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11 settembre, the show must go on: il calcio non si fermò

Andrea Croveri
L'11 settembre 2001 il mondo si fermò. Ma non quello del calcio

L’11 settembre 2001 il mondo si ferma. Gli Stati Uniti sono stati colpiti al cuore, le notizie si rincorrono e il tempo sembra bloccarsi nelle fotografie del crollo delle Torri Gemelle.

Già, il mondo si ferma. Ma non quello del calcio. Qui non c'è tempo da perdere e si deve andare avanti spediti perché già il 12 settembre si gioca in Champions League. Un minuto di silenzio prima del fischio d'inizio: la Uefa se la cava così e manda tutti in campo. Chi non si presenta perde 3-0 a tavolino: il calendario non si tocca, nemmeno davanti a una tragedia. E allora a Roma arriva il Real Madrid e all’Olimpico si gioca come se il mondo, là fuori, non fosse appena cambiato. Finisce 2-1 per gli spagnoli: Figo segna una perla su punizione e serve l'assist del raddoppio, Totti riapre la partita su rigore, ma alla fine vince il Real. Durante la gara, alcuni tifosi lasciano lo stadio in segno di protesta. A partita conclusa, anche Fabio Capello, allora allenatore della Roma, prende posizione: "Ero convinto che non avremmo giocato e questo era il pensiero anche dei ragazzi. Sarebbe stato più giusto dare un segnale al mondo intero: dovevamo fermarci a riflettere su quanto accaduto e su quelle che potranno essere le conseguenze. Non si poteva trattare di una festa, ci siamo portati dietro in campo un peso grosso come un macigno".

E il Torino?

Quattro giorni dopo si torna all’Olimpico. Il 16 settembre tocca a Lazio e Torino, con Giancarlo Camolese sulla stessa linea di Fabio Capello: “Ingiusto non sospendere il campionato”. Il tecnico granata lo dice senza giri di parole: il calcio, proprio perché è lo sport più popolare d’Italia, avrebbe dovuto fermarsi e trasformare lo stop in un segnale forte dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Ma il campionato non si ferma. E allora, prima del fischio d’inizio, tocca al pubblico ricordare quello che il calendario sembra volersi già mettere alle spalle: sulle tribune compaiono bandiere americane e striscioni: “Lontani nella vita, vicini nel dolore”. Nel minuto di silenzio, poi, Lazio e Torino si ritrovano insieme a centrocampo, giocatori mescolati e mano nella mano. Quella gara, per Camolese, è anche il ritorno all’Olimpico dopo quindici anni, questa volta sulla panchina del Toro e contro la Lazio, la squadra con cui aveva vissuto la salvezza nonostante i nove punti di penalizzazione e poi la promozione. La partita finisce 0-0. Un punto al Torino, il resto alla consuetudine.
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The show must go on

The show must go on. Il calcio ha costruito nel tempo una capacità quasi sorprendente di assorbire anche ciò che, in teoria, potrebbe costringerlo a fermarsi. Si è giocato dopo l’Heysel, si è giocato a seguito dell’11 settembre e anni dopo si è tornati in campo anche a seguito di una pandemia mondiale.

L’11 settembre Capello e Camolese chiedevano di sospendere il campionato, la Uefa scelse invece di giocare, limitando la risposta a un minuto di silenzio prima del fischio d’inizio. Una scelta che porta inevitabilmente a una domanda: quanto può incidere un evento esterno sulle priorità del calcio? Il principio della normalità ha il suo peso, così come l’idea che lo sport possa rappresentare un momento di reazione collettiva. Ma fermare il gioco significa anche interrompere un sistema fatto di calendari, diritti televisivi, sponsor e interessi economici. Per questo il pallone, quasi sempre, alla fine torna a rotolare. Cambiano le circostanze e cambiano le motivazioni, ma la macchina torna a funzionare. Ed è proprio qui che resta il dubbio: in certi momenti, fermarsi sarebbe davvero troppo?

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