creando valore”. Creare valore non va automaticamente a braccetto con l’aumento dei ricavi, questi ultimi sono semplicemente una delle premesse per avere degli utili in bilancio. A volte aumentare i ricavi in modo artificiale o disomogeneo, allontana una impresa dal profitto e da spazio al malaffare. Non è difficile da capire come concetto.


Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

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