Tifosi del Toro, unitevi. La realtà del calcio italiano è questa
C'è un filo rosso che lega il caos di questi giorni attorno alla Nazionale italiana al momento che sta vivendo il Torino. Apparentemente sono vicende diverse, ma in realtà raccontano la stessa storia: quella di un calcio italiano che fatica sempre di più a progettare il proprio futuro.
Le cronache delle ultime ore sono sotto gli occhi di tutti. La Federazione aveva individuato in Paolo Maldini la figura attorno alla quale costruire un nuovo corso tecnico, con Andrea Pirlo destinato a sedersi sulla panchina azzurra. Poi, nel giro di pochissimo tempo, tutto è stato rimesso in discussione. Il progetto è naufragato ancora prima di nascere, le posizioni si sono ribaltate, sono arrivate le dimissioni di Maldini e Leonardo e il presidente Giovanni Malagò si è trovato costretto a ripartire praticamente da zero.
Al di là delle opinioni sui protagonisti, la sensazione è quella di assistere all'ennesima dimostrazione di un sistema che continua a rincorrere le emergenze invece di governarle. Nel calcio italiano si discute sempre dei nomi, raramente del modello. Cambiano dirigenti, allenatori e presidenti, ma il risultato sembra essere sempre lo stesso: decisioni estemporanee, visioni che durano lo spazio di una conferenza stampa e una programmazione che lascia troppo spesso il posto all'improvvisazione.
Se questo è il quadro ai vertici del nostro movimento calcistico, forse diventa persino più semplice comprendere perché tante società, Torino compreso, fatichino a costruire percorsi realmente ambiziosi.
Il Torino di Urbano Cairo vive ormai da anni in una sorta di terra di mezzo. Una posizione che garantisce solidità economica e continuità gestionale, aspetti che sarebbe intellettualmente scorretto non riconoscere, ma che allo stesso tempo sembra aver cristallizzato il club in una dimensione dalla quale non riesce né a uscire né a crescere. Non si soffre come accade altrove, ma non si sogna più come una piazza con la storia del Toro meriterebbe.
Ed è proprio questa lunga permanenza in una terra di mezzo ad aver alimentato una crescente distanza tra una parte della tifoseria e la proprietà.
Per questo considero importante la decisione dei gruppi organizzati di tornare allo stadio. Qualcuno l'ha interpretata come un allentamento della contestazione. Io la leggo in maniera diversa. La protesta non finisce, cambia semplicemente il modo di essere vissuta. Perché il Torino ha bisogno della sua gente e il calcio, oggi più che mai, ha bisogno dei suoi tifosi.
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Viviamo in un'epoca nella quale televisioni, algoritmi e interessi economici sembrano aver progressivamente allontanato il pallone dalle persone. Eppure, il calcio continua ad avere un senso soltanto quando sugli spalti ci sono uomini, donne e bambini capaci di trasformare una partita in un'esperienza collettiva. Il Torino, più di tante altre società, esiste proprio grazie a questa comunità. Senza il popolo granata, il Toro perderebbe una parte della propria identità.
È anche in questa prospettiva che merita attenzione il lavoro portato avanti negli anni da ToroMio. Per qualcuno è un'utopia, per altri un progetto troppo ambizioso. Ma è difficile negare che rappresenti oggi l'unica proposta strutturata che prova a immaginare un futuro diverso per il Torino.
L'associazione da tempo lavora per favorire una partecipazione diretta dei tifosi alla vita del club, ispirandosi ai modelli di azionariato popolare già presenti in altri Paesi europei. L'obiettivo è quello di creare le condizioni affinché la comunità granata possa diventare un interlocutore credibile per eventuali investitori e, un domani, partecipare attivamente alla proprietà del Torino. Nel frattempo, ToroMio ha costruito iniziative culturali e sociali, come la Biblioteca Granata, contribuendo a custodire quella memoria storica che rappresenta il patrimonio più prezioso del nostro club.
Questo non significa sostenere che ToroMio sia la soluzione a tutti i problemi del Torino. Significa però riconoscere che, mentre molti si limitano a denunciare ciò che non funziona, qualcuno ha deciso di elaborare una proposta concreta. Sarà il tempo a dire se quella strada sarà davvero percorribile, ma oggi merita almeno di essere ascoltata senza pregiudizi.
Nell'attesa che il futuro societario trovi finalmente una direzione più chiara, credo sia altrettanto giusto riconoscere ciò che di positivo esiste già oggi all'interno del Torino.
Il ritorno di Gianluca Petrachi restituisce al club un uomo di calcio che conosce profondamente l'ambiente granata e che in passato ha dimostrato di saper costruire valore tecnico. Allo stesso modo, sarebbe ingeneroso non riconoscere il lavoro che negli ultimi anni stanno svolgendo le aree marketing, commerciale e social del Torino, capaci di valorizzare un marchio che possiede una storia e un'identità uniche nel panorama calcistico italiano.
Anche la scelta di affidare la guida tecnica a Ignazio Abate, affiancato da Alessandro Gazzi, sembra andare nella direzione di riportare al centro valori che appartengono da sempre alla cultura granata: il lavoro quotidiano, il sacrificio, la disciplina, il senso di appartenenza. Nessuno può sapere se basterà per ottenere risultati importanti, ma è una base sulla quale vale la pena costruire.
Forse è proprio questo il momento in cui il popolo granata deve ritrovare la propria unità. Le opinioni possono essere diverse, la critica verso la proprietà può e deve continuare quando lo si ritiene opportuno, ma sarebbe un errore trasformare le differenze tra tifosi in divisioni permanenti. Perché, mentre presidenti, dirigenti e allenatori passano, il Toro resta.
Il Grande Torino non è diventato leggenda soltanto per ciò che ha vinto, ma perché è riuscito a rappresentare un popolo intero. Oggi nessuno pretende miracoli. Ma possiamo pretendere di non perdere ciò che ci rende diversi da tutti gli altri: il senso di appartenenza.
Per questo il mio invito è semplice.
Tifosi del Toro, unitevi.
Perché se il calcio italiano sta attraversando uno dei momenti più confusi della sua storia, il Torino potrà ritrovare il proprio futuro soltanto partendo dalla forza della sua comunità. È da lì che tutto è sempre cominciato. Ed è da lì che, prima o poi, dovrà ricominciare.
ANDREA ARENA - Learning Advisor, mi occupo di formazione e sviluppo organizzativo aiutando persone e team a crescere nelle competenze, nella leadership e nella capacità di collaborare. Credo che ascolto, empatia, condivisione e fiducia siano le vere leve per generare cambiamento e risultati sostenibili, per questo accompagno aziende e organizzazioni in percorsi su misura dedicati allo sviluppo delle performance e alla costruzione di una cultura collaborativa. Con #CuoreGranata porto questa stessa visione nel racconto delle storie di tifosi e professionisti legati al Toro. Attraverso interviste e testimonianze, raccolgo voci e passioni che si intrecciano con i valori granata, ispirandomi al modello del Grande Torino: resilienza, organizzazione, missione e visione che parlano al presente e al futuro.
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