Vent’anni di vuoto spacciato per pieno
Un gruppo di archeologi sta esaminando un’antica tomba etrusca. A un certo punto, sotto uno spesso strato di polvere, sembra emergere una scritta, un’incisione. Con una certa eccitazione gli studiosi iniziano a lavorare per farla venire alla luce. La cosa curiosa del messaggio, una volta visibile, è che non è nell’arcaica lingua tirrenica, ma in italiano sebbene un po’ particolare. Accanto al disegno di uomo raffigurato nell’atto di danzare, seppur in maniera un po’ goffa, c’è scritto: “Quando sono avvivato, non c’evano neanche i palloni”.
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La cosa peggiore è quando ti prendono per i fondelli. Mi vengono in mente esperienze lavorative, mie e di chi mi sta accanto, in cui in drammatiche call fatte per indorare la pillola in cui appaiono responsabili hr generalmente con accenti milanesi o romani per assicurare che la supposta che sta arrivando è un’opportunità, sarò soltanto per un periodo limitato nel tempo e amenità del genere. Quando si inizia a usare questo armamentario dialettico con tono quasi lacrimevole è d’obbligo avvicinarsi al muro. Ogni volta lo stesso pensiero: “Ma perché non dire semplicemente le cose come stanno senza rifilarci palle?”. E ogni volta le stesse modalità, perché non basta essere colpiti o vedere cambiare le cose in peggio, bisogna anche sentirsi dire che è per il nostro bene, perché, come diceva qualcuno di bravo “E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventan tristi se noi piangiam”. La cosa peggiore è quando ti prendono per i fondelli e col Toro succede spesso. Non bastano risultati mediocri, campionati finiti a marzo con giocatori in vacanza che poi tanto paga il mister, una campagna acquisti che sembra fatta da un bambino bendato che estrae i numeri del Lotto. Bisogna anche sentirsi spacciare continuamente questo vuoto come pieno, questo niente come risultati, questo spendere o poco o male come “mercato di livello”. Purtroppo se il presidente della tua squadra ha un impero mediatico questo è lo scotto da pagare dalla notte dei tempi, come insegna(va) quello che è considerato il mentore del patron del Torino FC. Quindi non basta che le cose vadano maluccio, dobbiamo sentici dire che non è vero o essere dipinti come pretenziosi.
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La cosa peggiore è quando ti prendono per i fondelli, ma ingenuamente credevo che, almeno per quest’anno, avessimo scampato l’agiografia nonostante fosse il Ventennio, pardon, il ventennale della presidenza Cairo. Lui stesso al termine di Toro-Fiorentina, nel solito improvvisato incontro con la stampa nel parcheggio dello stadio ormai vero e proprio format comunicativo della società, ha detto che non c’era nulla da festeggiare. D’altronde dopo due partite con un punto, zero gol fatti, cinque pere subite dall’Inter a San Siro da una squadra così ingiocabile da perdere in rimonta nel match successivo contro l’Udinese, una prestazione contro i viola con qualche timido segnale positivo se fossimo alla terza settimana di ritiro e non alla seconda di campionato e senza il becco di una conclusione in porta nel secondo tempo, c’era davvero poco da celebrare. Che ingenui. Il due settembre 2025 la Gazzetta pubblica un articolo di Stefano Agresti a tutta pagina dove si celebra “La ricorrenza”. Un pezzo che parla a un uditorio molto particolare che non sono i tifosi del Toro, ma quello che c’è fuori, chi segue soltanto le strisciate, chi porge un occhio distratto alle vicende granata, chi si chiede, nonostante le evidenze, che cos’abbiano questi granata da contestare. (Parentesi, consiglio da amico: quando tifosi della squadra che non sono la nostra si lamentano della dirigenza, fratelli granata evitiamo di dire “ah, avessimo noi questo o quello”, “ah, vi meritereste Cairo, lo vorrei io Lotito” o similari. Ogni tifoseria che si lamenta della propria società spesso ha ottimi motivi e, soprattutto, sono motivi che non sappiamo perché sono duri da far emergere esattamente come succede a noi, quindi, parafrasando una frase inflazionata di un po’ di tempo fa, “Ogni tifoseria che incontri combatte una battaglia contro la sua società di cui non sai nulla. Sii gentile. O almeno fatti i cazzi tuoi”). Ovviamente, per leggere tutto il suddetto pezzo, ci vogliono dei farmaci vicino visto le reazioni che può provocare in chi ama i colori granata: nervosismo, tachicardia, mal di stomaco, umore nero, cefalea, allucinazioni. C’è chi ha fatto un thread come il sempre ottimo Andrea Dalmasso su X in cui smonta pezzo per pezzo molte affermazioni ivi presenti. Io mi limiterò a qualche integrazione.
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Innanzitutto, e scusate se lo urlo, IL TORO L’HANNO SALVATO I LODISTI E QUANDO L’HANNO SALVATO CAIRO NON C’ERA. Ne avevo già parlato nel pezzo in cui omaggiavo Gianni Bellino, ma va ribadito sempre. Stavolta Aldo Grasso, nel pezzo celebrativo del Corriere della Sera che inizia con un paragrafo in cui dà indirettamente e non per la prima volta degli scioccherelloni a questi tifosi che credono di essere bravi a risolvere ogni problema e invece non fanno mai niente (il tutto con un paternalismo mica male e un inserimento della contestazione a Pianelli totalmente fuori luogo), nomina chi si battè per far sì che il Toro usufruisse del Lodo, ma quasi di sfuggita. Sì c’erano i Lodisti, sì Giovannone, nominati quasi en passant come se non fossero quelli che hanno veramente permesso al Toro di vivere quando non c’era nessuno al suo capezzale e non per modo di dire. Poi i palloni, questi palloni che non c’erano, pazzesco. Probabilmente prima dell’avvento di Cairo ci allenavamo come nel cortile del carcere di Mery per Sempre quando viene requisita la palla da Tony Sperandeo. Al di là di questo, e pur consci delle difficoltà logistiche presenti prima dell’avvento del Nazareno di Masio, Gazzetta parla anche di “rosa sparuta con nove giocatori”. Alcuni di questi giocatori erano Oscar Brevi e Andrea Ardito (titolari tutto l’anno, il primo addirittura capitano e che capitano), Diaw Doudou e Veldin Music, protagonisti durante la stagione e nei playoff. Altri erano in dirittura d’arrivo e gli acquisti verranno completati con la nuova dirigenza. Non parliamo proprio di sprovveduti. Anche tralasciando il fatto che siano stati messi De Laurentiis e Cairo nella stessa frase, visto che ADL è partito da un gradino più in basso arrivando a risultati che il “nostro” (sob!) presidente non vedrà nemmeno con il telescopio, non si può rimanere inerti quando la rosea attacca con tono mellifluo e irricevibile una delle tifoserie più pazienti d’Italia (sì, lo siamo, contro il Modena i distinti applaudivano Biraghi ogni volta che andava a battere un angolo tanto per fare un esempio) sulla contestazione che evidentemente dà fastidio, altro che stadio vuoto. “Capita che ci siano spesso contestazioni, ma succede un po’ dappertutto, anche dopo uno scudetto vinto, forse perché si hanno pretese superiori a quelle che possono permettersi i fatturati (determinati ormai soprattutto dai diritti televisivi), però sono tanti - anche se magari silenziosi - quelli che sorprendono e apprezzano gestioni attente, sicure, proiettate a proteggere il futuro.”
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Sembra quasi la pubblicità di un’assicurazione, invece si parla di calcio. Premesso che da questa società non mi farei nemmeno proteggere lo zerbino di casa o lo scopino del cesso e quindi figuriamoci il futuro, la strada l’aveva tracciata Vanoli dicendo che dove non si arriva coi soldi si deve arrivare con le idee, ma è stato crocifisso in sala mensa per questo. Basterebbe contare quanti soldi aveva il Toro di Pianelli che arrivò prima a sfiorare e poi a vincere lo scudetto (con due Coppe Italia alzate nel frattempo) per capire che si andava avanti a idee, ma lì c’erano Persone, e la maiuscola non un refuso, come Beppe Bonetto o l’avvocato Cozzolino a cui i protagonisti odierni non possono nemmeno sciogliere i legacci dei sandali. L’intemerata verso i tifosi mascherata da predica sapiente non è diretta ai noi, ma, come detto prima, a un pubblico esterno. Non tenete conto di questi picchiatelli, fanno solo rumore, c’è la maggioranza silenziosa e saggia che è dalla parte del presidente e la maggioranza silenziosa ha sempre ragione, sentite com’è silenziosa, così silenziosa che forse non esiste. (Tra l’altro curioso che si parli di contestazione, il giorno prima nel resoconto della partita non era nemmeno stata nominata, sicuramente una svista).
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Su Filadelfia e Robaldo sta parlando chi è più competente di me e allora mi taccio (anche perché pensare a chi ha messo più soldi per la ricostruzione del Fila e al fatto che sia ancora incompleto e senza Museo mi sento male) e mi giro a guardare il palmares di questi anni dove per la legge dei grandi numeri qualche sparuto momento felice c’è stato, ma la maggior parte delle lunghe giornate dietro al nostro amore è stata inghiottita da un lugubre nulla. I record sono una semifinale di Coppa Italia mai raggiunta, due sette a zero interni in neanche un anno, un derby vinto su ottomila, un esordio in campionato con cinque zucchine prese quando il massimo di reti di scarto in quasi centovent’anni di storia in un esordio era stato di due. Neanche il Talmone Torino (che vinse un derby retrocedendo) esordì così, mentre nel 6-0 subito dall’osceno Toro 2002/2003 aveva visto almeno un minimo di reazione di Bucci e Lucarelli mentre ci umiliavano, invece i nostri nuovi eroi erano bellamente a testa bassa con i parametri vitali al minimo. D’altronde ormai abbiamo un mix di personaggi che giudicano vestire il granata come una sorta di posto fisso checcozaloniano e altri che arrivano con la valigia in mano per farsi un annetto: che orgoglio vuoi e puoi avere? Si elogia il niente. Un mercato che non esiste dove Nkounkou viene definito un pupillo di Ancelotti per una manciata di partite all’Everton. Dove si gonfia e mistifica tutto. Dove si ignorano anni e anni di storia facendo paragoni solo sugli ultimi trenta. Dove vent’anni di vuoto vengono descritti come pieni di soddisfazioni o di cose di cui andare fieri. Toro mio, sono sicuro che un giorno ritornerai e tutto questo sarà solo un brutto ricordo, ma per favore fai presto che è sempre più dura. E, soprattutto, per favore smettetela di prenderci per i fondelli. Almeno quello.
Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (0 meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.
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