Rubin a TN: "Fiducia ad Abate. Perché il Torino non può fare come il Como?"
“La Serie A, l’esordio in Serie A, la retrocessione, la finale persa ai play-off contro il Brescia”. Tre anni al Torino, dal 2007 al 2010; sei mesi al Bologna, nella stagione 2011/2012. Una carriera passata sulla fascia sinistra per Matteo Rubin, doppio ex della partita che si giocherà al Dall'Ara a partire dalle 15:00 di sabato 19 settembre. In vista della gara, l'ex giocatore granata e rossoblù si è raccontato in esclusiva ai microfoni di Toro News, tra gli inizi difficili delle due squadre e i ricordi degli anni passati sotto la Mole.
Buongiorno Matteo, che partita si aspetta sabato? “Sicuramente una partita particolare, perché il Bologna ha cambiato allenatore e la squadra cambierà subito, avrà qualcosa da dimostrare. Potrebbe fare bene. Il Torino dalla sua deve tirarsi fuori da questa situazione e cominciare a fare punti e vincere”.
La stupisce questo inizio così difficile del Bologna? “Sì, non pensavo. È vero che ha iniziato con un allenatore che non conosce bene il calcio italiano, però non pensavo, viste le ultime annate, che facesse questo inizio”.
Il Torino di Abate come lo vede invece? “Ha cominciato un percorso con un allenatore giovane, che ha dimostrato di saper lavorare bene. Soprattutto l’anno scorso a Castellammare ha fatto un buon campionato. Spero che gli diano fiducia e che non prendano e lo caccino. In Italia siamo un po’ così: il primo a pagare è sempre l’allenatore. In alcuni casi la società deve dare un segnale. Però questo cambio di allenatore ogni volta che qualcosa va male non fa bene né alla squadra né alla piazza, perché crea malumore. Anche il Torino è una buona squadra. Dispiace vederlo sempre lottare tra salvezze e posizionamenti a metà classifica. Piacerebbe vederlo come l’Atalanta, o il Bologna, che negli ultimi anni hanno costruito basi solide per mantenersi in zone di classifica alte. Poi se fai bene, ci sta ogni tanto l’anno in difficoltà, però poi bisogna costruire qualcosa per tornare in alto”.
Capisce quindi i tifosi in contestazione? “Sicuramente sì, perché è una piazza importante. Io ci ho vissuto nel periodo negativo, tra virgolette, tra retrocessioni e salvezze, però i tifosi ci sono sempre stati. Anche loro vorrebbero qualcosa di diverso, provare a lottare per altre posizioni. Per quanto riguarda il presidente Urbano Cairo, sicuramente potrebbe fare qualcosa di diverso, spendere in maniera diversa... Però alla fine chi va in campo sono i giocatori, non dobbiamo sempre nasconderci. I presidenti e gli allenatori hanno le loro responsabilità. Per esempio, Cairo avrebbe potuto tenere Belotti, creare una squadra competitiva e seguire con Ventura l’onda dell’Europa League. Però sono scelte. Ora ha ripreso Petrachi con cui avevano fatto molto bene. Per quello spero che mantengano anche Abate: per costruire qualcosa di diverso. Però ci vuole pazienza. So che i tifosi ne hanno poca e vorrebbero avere i risultati”.
Sono responsabilità che vanno un po’ spartite? “Un po’ le colpe le hanno tutti. Anche nella partita con la Roma, per esempio: è vero che i giallorossi stanno facendo bene e lotteranno fino alla fine per lo scudetto, però di occasioni anche il Torino ne ha avute. Quindi che colpe ne ha su questo chi sta fuori? È una piazza importante, a volte potrebbe diventare anche una piazza difficile da giocatore. Il tifoso vuole che lotti per la maglia, che dai sempre il massimo. Ed è giusto. Però quando non arrivano i risultati subentrano la paura, la voglia di strappare e vincere. E quando non ce la fai è difficile. I tifosi sono intelligenti, sanno che i giocatori hanno bisogno del loro sostegno e penso che fino alla fine daranno loro una mano. I tifosi ce l’hanno con il presidente perché nella loro ottica potrebbe ambire a qualcosa di diverso. Come piazza e come introiti potrebbe arrivare serenamente all’Europa League. I tifosi però ci sono sempre stati. Quando ero a Torino ci hanno sempre incitato fino al 90’. Poi magari criticavano, giustamente. Però ci sono stati. È normale che il tifoso critichi, ma loro vedono da fuori e non conoscono determinate dinamiche della società. E non è che debbano saperlo: giustamente loro vanno allo stadio e vedono giocatori che fanno fatica, non riescono a far risultati, e a quel punto è normale che contestino”.
Se ripensa ai suoi anni al Torino cosa le viene in mente? “La Serie A, l’esordio in Serie A, la retrocessione, anche la finale persa ai play-off contro il Brescia... Sono tutte situazioni che mi hanno lasciato un segno. Io sono stato in tante piazze. Ma i tifosi del Torino hanno un attaccamento incredibile, per questo si contraddistinguono. Vogliono ambire a qualcosa in più. Sono sempre stati lì nei margini, a metà classifica. E non vorrebbero fare la comparsa, ma essere protagonisti. Ora, per esempio, anche il Como sta facendo bene, sta costruendo una società ambiziosa. Perché il Torino non può farlo?”
© RIPRODUZIONE RISERVATA