La città e il calcio. L'esempio di Madrid, lo scempio di Torino
“Senza la moralità civica le comunità periscono”
Bertrand Russel
A volte si divaga nell’attesa che giungano idee risolutive, ma mentre si divaga c’è una parte del nostro cervello sempre vigile sulla nostra ossessione, ovvero su ciò per cui stiamo aspettando l’idea risolutiva. Così accade che mentre continuiamo la nostra discussione accesa sulla costruzione di nuovi o la ristrutturazione di quelli vecchi, a Madrid gli stadi del Real e dell’Atletico sono diventati progetti sociali, commerciali, urbani. Il calcio nella capitale spagnola cerca il futuro con dedizione ossessiva, chiedendosi continuamente come coniugare profitti, innovazione, e mantenimento dello status quo di un codice genetico originario, ovvero la natura costitutiva del calcio. Nel cuore della sintesi di una nazione frastagliata e conflittuale nelle tradizioni e nelle visioni antropologiche, Real Madrid e Atletico Madrid, che sono divisi persino dalla passione politica, stanno proiettando la capitale spagnola in quella modernità tanto evocata retoricamente dalle nostre parti. Gli stadi sono al centro di una idea in cui la politica e il calcio si sono incontrati, per continuare a credere nel gioco del calcio e per sottolineare l’importanza che esso deve avere per la città. Quest’ultima è sicuramente, nel tempo, divenuta rifugio del profitto in eccesso, ma un “Alcade” che si rispetti non sta lì a fare il notaio dell’inerzia bulimica dei ricchi, piuttosto invoca il diritto della città di aver una sua anima e una sua memoria da sostenere. La presentazione del progetto della “Ciudad Deportiva” dell’Atletico Madrid, che trasformerà l’area attorno allo “Stadio Metropolitano” nel cuore della vita artistico/culturale della capitale spagnola, rivela quanto il calcio abbia da dire non solo nella ricerca dei ricavi, ma anche e soprattutto nella rivitalizzazione del contesto socio/urbano della città. La “Ciudad Deportiva” sarà un partenariato tra municipio e Atletico, e avrà un investimento di 800 milioni di euro. Quando la politica e lo sport si muovono insieme, unite dal loro senso originario di occuparsi della società in modo trasversale, la città torna a vivere attraverso le infrastrutture e ai suoi centri vitali ad essi collegati. La lezione che giunge da Real(con la sua “Ciudad Real Madrid”) e Atletico è che c’è modo e modo di andare nella modernità o nel futuro, e soprattutto nel cercare i ricavi e i suoi utili a margine. Dalle nostre parti abbiamo mistificato il senso di progresso e futuro, utilizzandoli come scusa per andare ad arpionare soldi facili, specie se sono della fiscalità generale, giustificando il tutto con la narrazione del fatto che i club si sono evoluti in società per azioni, in imprese giustificate a fare ricavi. Qualcuno si è appropriato del nostro calcio per cercare di averne vantaggi economici spicci, senza sentire il bisogno di restituire niente alla città e alle sue comunità. Da questo punto di vista l’esempio di Torino è emblematico, sia da parte bianconera che da quella Granata.
La politica ha molte colpe (a mio parere è la principale responsabile), per non aver richiamato all’ordine le proprietà dei due club rispetto al ruolo che questi dovrebbero avere per la vita della città. Lo “Juventus Stadium”, ormai lo si può dire, è stata una banale e semplice speculazione finanziaria e commerciale. Al club bianconero sono state letteralmente regalate facilitazioni di ogni tipo, senza che il rifacimento dello “Stadio Delle Alpi”(chiamiamolo rifacimento per pura carità di patria. Sappiamo come sia stato un espediente tecnico/retorico per accedere ai fondi del Credito Sportivo)fosse stato concordato, in fase progettuale, come un elemento chiave dello sviluppo del capoluogo piemontese. Tutto ciò in nome di un futuro che sapeva di antico, ovvero far fare ai feudatari e ai loro vassalli tutto ciò che volevano, spacciandola per salutare libertà di impresa. Terrei a ricordare qualcosa che per alcuni, persi nello scetticismo cinico imperante, è retorica: la terra non ci appartiene in alcun modo, essa è un simbolo manifesto della comunità alla quale apparteniamo. Il calcio nasce per curare la malattia della solitudine, al fine di far risorgere la necessità salvifica di avere un luogo e una idea in cui stare insieme. Essendo lo stadio il luogo in questione, non si capisce, almeno io non lo capisco, la latitanza del municipio di Torino riguardo la vicenda dello “Stadio Olimpico Grande Torino”. Qualcuno dirà che esso, levando le ipoteche dell’Agenzia delle Entrate poste da anni sulla struttura, abbia fatto la sua parte. Ma le cose, per quanto vada ringraziato il sindaco Stefano Lo Russo di aver proceduto alla loro estinzione(quel che è dovuto, è dovuto), non stanno esattamente così. Una municipalità riguardo ad un bene comune, perché questo è il calcio, ha il dovere di fare di più, molto di più. Lo vado dicendo e scrivendo da tempo(purtroppo inascoltato), la politica è l’unica entità possibile e reale, a poter difendere un bene comune dall’arbitrio da chi fa di tutto per non essere scoperto nell’intento, appunto, di indulgere all’arbitrio.
La questione Stadio Grande Torino, se affrontata nel modo corretto e alla stessa stregua della municipalità di Madrid, potrebbe dare la stura per far venire finalmente allo scoperto, senza nessuna possibilità di alcuna opinabilità e rammarichi vari, sulle reali capacità e/o intenzioni di Urbano Cairo di essere capace di gestire un bene di pubblica utilità come il Torino FC. Ma, come detto, non è questo il vero centro della questione. Il centro della questione è far riappropriare alla città, e ai tifosi del Toro, di un bene inestimabile. Di un valore che, se ben gestito, sarebbe un volano per lo sviluppo della città stessa. Lo Russo dovrebbe far capire a Cairo come lui non sia un passante o uno spettatore, lui è il garante del presente e soprattutto del futuro della città. Egli deve richiamare, anche con clamore pubblico se è necessario, alle sue responsabilità l’attuale proprietario del Toro. Se Cairo, come pare in tutta evidenza, non ce la fa con forze sue ad acquisire e ad ammodernare l’Olimpico, allora la città deve costringerlo a sedersi ad un tavolo per vedere, insieme, come fare per dotare il futuro del Toro di una infrastruttura necessaria per la sua stessa sopravvivenza. Sarebbe un segnale non solo di sottolineatura che il calcio ha proprietari transitori(la proprietà metafisica di un club calcistico è dei tifosi. Questa è l’unica proprietà a rimanere per sempre), ma di quanto questo sport sia centrale nello sviluppo socio/economico/culturale della città. La politica deve, o dovrebbe, fare non solo buona amministrazione e gestire un naturale moto inerziale socio/economico, essa dovrebbe essere anche il motore delle idee e delle attese, pure quelle inconsapevoli o inespresse, delle comunità di cui il municipio è composto. Madrid insegna come lo sport, e in particolare il calcio, sia in grado di ridisegnare il contesto urbano per proiettarlo nel futuro.
I ricavi vengono non nel modo disordinato di appropriarsi di risorse dalla fiscalità generale, ma dalle innovazioni e dalle alleanze strategiche scaturite dallo squadernare nuove idee. La partnership siglata dai “Colchoneros” con “Oak View Group” e “Live Nation”, due colossi dell’industria mondiale della musica dal vivo, sono la dimostrazione sicuramente dell’intenzione di trovare nuovi ricavi, ma anche di trovare punti di contatto con la città e le sue pulsioni più recondite. Difficile confrontarsi con chi queste pulsioni recondite non li vive, perché sta in un altrove dove studia artifici contabili in bilancio per continuare a rinviare sine die il momento di una resa dei conti. Non possono essere, e non lo saranno mai, il “betting” o il “tax credit” la salvezza o la continuità imprenditoriale di un club calcistico. Non sarà un provvidenziale investimento pubblico senza condizionarlo ad un progetto socio/economico di largo respiro, ad invertire la rotta di un calcio indebitato. Il calcio può essere un modo per combattere le diseguaglianze e per offrire uno spicchio della città a tutti. Lo stadio, e tutto ciò che lo circonda, può essere un buon punto di partenza, potrebbe descrivere o invogliare che tipo di persone vogliamo essere, che stile di vita desideriamo o che valori estetici abbiamo. I sindaci, coinvolti in questa cruciale partita, non possono rimanere in ostaggio delle pretese delle proprietà. Non possono essere John Elkann o Urbano Cairo a decidere il destino di un bene così prezioso per intere comunità. Il sindaco si occupi di questo bene comune, e così facendo salverà la città.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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