Toro News Interviste Romero a TN: “Mazzola amava il Toro. Oggi lo spirito granata è evaporato”

Romero a TN: “Mazzola amava il Toro. Oggi lo spirito granata è evaporato”

Redazione Toro News
L’ex presidente granata: “Per Sandro arrivare al Torino fu come riagganciarsi a suo padre e rimettere la maglia della leggenda”

Un cognome che per il Toro non potrà mai essere come gli altri. Sandro Mazzola era stato una leggenda dell'Inter e del calcio italiano, ma prima ancora era il figlio di Valentino, capitano degli Invincibili. E proprio al Toro, tra il 2000 e il 2003, tornò da dirigente durante la presidenza di Attilio Romero. L'ex presidente granata, intervistato da Toro News, ricorda l'uomo che volle a tutti i costi per riportare in società "un profumo di vero Toro".

Romero, qual è stato il suo primo pensiero quando ha saputo della scomparsa di Sandro Mazzola?

"Se ne va un grandissimo campione, uno dei più grandi fuoriclasse che abbia visto nella mia vita di appassionato di calcio. Per quanto riguarda la sua esperienza a Torino, furono anni belli e brutti dal punto di vista dei risultati, ma Mazzola fu sempre una persona prestigiosa e di grande autorevolezza. Fui uno di quelli che cercò a tutti i costi di far venire lui e Simoni a Torino, perché volevo riportare un profumo di vero Toro. Mazzola non aveva mai giocato nel Torino, ma suo padre sì. Volevamo unire il Toro antico a quello più recente, con uomini come Simoni, Zaccarelli, Comi e Benedetti. Mazzola era un pilastro di quella struttura".

Lei, però, Mazzola lo aveva ammirato già molti anni prima.

"Era un mio idolo da ragazzino. Come seconda squadra tifavo Inter, essendo la grande rivale della Juventus. Lo vidi esordire nel 1961 in quel famoso Juventus-Inter 9-1, quando l'Inter schierò i ragazzi e lui segnò su rigore. Lo vidi anche nell'ultima partita della sua carriera. Quando il Torino non giocava in casa, andavo spesso a San Siro a vedere l'Inter proprio per vedere Mazzola".

Poi, molti anni dopo, si ritrovò ad averlo come dirigente del suo Torino. Che rapporto nacque tra voi?

"Un rapporto buono, professionale ma anche di amicizia. Abbiamo fatto lunghi viaggi insieme per raggiungere la squadra in ritiro. In macchina ricordavamo i suoi gol, purtroppo anche i tanti segnati al Torino. Ho sempre avuto una buona memoria e ne ricordavo molti. Parlavamo anche di suo padre e di quello che ricordava del Filadelfia. Tutto ruotava tra presente e passato".

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Il legame con Valentino Mazzola e con il Grande Torino era quindi ancora molto presente in lui?

"Sì. Sandro era piccolo all'epoca, ma raccontava di suo padre, del Grande Torino e di quando lo portava al Filadelfia per assistere agli allenamenti. Erano ricordi legati al vero mondo granata"

Che uomo era Mazzola lontano dal personaggio pubblico?

"Era una persona piacevole, molto educata e abituata ai grandi ambienti internazionali. Era stato protagonista dell'Inter campione d'Europa e del mondo e successivamente aveva ricoperto ruoli dirigenziali ad altissimo livello. Con lui si respirava un'aria internazionale".

Quanto significò per lui arrivare proprio al Torino?

"Credo gli facesse molto piacere. Non si può parlare propriamente di un ritorno, perché lui nel Torino non aveva mai giocato. Però, in qualche modo, era un riagganciarsi a suo padre a molti anni di distanza. Era come rimettere la maglia che era stata di suo padre, la maglia della leggenda".

Tra i momenti vissuti insieme ci fu la promozione in Serie A del 2001. Qual è il ricordo più bello di quegli anni?

"L'anno della promozione fu tutto piacevole, tranne l'esonero di Simoni e l'arrivo di Camolese, che poi fece benissimo. Mi amareggiò molto dover esonerare Simoni, perché era una persona perbene e un bravissimo allenatore. Il ricordo più bello di quegli anni, però, resta naturalmente il 3-3 con la Juventus: eravamo sotto 3-0 nel primo tempo e riuscimmo a rimontare fino al pareggio".

Come visse Mazzola quella rimonta?

"Era felicissimo, entusiasta come tutti noi. Un'emozione così non credo che la proverò facilmente un'altra volta".

E nei momenti difficili che dirigente era?

"Li affrontava con grande professionalità. Era abituato a gestire situazioni complicate: anche l'Inter non è un ambiente facile. Aveva grandissima esperienza".

Perché nel 2003 si concluse la sua esperienza al Torino?

"Nelle società di calcio, quando a un certo punto le cose cominciano ad andare male, si fanno dei cambiamenti. Arrivò Cravero e modificammo parte della struttura dirigenziale. Con Sandro mantenemmo comunque rapporti cordiali".

Vi siete sentiti anche successivamente?

"Poco. Credo che l'ultima volta sia stata cinque o sei anni fa. Forse una telefonata per Natale, una di quelle telefonate di circostanza, senza più particolari riferimenti al calcio".

Se oggi dovesse raccontare Sandro Mazzola ai tifosi del Toro, che cosa vorrebbe che sapessero?

"Che in realtà amava il Toro. Circolava anche una certa letteratura secondo cui Mazzola avrebbe avuto un rapporto d'affetto un po' contrastato con il Torino. Invece lui amava il Toro, amava quella maglia e amava la leggenda legata a suo padre. Dobbiamo ricordarlo come un personaggio importante della nostra storia".

C'era qualcosa che rendeva evidente questo suo legame?

"La sofferenza quando le cose andavano male, il dispiacere per le sconfitte e anche quello per l'esonero di Simoni. E poi, naturalmente, la gioia nelle vittorie. Penso al 3-3 con la Juventus, ma anche al 2-2 nel girone di ritorno, una partita che secondo me meritavamo di vincere. Vivevamo insieme le stesse sensazioni: brutte quando si perdeva, belle quando si vinceva. Il nostro era un rapporto solido".

Prima ha parlato di un “profumo di vero Toro”. Lo ritrova nel Torino di oggi?

"In questo momento di vero spirito granata non ne vedo moltissimo. Non ci sono più i personaggi di quell'epoca, i vari Zaccarelli, Comi, Cravero e Benedetti. Vedo un mondo un po' distaccato dallo spirito originario. Seguo il Torino dalla fine degli anni Cinquanta e in quello attuale non vedo molto di tradizionale. Lo spirito mi sembra molto evaporato".

Perché secondo lei?

"Questo bisognerebbe chiederlo ai dirigenti del Torino attuale, con cui non ho rapporti particolari. Lo spirito bisogna coltivarlo giorno per giorno. Evidentemente si sono un po' perse le tracce delle caratteristiche del modo di fare granata, quello degli Agroppi, dei Cereser, dei Poletti e dei Fossati. I momenti difficili dal punto di vista sportivo li abbiamo avuti anche noi e li hanno avuti tutti. Ma quello che manca un po' è lo spirito: puoi perdere o puoi vincere, però se ti manca la fiamma e lo spirito è un guaio".

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