Toro News Interviste Emilio De Leo a TN: "Mihajlovic, l’uomo verticale. Ricordarlo è un dovere"
Interviste

Emilio De Leo a TN: "Mihajlovic, l’uomo verticale. Ricordarlo è un dovere"

Matteo Curreri
Dieci anni dopo il suo arrivo al Torino, il ricordo dell’ex collaboratore: “Era un punto di riferimento”

“Stiamo facendo gli allenamenti e tra qualche giorno abbiamo l’amichevole in Slovacchia e poi con l’Azerbaigian”. L’agenda è fittissima per Emilio De Leo, in vista dell’imminente tornata di gare internazionali. Dal gennaio 2025, infatti, è il commissario tecnico della nazionale di Malta. È il suo primo incarico da capo allenatore. La sua carriera, fino all’approdo sull’isola nel bel mezzo del Mediterraneo, lo ha visto perlopiù dietro le quinte. Su una panchina, sì, ma da collaboratore tecnico. Il suo viaggio lo ha vissuto per oltre un decennio al fianco di Sinisa Mihajlovic, fino all’ultimo giorno, fino a quando la sua scomparsa ha lasciato un vuoto non solo tra gli appassionati di calcio, ma anche tra chi non può non rimanere attratto da chi quella passione l’ha trasmessa, magari con ruvidezza e durezza, ma anche senza filtri né finzioni. Per questo, chi lo ha conosciuto ne parla come di un punto di riferimento, che inevitabilmente un po’ manca. Non può che essere così anche per De Leo che, tra i vari impegni, trova sempre un momento per parlare del capo, del collega e dell’amico che non c’è più. “Ricordare Torino non succede spesso e ricordare Sinisa è un dovere, va tramandato”. Sono infatti già 10 anni – era il 25 maggio 2016 – da quando Sinisa Mihajlovic prendeva le redini del lungo ciclo di Giampiero Ventura. Un rapporto forse interrottosi bruscamente, ma che lascia comunque un buon ricordo nella piazza. Ed è una buona occasione per rendergli omaggio, chiacchierando con chi lo seguì anche nell’anno e mezzo sotto la Mole.

Emilio, la prima volta in cui lei e Sinisa vi siete incontrati è molto curiosa.

“Era il 1998. Con la mia famiglia trascorrevo qualche giorno in montagna e riuscii a deviare l’itinerario verso la zona in cui sapevo ci fossero alcune squadre in ritiro, e a Vigo di Fassa c’era la Lazio. Io ero molto appassionato di calcio e avevo grande piacere nel seguire gli allenamenti. In quell’occasione incontrai Sinisa e mi feci una foto con lui. Poi, dopo un po’ di anni, ci fu l’occasione di cominciare a lavorare con lui e venne fatto questo montaggio fotografico con, da una parte, la mia foto da ragazzo che andava dietro ai suoi idoli e, dall’altra, quella con Sinisa alla prima partita ufficiale con la nazionale serba”.

Nel 2012, Sinisa l'ha voluta conoscere.

“Quando lui iniziò la sua prima esperienza da allenatore del Bologna, avendo io avuto contatti con tutto l’entourage di Mancini, in cui c’erano Fausto Salsano e lo stesso Sinisa ai tempi dell’Inter, nel momento in cui Sinisa volle iniziare la carriera da solo, Salsano mi chiese di collaborare con lui. Ma inizialmente fu a distanza: Sinisa non l’avevo mai nemmeno incontrato né avevo mai parlato con lui a voce. Semplicemente mi occupavo di preparargli delle relazioni e le strutture di allenamento. Poi ci siamo un po’ divisi: io ho continuato la mia carriera e lui la sua. Successivamente mi arrivò una chiamata, voleva incontrarmi di persona. Da lì abbiamo cominciato a stringere il rapporto, fino a quando lui accettò la proposta della nazionale serba e, nel 2012, mi volle accanto a lui in quell’avventura”.

Che persona era Sinisa nel quotidiano, lontano dall’immagine del duro? Molti giocatori lo descrivevano come una figura paterna.

“Non lo vedo diverso da come, in un certo senso, appariva. Era una persona diretta, senza peli sulla lingua, e questo significava essere sincero, non ipocrita; una persona leale, la cui parola valeva più di ogni contratto scritto. Lo è stato sia come professionista sia come persona. Molto esigente, come tutti sanno, non lasciava nulla al caso. Voleva sempre alzare l’asticella e sicuramente mi chiedeva tanto. Però lo faceva sempre con lealtà, con rispetto, e poi, quando avevi bisogno, era sempre presente e sapeva usare chiavi diverse per ogni persona con cui si rapportava. Lo diceva sempre: ‘Io ho cinque figli, ma con ognuno di loro ho un atteggiamento e un approccio diverso, perché ognuno ha la sua sensibilità e personalità’. Sostanzialmente faceva così anche con i calciatori e i membri dello staff. Ti stimolava, ti spronava, ma a modo suo ti faceva capire quanto ti fosse riconoscente. Poteva anche arrivarti un cazzotto alle spalle, ma con quel sorrisetto beffardo, e capivi che ti voleva bene e apprezzava quello che stavi facendo. Quando capiva che eri affidabile, diventava la persona più leale del mondo”.

C’è qualche aneddoto che le permette di raccontarlo?

“Ce ne sono molti. Penso a Milan-Torino 3-2, quando Ljajic uscì per un mal di pancia. In conferenza stampa fu simpaticissimo. I giornalisti cercarono di approfondire meglio il problema e lui disse apertamente quale fosse, senza tanti peli sulla lingua. Oppure la volta in cui, a freddo, dopo l’allenamento, si mise a calciare punizioni. Su 20 punizioni colpì per 18 volte l’incrocio dei pali. E aveva le scarpe da ginnastica. Cose che ti lasciavano a bocca aperta e ti mostravano il campione. Ma era bello soprattutto il rapporto che creava con i giocatori. Lui era sempre alla ricerca della sfida: poteva essere una partita a biliardo, dei tiri a canestro, qualsiasi cosa. Se ti sfidava, significava che in qualche modo ti considerava. Poi ci fu quello famoso della fascia da capitano a Benassi, un giocatore che lui stimolava continuamente. Al di là di quella dichiarazione pubblica (ndr "Fascia da capitano? Non è facile alzarsi ogni mattina alle 4, 4 e mezza e andare alle 6 a lavorare tutto il giorno e non arrivare a fine mese. Questo non è facile. La fascia è un piacere, un orgoglio"), era questo ciò che trasmetteva ai ragazzi. Anche i più giovani si sentivano più protetti e si assumevano maggiori responsabilità”.

Che ricordi ha dei primi giorni a Torino?

“Sicuramente ricordo tanta responsabilità per l’importanza della piazza. Immediatamente andammo a Superga. Per me, che ero cresciuto con i ricordi del Grande Torino grazie a mio nonno, grandissimo appassionato di calcio, fu molto emozionante. Mi raccontava sempre della partita in cui il Torino giocò con la Salernitana e vinse 7-1. Mi raccontava di quando Mazzola alzava le maniche della maglietta per aumentare il ritmo. Quando poi ci trovammo a Superga, da una parte c’era grandissima emozione, dall’altra la responsabilità legata alla storia e a ciò che rappresentava quella maglia. Dopo quell’emozione forte, ci fu subito grande concentrazione su ciò che andava fatto. In poco tempo si creò questa simbiosi tra Sinisa e il pubblico. Sembrava la piazza e il contesto ideali per lui”.

Che gruppo era quel Toro?

“Un gruppo di talento e qualità, ma anche molto affamato. Sicuramente giocavamo in modo spregiudicato e concedevamo tanto, molto probabilmente. Esprimevamo un ottimo calcio. Ci fu l’annata di Belotti da 26 gol, ma in generale fu una stagione con tantissime reti. Erano tutti motivatissimi, desiderosi di affermarsi. Fu fatto, secondo me, un bel lavoro in sintonia con la società. Venne fuori un bel gruppo che poteva togliersi qualche soddisfazione anche in futuro, ma poi le cose andarono diversamente”.

Qual è stato il momento più bello a Torino?

“Il momento per me più significativo fu la vittoria in casa per 3-1 contro la Roma. Fu una partita bellissima, contro una Roma fortissima di Spalletti, e noi riuscimmo subito ad avere un impatto importante. Ci fu una bella partita di Castan, che veniva dal suo percorso legato alla malattia. Fu una giornata bella e significativa. Io ero fiero quando riuscivo a dare il mio contributo, però ero anche contento per Sinisa quando riuscivamo a battere allenatori più titolati. Fu una partita che incarnò molto lo spirito Toro”.

Invece quello più duro? L’esonero?

“Credo di sì, perché non ci fu una motivazione tecnica. Probabilmente non avevamo dato grande continuità in termini di vittorie, però stavamo facendo partite importanti. Fu un po’ inaspettato. Fu una notte tormentata: eravamo tornati dal derby. Non fu piacevole e provammo delusione e amarezza. Io non ebbi modo di incontrare Sinisa, ma diversi giocatori andarono a trovarlo in albergo, perché c’era un legame incredibile. Fu una decisione della società che andava rispettata, ma sicuramente turbò tutti, soprattutto i ragazzi che stavamo valorizzando”.

Cosa mancò al Toro nella prima stagione per raggiungere l’Europa?

“Sicuramente dovevamo avere un pizzico di equilibrio in più. Noi non vincemmo una partita a Empoli e, altrimenti, avremmo potuto inseguire il treno Europa. Ci mancò qualche dettaglio, qualche episodio, ma per il resto avevamo costruito bene. Il primo anno ci poteva stare, anche perché facemmo 53 punti. Magari con un po’ più di cinismo potevamo arrivare a 60. Però, per quello che stavamo cercando di fare e per come valorizzammo diversi giocatori, facemmo un’ottima stagione”.

Ci sono dei ragazzi di quel Toro che le capita di sentire ancora? C’è anche Valdifiori nel tuo staff.

“Ne ho incontrati tanti nel corso degli anni. Valdifiori è qui con me come collaboratore tecnico e il nostro rapporto è cominciato allora. Non siamo nemmeno stati tanto insieme, ma si era creato un bel feeling un po’ con tutti. Qualche settimana fa era venuto a trovarci qui a Malta Joel Obi. Sento spesso Molinaro. Ho sentito anche Rossettini mentre stavo allestendo lo staff e ha fatto molto bene con la Roma femminile. Zappacosta l’ho ospitato più volte a Salerno. Ho un rapporto speciale anche con Iago Falque. C’era molta sintonia. Qui a Malta c’era poi Alessandro Davite, che era il video analista ai tempi del Torino. Qualche settimana fa era venuto a trovarci Leo Longo, che a quei tempi era segretario del Torino e ora è al Genoa”.

Come ha vissuto l’ultimo periodo al fianco di Sinisa?

“È stato uno choc per tutti. All’inizio la malattia fu tenuta riservata da Sinisa stesso per le prime due settimane. Noi avevamo iniziato il ritiro e lui non era con noi; lo abbiamo saputo dopo. Poi lui cercò fin da subito di mostrare gli artigli, come già faceva. È stato lui a dare forza a noi. La cosa più difficile era proprio questa: lui era molto voglioso di affrontare questo percorso con coraggio, mentre noi eravamo in ansia per lui e dovevamo combattere contro le aspettative, perché non volevamo deluderlo e fargli capire che poteva dedicarsi al suo percorso a tempo pieno. Noi abbiamo dato tutto noi stessi per portare avanti il lavoro tecnico nel modo migliore. Era doveroso nei suoi confronti. E oggi, col senno di poi, mi viene spesso da chiedermi dove avrei potuto fare di più, dove avrei potuto dargli un’ulteriore gioia. Poi la realtà è che Sinisa ha dato tutto se stesso in ogni attimo del percorso che ha affrontato e, come dico sempre io, mi piace pensare che lui non sia uscito sconfitto nemmeno stavolta, perché quando metti tutto te stesso in un percorso, in una battaglia, senza alibi, non sarai mai sconfitto, perché avrai guardato in faccia l’avversario. Lo ha fatto da calciatore, da allenatore, ma soprattutto da uomo”.

Colpisce che ancora oggi pensa, in qualche frangente, di non aver fatto abbastanza.

“È chiaro che lui aveva la sua pressione, però dall’altra parte anche noi ne avevamo tanta. In quel periodo riuscimmo a vincere con l’Inter e per noi fu una soddisfazione, perché sapevamo di averlo reso orgoglioso: pur affrontando un avversario così forte, eravamo riusciti a rappresentarlo. Quando invece le partite non andavano bene, ci sentivamo in colpa, perché non gli avevamo dato una gioia, una serata positiva che lui avrebbe potuto riversare nella sua battaglia quotidiana”.

Che insegnamento si porta dietro di Sinisa?

“Mi accompagna molto il concetto di internability, cioè quello di focalizzarsi sul proprio lavoro, senza alibi, ed è ciò che cerco di trasmettere a tutti. Questo è alla base del rapporto con Sinisa e di ciò che ha trasmesso ai gruppi che ha allenato. Anche qui a Malta lo stiamo facendo quotidianamente. Al di là del record di punti, abbiamo fatto un girone di qualificazione positivo, affrontando ogni avversario a viso aperto. Ed è questo uno degli insegnamenti che Sinisa mi ha trasmesso e che ci univa, perché ci siamo trovati per tanto tempo proprio perché avevamo valori umani molto simili”.

Come lo descriverebbe con un aggettivo a chi non lo conosceva?

“A me piace la definizione che diede Giorgio Porrà: ‘L’uomo verticale’, perché si assumeva sempre le responsabilità, non abbassava mai la testa. Una cosa che ho provato in occasione del suo funerale — tra l’altro mi sono seduto proprio di fianco a Cairo in quella circostanza — è stata vedere tanti suoi ex giocatori e tante persone che lo avevano conosciuto, e per ognuna di quelle persone ricordavo quando Sinisa aveva messo la faccia, parando i colpi nei loro confronti. Quante volte si è preso la responsabilità rispetto al Torino, a Cairo, al fatto di dover alzare l’asticella. Critiche, aspettative, dubbi: a lui non fregava niente. Ci metteva la faccia, tirava fuori il petto, e questo significava assumersi la responsabilità affinché gli altri tirassero fuori il loro talento e il loro valore. Quando gli sarebbe bastato — come fanno molti nel calcio — fare buon viso a cattivo gioco. Questo corrisponde perfettamente alla visione di un uomo verticale”.