Mezzano a TN: "Il Toro deve avere il coraggio di scommettere"
Ventuno anni fa il Toro visse la vittoria più effimera della sua storia. Quella definitiva. Una cavalcata entusiasmante, vissuta ad alta intensità, culminata nei massacranti 120 minuti dello spareggio con il Perugia al Delle Alpi. Pochi giorni dopo, però, il Torino Calcio sparì per sempre. Da lì sarebbe cominciata l'era Cairo, che dura ancora oggi, con tutto ciò che ne è conseguito, anche nell'attualità. Luca Mezzano, in esclusiva a Toro News, ripercorre quella festa e la doccia gelata che seguì nell'estate del 2005, per poi soffermarsi sul presente e sul futuro del Torino, che riparte da Abate in panchina.
Mezzzano, che ricordo ha della stagione 2004-2005?
«È stata la mia ultima stagione al Toro. Una stagione bellissima. Eravamo un gruppo di ragazzi molto unito. C'eravamo io, Balzaretti, Comotto, Sorrentino, tanti di noi avevano respirato l'aria del Filadelfia. Ed è stata proprio questa la chiave per centrare l'obiettivo della promozione nello spareggio contro il Perugia. Un'emozione bellissima, con lo stadio stracolmo di gente. Fu una partita super emozionante, perché rimase in bilico fino al 120'. A livello di partite giocate è uno dei ricordi più emozionanti della mia carriera».
Fu solo una serata di festa o già percepivate un possibile retrogusto amaro?
«Per quanto ne sapevamo, fu una serata di festa assoluta. Quello che successe nei giorni successivi fu una doccia gelata per tutti. Credo sia l'unico caso nella storia di una squadra promossa nella categoria superiore che poi fallisce: di solito accade a quelle che retrocedono. Quella sera fu una grande festa».
Qual è la prima immagine che le viene in mente di quella festa?
«Mi vengono in mente sicuramente il 'casino' insieme ai compagni negli spogliatoi, i brindisi, i cori. Ma soprattutto quello che mi è rimasto più impresso di quella serata è lo stadio gremito, con la curva strapiena, come ormai non siamo più abituati a vedere».
Il riferimento è a quello che è accaduto in questa stagione. L'ha colpita?
«Sì, ma non è solo questa stagione. In generale si è perso un po' di calore intorno al Toro ed è un peccato, perché è una piazza a cui bisogna dare quello che merita. È chiaro che non è facile. Il Torino ha un passato pesante, oggi il calcio è cambiato tanto, ma io credo che ci sia ancora tantissima passione e che questa passione vada recuperata».
Che cosa si merita il tifoso del Toro?
«Il tifoso del Toro merita una squadra all'altezza del suo passato. Non dico a livello del Grande Torino, perché sarebbe utopia, però credo che sia una piazza che, per bacino e potenzialità, debba stare a ridosso delle grandi squadre e disputare campionati in cui, ogni tanto, possa ambire all'Europa. Perché è una piazza che ha dimostrato di meritarlo».
Che Toro è nato dopo il fallimento?
«È un Toro che non ha più vissuto gestioni avventurose. Quanto meno, Cairo ha garantito una Serie A stabile, tranne una retrocessione e un paio di stagioni in cui si è rischiato di retrocedere. Però si è attestato su un livello un po' troppo basso per quella che è la storia e il potenziale del club. Il Toro è una realtà più importante di quanto sia stato fatto finora. Mi viene in mente il Toro che è arrivato in Europa League, traguardo raggiunto proprio sotto la gestione Cairo. Quello dovrebbe essere il metro di riferimento: ogni tanto fare due passi indietro e due avanti, riuscendo a entrare in Europa o, quanto meno, a sfiorarla e a giocarsela fino in fondo».
Qual è il primo passo che la società deve fare per andare incontro ai tifosi?
«Semplicemente alzare il livello. È chiaro che oggi società come il Toro non possono competere economicamente con le grandi potenze, che di fatto hanno i primi posti quasi assicurati. Però è anche vero che, lavorando sotto altri punti di vista, rafforzando settori come lo scouting, le strutture e investendo nel settore giovanile, puoi costruirti i campioni in casa, arrivare prima degli altri e poi fare plusvalenze importanti. Prendiamo l'Atalanta come esempio».
Che cosa le è piaciuto di meno dell'ultima stagione?
«Si pensava fin da subito che la difesa fosse il punto debole del Toro e, a un certo punto del percorso, ha messo la squadra in una situazione abbastanza critica. Con il cambio di guida tecnica, però, il Toro ha cambiato marcia, ha trovato identità e, dal punto di vista difensivo, è migliorato molto. Quanto meno ha raggiunto l'obiettivo minimo senza particolari problemi».
È il primo reparto su cui si deve intervenire? Quali sono i suggerimenti di Mezzano?
«Il suggerimento è di lavorare insieme all'allenatore, in base alle sue richieste e al tipo di gioco che vuole fare. Se si vuole giocare uomo contro uomo servono difensori veloci. Giocando con la difesa a tre, invece, avere difensori tecnici permette anche di sfruttare uno dei vantaggi di questo sistema, cioè la costruzione con i braccetti che entrano dentro al campo e accompagnano l'azione. Bisogna trovare i profili adatti allo stile di gioco che il mister vorrà adottare».
Ed è quello che non è stato fatto con Baroni.
«È un lavoro che era già cominciato male. Quando prendi un allenatore devi sposarne la filosofia e capire come impostare la squadra. Se vuoi giocare con il 4-3-3 o il 4-2-3-1 è chiaro che devi avere esterni forti. Il lavoro va sempre fatto tutti insieme. Poi magari non si vince lo stesso, ma le cose vanno fatte bene».
La scelta di Abate conviene sia al Toro sia a lui?
«Io credo che, per il Toro, puntare su un allenatore emergente possa essere una scommessa interessante. È un tecnico con grande energia, che ha fatto bene alla Juve Stabia. Per lui è un'occasione importante, in una piazza altrettanto importante. È una scommessa per entrambi. A me piace che il Toro possa puntare su profili emergenti. Piuttosto che spendere due milioni per un allenatore, vai a risparmiare qualcosa prendendo un emergente con principi di gioco riconoscibili e poi costruisci la squadra insieme a lui. Il Toro deve avere il coraggio di scommettere».
Il Toro sul mercato guarda a profili italiani.
«Il Toro deve puntare su giocatori emergenti. Abate conosce benissimo Cacciamani e non sarà l'unico. Il Toro non può prendere giocatori già affermati spendendo 40 milioni di euro. Il tifoso del Toro non è contro gli stranieri. Allargando il discorso al calcio italiano, però, non si può avere il settore giovanile pieno di stranieri se si vuole tutelare il patrimonio del nostro calcio e, di conseguenza, la Nazionale. Il Toro deve puntare su giovani emergenti. Se poi sono italiani e provengono dal settore giovanile granata, questo viene apprezzato ancora di più».
Si ricorda di cosa significava essere un giovane emergente del Toro?
«Io sono uno degli ultimi prodotti di un settore giovanile che sfornava giocatori in serie. Anche prima del mio periodo, se pensiamo al Toro di Lentini, Vieri, Fuser, Cravero, Ezio Rossi. Il Toro era un punto di riferimento, un esempio per tutti. Poi hanno iniziato a seguirlo anche altre squadre. Oggi, invece, questo è uno degli aspetti su cui il Toro dovrebbe insistere e investire».
Da poco ha lasciato il Chisola per l'Albese.
«È un periodo intenso, in cui stiamo lavorando molto duramente per allestire una squadra importante in vista della prossima stagione. Sono molto concentrato sulla costruzione di questa squadra, perché ci aspetta un'annata importante. Stiamo cercando di lavorare nel miglior modo possibile per farci trovare pronti. Per il resto, ho trascorso tanti anni al Chisola, dove mi sono trovato benissimo. Abbiamo ottenuto tanti risultati importanti, sia con la prima squadra sia con il settore giovanile. Credo sia stato un periodo molto bello e ora sono totalmente concentrato su questa nuova avventura».
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