Eraldo Pecci: "Io mi ritrovai a Torino, poi scoprii che era stata una grandissima fortuna"
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Nell'intervista audio rilasciata a Torostoria.it, Eraldo Pecci, storico centrocampista del Torino e uno dei protagonisti dell'ultimo scudetto granata del 1975/1976, ha ripercorso la sua esperienza in quel Toro definendola "una grandissima fortuna". "Il Filadelfia e Superga sono, a mio avviso, il simbolo di un calcio che nasceva dopo la guerra. Diciamo che questa tragedia ha dato un lustro a una squadra fortissima che è diventata imbattibile e ritrovarsi dentro questa storia è stato molto bello." Così "Piedone" - soprannominato così per via della grandezza dei suoi piedi - ha esordito nel suo racconto, sottolineando come la chimica della squadra dell'indimenticabile Scudetto 1975/1976 sia stata un elemento chiave per quel trionfo.
Eraldo Pecci (foto ecorisveglio)
All'inizio non ha apprezzato subito Torino, ha ammesso, ma presto è diventato orgoglioso di aver fatto parte della storia della città. Gli stessi Piemontesi, secondo lui, all'inizio si sentivano la periferia di Milano e non apprezzavano abbastanza la loro città, evidenziando poi come le Olimpiadi del 2006 siano stati il punto di svolta per l'apprezzamento della città da parte dei cittadini.
In merito a Radice, per lui fu l'allenatore che portò l'Olanda in Italia, con il suo modo di aggredire alto la squadra avversaria. Con i giocatori che aveva il Torino in quell'annata magica era ideale quel tipo di gioco, perché c'era Caporale, il libero, che "sembrava nato apposta" per questo gioco, dato che vedeva già posizioni o movimenti errati degli avversari, affermando: "vedeva tutto ed era molto intelligente". Secondo Eraldo erano tutti nomi meno appariscenti, ma sono stati molto utili per quel progetto vincente. Ed era molto legato a Gigi Radice, definito da lui come "un uomo di sport, un uomo di calcio", con i suoi occhi celesti, dai quali "potevi vedere l'anima". Ha in seguito aggiunto la sua vicinanza affettiva anche a Orfeo Pianelli, presidente del Torino di allora.
"Piedone" ha poi continuato la sua narrazione su quel mitico Toro 1975/1976, dicendo "l'attacco era fortissimo, ma anche la difesa non scherzava". Pulici e Graziani, i gemelli del gol, con il primo con un istinto del gol che non ha mai visto in nessun altro e il secondo fondamentale per la sua disponibilità a stare nel gruppo, a farsi vedere, a collaborare e a fare gol. "Ci sono stati dei momenti in cui bastava buttare la palla in area e loro due sarebbero stati pericolosi o avrebbero addirittura segnato" - ha poi chiosato. Zaccarelli poi era un giocatore bellissimo da vedere, dal portamento simile ad Antognoni, che poteva fare qualsiasi cosa ed era un atleta e giocatore completo. Ha chiuso poi il discorso sottolineando ancora la fortuna di essersi trovato in una squadra di quel genere.
Con una piccola panoramica sull'ultima giornata di quel campionato, con il pareggio contro il Cesena e la contemporanea sconfitta della Juve contro il Perugia, ha dichiarato: "La storia del Toro ha vinto lei perché insegna sempre che il Toro deve sempre patire. Vuoi che siano tragedie piccole o grandi, problemi piccoli o grandi, non c'è niente che viene dato gratis, bisogna sempre soffrire un po', è nel DNA del Toro".
Infine, sul suo rapporto con il Grande Torino ha affermato: "Se tu vai al Filadelfia e a Superga loro ci sono". Lui li sentiva, tutto parlava di loro e per lui è stato un onore aver fatto parte della storia del club, aggiungendo: "è una favola, è una poesia, è un qualcosa che piano piano ti entra dentro e se sei pronto a recepirlo ti resta per dentro per sempre".
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