Piovono pietre sul calcio italiano
“O l’amicizia preziosa o l’ostilità durissima”
Benito Mussolini
Volano stracci tra Giovanni Malagò e Andrea Abodi, Diana Bianchedi fa un passo indietro e si dimette dal ruolo di Capo Delegazione (pare sia per una questione di valori. La cosa fa un po’ ridere, ma in fondo in linea con il prendersi troppo sul serio dei Paesi sbrindellati), inoltre la confusione regna sovrana in tutto il calcio italiano. Chi ha la bontà di seguirmi ricorderà bene come non fossi proprio contento dell’ascesa a capo del calcio italiano dell’ex presidente del Coni, e quanto fossi ancora meno contento della nomina di Roberto Mancini a Ct della Nazionale italiana. Però ho sempre avuto l’idea che dopo una bella rissa in nome delle idee e degli scopi, il verdetto scaturito debba essere accettato e i rancori messi da parte: deve iniziare il lavoro nell’interesse di tutti.
Questo è un principio quasi sacro per me valido anche per la politica, e qui capirete il mio disagio da quando è crollata la cosiddetta “I Repubblica” con l’inizio della cosiddetta “II Repubblica”. Non si riescono mai a sopire nemmeno per un secondo le divergenze, e l’unica cosa veramente impossibile da accettare è il verdetto. I social hanno amplificato la guerra infinita su ogni cosa, e vedi gente dare etichette o srotolare insulti con una facilità sconcertante, forse a causa dell’esempio che viene dalla nostra classe dirigente. Non ho idea cosa ci sia dietro lo scontro in atto nel calcio italiano, ovviamente conoscendo bene molti attori in campo (con alcuni sono anche buon amico) mi sono giunte numerose ricostruzioni o ipotesi. Qualcuno, anche in Lega Calcio, pare abbia cambiato repentinamente opinione su Malagò alla presidenza della Federcalcio, e ora vorrebbe creare il clima per una sua giubilazione. Ecco quello che davvero non so: la causa dello scontento creatosi improvvisamente intorno ad un uomo in principio giudicato il salvatore del nostro sport più amato e seguito.
Al netto di Gesù, sono sempre stato contrario alla figura del “salvatore” e anche alle “persone del destino”, ognuno fa quel può, con quello che ha e rispetto al contesto temporale in cui si trova, e poi siamo tutti dei poveri peccatori. Per cui, lasciando per un attimo la storia della persona capace di risolvere tutto (è il celebre balcone di Piazza Venezia ad averci traumatizzati), qualche considerazione sulla vicenda credo la si possa fare. Lo scontro sembrerebbe tutto politico, con il Ministro dello Sport Andrea Abodi che non ha mai nascosto la sua contrarietà al far ascendere al trono di “Via Allegri” Malagò, con cui le frizioni, a causa di diverse visioni del mondo, sono state nel tempo varie e a tratti con toni accesi. Il presidente onorario del “Circolo Aniene” avrebbe voluto restare Presidente del Coni anche per un quarto mandato, cosa contraria da regolamento, al fine di gestire da numero uno dello sport italiano le Olimpiadi di Milano-Cortina, e forse l’avrebbe pure spuntata se non si fosse messo di traverso proprio Andrea Abodi. “I risultati straordinari e il prestigio internazionale non sono bastati”, disse all’epoca Malagò, scagliandosi contro la politica per non aver fatto un’eccezione.
Il personaggio è fatto così, è di quelli estremamente volenterosi nel voler essere trattato con eccezionalità. Le regole, in una certo contesto romano, sono semplicemente delle indicazioni, interpretabili per gli amici e ferree per i nemici. Curioso, poi, che si aspettasse un aiuto della politica per aggirare le regole, quella stessa politica che ha accusato, anche nelle ultime ore, di ingerenza nel mondo dello sport. Le opinioni spesso sono porte girevoli, non si sa mai dove finiscono per fermarsi. Dopo aver capito che una quarta presidenza non gli sarebbe stata concessa, allora ha provato a chiedere una proroga tecnica di sei mesi da arrivare alle Olimpiadi da dominus assoluto dello sport italiano: ennesimo rifiuto ricevuto dalla politica. Il personaggio è abile e scaltro, quindi chiuse la vicenda con una dichiarazione al “Corriere della Sera” in cui, con una disinvoltura a restare negli annali, dichiarò di non aver mai chiesto un quarto mandato al Coni.
Il lavoro costante fatto sulla stampa durante il lunghissimo mandato della Presidenza del Coni, dodici anni, lo hanno fornito dell’aura da migliore di tutti dello sport italiano, quindi è stato quasi una conseguenza naturale, dopo la terza eliminazione mondiale in Bosnia, che la stampa lo invocasse al capezzale del calcio italiano. Il sistema calcio fa l’errore di credere a lui come ad una soluzione conveniente, anche per calmierare l’opinione pubblica attraverso una stampa che non vede l’ora di rivenderlo come il dirigente sportivo più bravo di tutti i tempi. Il giochino riesce e la gente ritrova fiducia, ma Malagò non è il tipo da insediarsi in un posto solo per rivendere la sua immagine: vuole comandare su tutto ed è aduso ad agire come un caterpillar. Prende Paolo Maldini per poi liquidarlo alla velocità della luce, non aveva capito che l’ex stella del Milan non lo avrebbe mai appoggiato nella pantomima utile per riportare Roberto Mancini sulla panca della Nazionale, con cui, mi dicono alcune fonti, avrebbe avuto un accordo da prima della chiamata di Maldini. L’idea è quella coltivata nei metodi dell’Aniene, bisogna lavorare con gli amici e fare di tutto perché questo avvenga.
Ecco quindi arrivare la chiamata di Diana Bianchedi, vicepresidente del Coni, per il ruolo di Capo Delegazione della Nazionale. Bianchedi c’entra con il calcio come un condizionatore d’aria al Polo Nord, quindi nel mondo pallonaro si rendono improvvisamente conto di aver fatto un errore grossolano ad aver messo a capo di tutto una persona non ingombrante perché brava, ma in qualche modo pericolosa a causa di un decisionismo incline a non considerare nessuno che non sia suo amico/a o fedelissimo/a. Non puoi aprire nessuna trattativa diplomatica con un tipo simile, né sognare una concertazione: si fa come dice lui e basta. In un Paese strutturato per rendere le regole foglie di fico o oggetto di sorprendenti dimenticanze, è stato facile trovare la buccia di banana su cui far scivolare un presidente divenuto più insopportabile che scomodo: al momento della nomina alla presidenza non era un tesserato della Federazione, quindi era non candidabile. Chi lo dice? Lo dice Ugo Taucer, il Procuratore Generale dello sport. Esiste un parere più autorevole del Procuratore Generale dello Sport? No, non esiste.
La stampa insorge compatta, e l’imputato numero uno diventa ovviamente Andrea Abodi, al quale si imputa di non passare sopra alla regola perché nemico di Malagò, una regola che non era valsa per Gabriele Gravina e per Giancarlo Abete al momento della loro elezione. Il sillogismo, specie nella stampa gestita da Urbano Cairo e in quella napoletana volenterosa nel fare piacere ad Aurelio De Laurentiis, il primo a tirare la volata a Malagò in una famosa e veemente dichiarazione al termine di una riunione in Lega Calcio, fa quasi sorridere se non fosse di una gravità etica inaudita: visto che ad Abete e a Gravina non è stata contestata questa regola, chiudiamo un occhio anche per Malagò. Avendo girato il mondo un po’ per lavoro, posso dire una cosa con una qualche certezza: solo in Italia si poteva elaborare un tale sillogismo, e solo la nostra stampa poteva avere il coraggio di formularlo. Detto ciò, nessuno in questa vicenda ci sta facendo una bella figura, né la politica, né lo sport. E’ chiaro come si sia di fronte ad un regolamento di conti, e la Giunta Coni che il 6 ottobre dovrà decidere se commissariare la Figc oppure lasciare Malagò al suo posto, non ha la minima credibilità per prendere una simile decisione. Ma questo abbiamo e questo dobbiamo accettare. Malagò la spunterà, mi dicono, e forse è meglio così. Chiunque arriverebbe a sostituirlo sarebbe oggetto di un tiro al bersaglio inqualificabile, quindi consentiamo all’attuale presidente di riprendere il suo lavoro. Dobbiamo farlo per il bene del calcio italiano e anche per far cessare uno spettacolo indecoroso.
CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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