Toro News Interviste Antonio Pigino:''L'allenatore delle giovanili come maestro di calcio''
Interviste

Antonio Pigino:''L'allenatore delle giovanili come maestro di calcio''

Roberto Maccario
Spesso si parla di serie A, di serie B, di grandi campioni che si affacciano al palcoscenico italiano e internazionale ma troppo spesso si dimentica chi questi campioni li ha cresciuti e li ha fatti diventare tali. E’ il duro e ingrato compito del settore giovanile, un compito forse...

Spesso si parla di serie A, di serie B, di grandi campioni che si affacciano al palcoscenico italiano e internazionale ma troppo spesso si dimentica chi questi campioni li ha cresciuti e li ha fatti diventare tali.

E’ il duro e ingrato compito del settore giovanile, un compito forse troppo poco riconosciuto ma fondamentale ai fini della formazione e della crescita di nuovi calciatori. Lo sa bene Antonio Pigino, storico maestro di calcio granata, grande scopritore di talenti e ora responsabile del settore giovanile della Pro Vercelli, pronto a scovare, chissà, qualche nuova promessa.

Buongiorno Signor Pigino, innanzitutto come sta andando il suo lavoro ?


Bene, anche se con l’arrivo in panchina di Giancarlo Camolese ho iniziato a dedicarmi anche alla prima squadra come suo collaboratore.

Il settore giovanile della Pro Vercelli sta mettendo in mostra elementi interessanti, per esempio nella partita contro la Primavera del Torino abbiamo visto due attaccanti di grande prospettiva come Di Piazza e De Silvestro, giusto?


Giusto, noi crediamo molto nel settore giovanile e nella sua forza: sono al mio terzo anno qui a Vercelli e abbiamo costruito un gruppo di giovani molto solido, non era facile perché con la promozione in serie B della prima squadra abbiamo dovuto rinforzare le giovanili, trovandoci a dover affrontare campionati nazionali con la Primavera e con gli Allievi. La nuova avventura per ora sta andando bene e siamo soddisfatti per aver costruito squadre di buon livello.

Dopo il periodo di defaillance della prima era Cairo seguito al fallimento della società ora anche il settore giovanile del Torino sta facendo molto bene, è d’accordo?


Sì, i problemi appena citati erano dovuti al fallimento e alla conseguente mancata iscrizione: molti giocatori, come Acquafresca e Castiglia, scelsero di andarsene mentre altri rimasero, come Suciu, Gomis, Benedetti e Comi. Le cose sono andate migliorando di anno in anno e adesso, grazie al lavoro della dirigenza e di ottimi allenatori come Longo e Fogli, si stanno raccogliendo i frutti. Il settore giovanile è sempre stato la forza del Toro , basti pensare che, nella stagione 2004/2005, quando io e Zaccarelli portammo la squadra in serie A con i play-off, avevamo ben otto giocatori cresciuti in casa, e quando dico cresciuti non intendo calciatori che hanno giocato solo nella Primavera, ma che hanno fatto tutta la trafila in granata: Sorrentino, Comotto, Mantovani, Mezzano, Balzaretti, Pinga, Quagliarella e Marchetti, tutta gente che ha giocato o gioca in serie A.

Al giorno d’oggi molte delle società più importanti, già a livello giovanile, investono all’estero comprando calciatori stranieri: come si può competere avendo budget minori e potendo agire su una rete più ristretta, magari solo a livello locale?


Ripercorrendo antichi sentieri: battendo gli oratori e le strade, organizzandosi e coordinandosi meglio già a partire dalla scuola calcio. Non è detto poi che i giovani stranieri debbano necessariamente essere più bravi, semplicemente qui i ragazzi giocano meno a calcio rispetto a un tempo e hanno meno fame e voglia di fare sacrifici per sfondare, per migliorarsi e trovare uno sbocco, per questo noi allenatori dobbiamo essere anche degli insegnanti di vita.

Quindi il settore giovanile rappresenta una scuola in tutti i sensi, vero?


Sì, noi abbiamo una responsabilità verso le famiglie dei ragazzi: dobbiamo formarli non solo tecnicamente, ma anche nel carattere, in vista di un futuro anche lontano dai campi, e consentire loro di fare sport, che è una cosa importantissima.

L’allenatore degli Allievi Nazionali granata, Roberto Fogli, insiste spesso su questo concetto: a livello giovanile le vittorie contano per dare fiducia e morale ai ragazzi ma la cosa più importante è formare nuovi calciatori a livello tecnico e umano, concorda?


Concordo in pieno, a quest’età l’allenatore non deve insegnare tanto la tattica quanto essere un istruttore di calcio, formare tecnicamente i ragazzi, dargli gli strumenti adeguati: un insegnante di musica non può inserire un allievo in un’ orchestra se prima non gli ha spiegato il solfeggio e non gli ha mostrato come leggere le note. Spesso, soprattutto tra i ragazzini molto giovani, certe squadre hanno giocatori maggiormente sviluppati a livello fisico e quindi vincono, ma non è assolutamente garantito che poi saranno loro a farsi strada tra i grandi: quello che conta è imparare a giocare a calcio.

Grazie mille e in bocca al lupo.


Grazie a voi, un saluto a tutto l’ambiente granata.

Roberto Maccario