Si avvicina il 4 maggio
“La rabbia inizia con la follia
e finisce con il pentimento”
Pitagora
Si avvicina il 4 maggio e non è solo la data del ricordo di una squadra incredibile persa in quell’attimo fatale in cui la storia ribalta se stessa per ripartire da qualche altra parte, ma è anche il momento in cui la mente va in un altro contesto, in un altro calcio, in un’altra Italia. Non c’era la tv e non c’erano influencer in quella fine degli anni 40, e gli arbitri erano dei signori che potevano anche sbagliare, poiché al riparo dalla “movializzazione” forsennata, e a volte oscena, del loro operato. Il mondo non era tormentato dal sospetto come oggi, forse perché era appena finita una guerra da sessanta milioni di morti e una scarsa voglia di complicarsi ulteriormente la vita. I giornali erano animati da gente che sapeva raccontare, e l’avvenimento sportivo era più immaginato che visto: eppure funzionava. La modernità ha cambiato tutto, a partire dagli aerei più capienti che, se fossero esistiti in quell’inizio di primavera del 1949, oggi ricorderemmo un numero di vittime dell’incidente di Superga ben maggiore. L’implosione improvvisa della vita di Gianluca Rocchi, l’ex designatore arbitrale, dovrebbe far riflettere non tanto per le sue presunte colpe, ma piuttosto per come ci stiamo tutti affannando a farlo rotolare giù dalla torre. E’ una cattiveria esagerata e senza compassione, figlia probabilmente di una rabbia ormai latente nella società e che vuole solo occasioni, qualsiasi occasione, per manifestarsi. Non accettiamo la sconfitta, credo ciò sia abbastanza chiaro, e siamo soddisfatti del gioco quando siamo noi a vincere. Se ciò non accade, gli altri hanno imbrogliato o occupano abusivamente posizioni di rilievo. Provi a far ragionare, ma è tutto inutile: vogliono convincerti delle loro idee, spiegarti scenari, come se tu fossi nato ieri. Come se i palazzi del potere non li avessi mai frequentati. Come se tu non fossi edotto del posto e della cultura dove vivi. L’indignato si infervora, e questo pensa sia il viatico per divenire il demiurgo abile nell’aiutarti a decodificare la realtà. L’indignato accusa ma non argomenta, ipotizza ma non prova, spara aneddoti ma non li squaderna in chiave statistica. In questo modo tutto è vero nelle sue parole, e tu sei l’ingenuo inabile a capire.
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Nello stesso Paese stupito nell’apprendere dopo un decennio che forse Alberto Stasi è innocente, ancora non si riesce ad essere cauti nella pratica del “dagli all’untore”. Non riusciamo ad aspettare serenamente le evidenze, messo ce ne siano, dei fatti responsabili dell’emissione di un avviso di garanzia. Mentre scrivo, mi rendo conto come nulla si possa fare, al momento, per mitigare una società “imbelvita”, imbevuta di voglia di processi di piazza, di esposizione del cadavere del nemico a testa in giù a “Piazzale Loreto”. C’è disillusione e scetticismo verso i “poteri terzi”, non si crede più a niente se non a quel momento in cui vediamo realizzate le nostre aspettative, che sono immediatamente motivo di sospetto per chi ha una visione diversa dalla nostra. Non c’è più niente come il “Grande Torino”, ovvero non c’è più niente che ci unisce e ogni cosa ci divide. Cosa ci va a fare Gabriele Gravina da Lilli Gruber, in un contenitore che è di informazione politica, a parlare di calcio? Cercava forse protezione e cassa di risonanza, da una trasmissione notoriamente orientata politicamente dalla stessa parte politica a cui l’ex presidente federale si ascrive, per mandare in scena una filippica auto assolutoria senza contraddittorio? I politici devono imparare ad affrontare chi può metterli in difficoltà, solo così potrebbero eventualmente legittimarsi nelle loro argomentazioni. Invece si scelgono ogni volta le strade più facili, gli amici che possono aiutare ad attutire i colpi; tutto ciò a discapito della verità delle cose. Quando il cosiddetto “sistema Rocchi” (messo che esista. Staremo a vedere) andava costruendosi, cosa facevano a “Via Allegri”, dormivano? E inoltre: è realmente credibile che un sistema così ramificato, tanto da condizionare tutto il mondo arbitrale, sia stato congeniato e messo in atto nel solo breve periodo del regno di Gianluca Rocchi? La questione è così delicata e immaginifica, che mai come stavolta si avrebbe l’esigenza di consultare la carte dell’inchiesta della Procura di Milano. Consoliamoci: prima o poi arriveranno. Intanto un altro teorema che si sta costruendo è quello dei favoritismi di cui godrebbe l’Inter, che con Marotta avrebbe costruito un altro sistema di potere. Abituato a seguire la logica, e avendo approfondito nei miei studi universitari le metodologie usate dal potere e dal consenso, mi chiedo attraverso quale strumento di persuasione il club meneghino sia riuscito ad implementare questo suo potere.
In altre parole: cosa sono riusciti a fare all’Inter, che non è riuscito alla Juventus o al Milan? In cosa consiste tale potere e che mezzi di persuasione usa? Luciano Moggi dietro aveva la famiglia Agnelli, ovvero il conglomerato di interessi politico/relazionali/industriali più importante d’Italia; chi ha dietro Giuseppe Marotta? La messa in accusa è il tratto terminale di una indagine che non si deve mai basare su delle ipotesi suggestive, ma occorrono almeno degli elementi indiziari assai concreti. Scoccata la bufera molti sui social avevano stabilito quanto l’Inter fosse colpevole, e avevano emesso anche la sentenza: Serie B. Passano un paio di giorni, e dalla Procura milanese fanno trapelare come tutti gli indagati appartengano al settore arbitrale, che nessun club al momento è coinvolto. Sarà vero? Sarà falso? Intanto Simone Inzaghi, dal buen retiro dorato arabo, manifesta le sue doglianze in chiave difensiva: “ho sempre avuto grande rispetto per il lavoro degli arbitri e non voglio parlare del Napoli, che ha vinto onestamente lo scudetto. Ma resta la sensazione che ci è stato tolto qualcosa. Non accuso nessuno e non dubito della buona fede… perdere lo scudetto per un punto è doloroso”. Nella chiosa del tecnico piacentino c’è forse la chiave di volta di tutto, la difficoltà di accettare la sconfitta quando a pochi metri dal traguardo senti la vittoria già tua. L’anno scorso è capitato a quel fuoriclasse della panchina che è Francesco Farioli; non deve essere stato facile perdere l’Eredivisie, dopo averla dominata per tutto il campionato, all’ultima giornata alla guida dell’Ajax. Eppure, in ogni sua intervista sull’argomento, non troverete traccia di parole su presunti errori arbitrali o su un sistema PSV Eindhoven che da tre anni si sta portando a casa il campionato.
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Oggi il tecnico toscano si trova in testa al campionato portoghese alla guida del Porto (Andrè Villas-Boas, presidente del club lusitano, ha già detto che Farioli non si muoverà dalla panchina dei “Dragoes”), e ogni suo comportamento riflette il fatto di non aver mai allenato in Italia: non è contaminato dai nostri cattivi costumi. Giovanbattista Fazzolari, attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, auspica un radicale cambiamento alla Federcalcio. Ma cosa vuol dire un radicale cambiamento? Il politico non lo dice, ed è questo il problema: tutto rimane sempre sul generico. A voler provare a rintracciare l’epicentro della malattia in corso nel calcio, forse si può far notare come l’eccessiva pratica della simonia sia il motivo di quasi tutto il malessere. Si mercifica eccessivamente ogni cosa, e non si sta parlando solo di denaro. Un posto nel meccanismo calcio garantisce un allure sociale gravido di tanti vantaggi, per sé e per i famigli. Tante sono le testimonianze di corruzione nel calcio giovanile e in quello minore, troppe sono le carriere di giovani talenti stroncate perché non avevano le risorse necessarie per ungere chi poteva garantirgli spazio e visibilità nei settori giovanili. Innumerevoli sono le opacità presenti nel calcio minore, e mai affrontate dalla Federcalcio. Qualcuno ha detto che “non può essere tutto magia, qualcosa c’è da scontare”, e credo sia giunto il momento di affrontare con coraggio il maleficio, per sconfiggerlo con determinazione e farci così tornare a godere della magia. Il Grande Torino fu un simbolo di rinascita da un incubo, la lieta novella che l’Italia era tornata ed era pronta a ricostruirsi. Quando il 4 maggio ci fermiamo ad onorare quella squadra, in realtà non onoriamo solo quei giocatori magnifici(la loro foto è incorniciata sulla parete davanti alla mia scrivania da lavoro. Li guardo, e ogni volta ritrovo motivazione), ma anche quei nostri avi che non persero tempo ad additare il destino avverso o i fascisti. Si misero a lavorare per la Nazione, e dopo un po’ ritrovarono la comunità. Di ciò è stato simbolo il Grande Torino.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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