Bacigalupo a TN: "Si guardarono, silenzio. Sandro si mise a piangere, si abbracciarono"
Il primo ricordo di Sandro Mazzola? "Bacigalupo. Entro al Filadelfia, vestito da Toro, con mio padre. La sua mano destra stringe la mia. Mi poggia la sinistra sulla testa. Tiro il rigore. Bacigalupo agita le braccia come fa in campionato; la porta è piccolissima, lui enorme; poi però si butta da una parte, e io la piazzo dall’altra. Bacigalupo strizza l’occhio a papà. Io faccio il giro del campo esultando come un matto", ha raccontato Sandro a La Stampa. Un aneddoto che rappresenta il legame con il Grande Torino di chi a quella grande squadra ci è legato. Ai microfoni di Toro News l'ha raccontato Paolo Bacigalupo, nipote di Valerio.
Paolo, quanto l'ha toccata la scomparsa di Sandro Mazzola? “È toccante quando vengono a mancare personaggi di questo calibro. Poi c'è stato anche modo di conoscerci, mio papà lo conosceva molto bene. Anche perché mio padre, e questa è una cosa di cui non ha mai detto niente, si andava ad allenare col Grande Torino. Ricordo un aneddoto particolare tra lui e Sandro. Anni '80, mio padre non è mai voluto andare a Superga e difficilmente voleva recarsi, nonostante durante la presidenza Pianelli arrivasse in famiglia per il 4 maggio l'invito in carta filigranata. Lui trovava sempre una scusa per non andare su. Andammo solo uno o due anni dopo la morte di Meroni, c'era un evento dove erano presenti Pianelli e qualche dirigente del Toro. Io avevo 9 o 10 anni. Lì c'era anche Sandro e fu occasione per rincontrarsi. Poi, quando avevo già una ventina d'anni, finalmente con la patente, convinsi mia madre che convinse mio padre, perché all'ultimo momento trovò ancora una scusa. Erano gli anni '80, quando prese le redini Borsano. Ricordo di Sandro sul sagrato della chiesa e mio padre, salendo la scalinata di Superga e arrivando davanti alla chiesa, lo vide. Si guardarono, un momento di silenzio, Sandrino si mise a piangere, si abbracciarono. Questo era il grado di conoscenza, il grado di affetto che c'era con questa persona”.
Ha significato tanto per suo padre il 4 maggio? “Mio papà è mancato nel 2003, a 85 anni. Fino a quel giorno l'ho visto piangere ogni 4 maggio come un bambino. Dovevi lasciarlo stare perché per lui il 4 maggio era una giornata di sofferenza, era qualcosa di incredibile. Difficile da capire, ho iniziato a capirlo con il passare degli anni. Adesso che inizio a essere anziano anch'io, mi rendo conto cosa volesse dire, in maniera infinitamente più piccola, perché io mio zio non l'ho conosciuto, mi ha trasmesso mio padre questa mancanza. Però col passare degli anni mi sono reso conto di cosa significasse per lui e quale fosse il dolore che provava”.
Che persona era Sandro Mazzola? “Estremamente umile, una persona fantastica a livello umano. Continuiamo a ribadire lo spessore umano dei giocatori del Grande Torino, ma anche di quelli dopo: erano semplicemente umani, anche se facevano cose fantastiche, erano estremamente normali, erano infinitamente normali. E con Sandro potevi parlare di qualsiasi cosa, era una persona che non ti faceva mai pesare il nome, assolutamente niente di tutto ciò. Era una persona con cui stavi benissimo e potevi parlare tranquillamente di qualsiasi cosa”.
Sandro aveva raccontato che il suo primo ricordo era di aver tirato un rigore a Valerio Bacigalupo… “Sì, ma non era una volta, era la prassi. Quando lo portava allo stadio, quello era la prassi. Anni fa, classica riunione di famiglia natalizia, dove c'erano anche gli zii più vecchi, perché mio papà e Valerio erano i due fratelli maschi più giovani della famiglia. Mi arriva in mano una fotografia, vedo tutti sudati con la maglietta d'allenamento e ci sono Mazzola, Rigamonti, mio zio... e mio padre. Allora vado da uno degli zii più vecchi, Vittorio, e gli chiedo mio padre che cosa c'entrasse lì in mezzo. E allora mi spiega che lui ogni tanto partiva, andava su e si allenava con il Torino. Non me l'aveva mai detto. Anche lui era un buon giocatore, un mediano. Fu attenzionato dall’Empoli, in Serie B, ma per non allontanarsi dal paese non se ne fece niente. A differenza di Manlio, che andò a giocare nel Palermo, nell’Akragas…”
Cosa significa avere legami di sangue con il Grande Torino? Cosa si tramanda in famiglia? “Tanto orgoglio, sicuramente. E tanta umiltà, perché mio padre mi ha cresciuto con un diktat ferreo: “Non approfittare mai del tuo nome". Questa è stata una cosa che mi ha imposto, mi ha cresciuto con questa mentalità”.
Che cosa le raccontava suo padre riguardo a suo zio? “Solo le cose belle. Ho scoperto poi delle cose un po' più goliardiche venendo a Torino e parlando con chi lo ha vissuto nel periodo torinese. Ho scoperto il suo lato anche un po' birbante, in particolar modo con le ragazze. Mio padre mi raccontava principalmente delle doti, infatti mi spronava: "Guarda che lo zio saltava così, guarda che lo zio faceva questo, guarda che lui è cresciuto sulla spiaggia, e questo lo aiutava ad avere questa forza, questo scatto, questo colpo di reni…" Insomma, tutte queste cose. Gli altri zii poi mi raccontavano anche le parti di vita vissuta. Per esempio venni a conoscenza del fatto che lui e mio padre finirono davanti a un improvvisato plotone di esecuzione tedesco durante la guerra. Finirono in mezzo a un rastrellamento dovuto a un attentato che c'era stato da parte dei partigiani. Questo plotone di tedeschi girava rastrellando persone, in particolar modo giovani. Si salvarono solo perché la gente iniziò ad aprire le finestre e a gridare. Allora li lasciarono andare. Venni a sapere anche di quella volta in cui, a Noli con un suo amico, una macchina sbandò e finì contro di loro che erano seduti al tavolo di un bar. Mio zio, vedendo arrivare la macchina, ebbe la lucidità e la prontezza di riflessi di saltare via. Invece il suo amico rimase seduto al tavolo, fu investito dalla macchina e morì. Mio padre mi descriveva mio zio sempre come un ragazzo fantastico… e guascone, perché aveva 20, appena usciti dalla guerra, quindi c'era una gran voglia di vivere e di divertirsi. Valerio diceva fin da ragazzino che sarebbe diventato famoso, che sarebbe diventato bravo a giocare a calcio, forse volendo imitare Manlio che giocava in Serie A. Lui aveva questa voglia, questa determinazione di arrivare, forse anche feroce, perché comunque veniva descritto come uno che negli allenamenti metteva l'anima, quindi aveva questa intensità, questa determinazione di arrivare a essere quello che poi è riuscito ad essere, a un sogno che è riuscito a coronare”.
Cosa ha rappresentato Sandro Mazzola nell'ambito delle persone che hanno avuto un filo diretto con il Grande Torino? “Intanto un prosieguo del padre. Nel corso della sua grande carriera c’è sempre stato questo rapporto con quello che è stato Valentino. Anche nella vita privata, ad esempio, non si è mai sentito niente fuori posto da parte di Sandro, è sempre stato una persona a modo. Tra i parenti di Superga si è sempre stati tutti contenti nel vedere che Sandro stava percorrendo una carriera luminosa che ricordava quella del padre. C’è sempre stato affetto e mai un'invidia o un paragone in negativo tra lui e Valentino”.
Quale deve essere il lascito di una figura come Sandro Mazzola, nel calcio, ma anche fuori? “La figura di Mazzola insegna ai ragazzi ad avere sempre un sogno, ma a rimanere sempre le persone più normali di questo mondo e cercare di trasmettere il sogno. È una cosa che mi sembra si sia persa nei giocatori attuali. Hanno questo sogno e se lo tengono per loro, non lo vogliono spartire e non si impegnano a trasmettere la passione agli altri. Addirittura, certe volte li vedo molto egoisti, non dico nei soldi, ma egoisti proprio nei sentimenti, nelle sensazioni. Farei quasi un rapporto tra i giocatori nostrani italiani e i giocatori spagnoli. Al Barcellona insegnano a condividere la gioia che prova il singolo durante il gol con tutti i giocatori della squadra. Questa è una cosa che mi ha colpito molto. Ritengo sia un sentimento che manchi e che forse seguendo la figura di Sandro si potrebbe imparare”.
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