De Laurentiis come Cairo: "Vendere? Difficile trovare uno migliore di me"
Le parole cambiano, il concetto molto meno. Aurelio De Laurentiis, parlando della possibile cessione del Napoli, ha invitato eventuali acquirenti a farsi avanti, chiedendosi se esista qualcuno disposto a ripagare i suoi "25 anni di sforzi". Un ragionamento che ricorda da vicino quello di Urbano Cairo, che da tempo si dice disponibile a vendere il Toro a qualcuno "più bravo e più ricco" di lui. Due presidenti che, quando si affronta il tema della cessione, finiscono per riportare il discorso sui propri meriti. Il sottotesto è simile: vendere si può, ma trovare qualcuno all’altezza di quanto fatto finora è un’altra storia. La differenza è che Cairo ha detto esplicitamente di voler passare la mano a qualcuno migliore di lui, ma finora, a suo dire, non ha ricevuto offerte vincolanti. E allora viene da chiedersi: non si è fatto avanti nessuno oppure nessuno ha ancora convinto il presidente granata? Non possiamo sapere se eventuali proposte siano state giudicate insufficienti o se, semplicemente, non ci sia stato un acquirente concreto. Il dato, però, è che dopo tanti annunci il Toro è ancora nelle sue mani.
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Due storie simili, ma diverse allo stesso tempo
Entrambi, del resto, rivendicano di aver raccolto club in situazioni complicate. De Laurentiis è arrivato nel 2004, dopo il fallimento del vecchio Napoli, ripartendo dalla Serie C con una nuova società. Cairo ha rilevato il Torino nel 2005, in un momento drammatico per la storia granata, e l’anno successivo ha riportato la squadra in Serie A. Entrambi possono quindi rivendicare di aver contribuito a ricostruire società in difficoltà. Da lì, però, i percorsi si sono sviluppati in modo molto diverso. Il Napoli ha conquistato due scudetti, ha vinto la Coppa Italia per tre volte, la Supercoppa Italiana per due volte e si è affermato stabilmente anche in Europa, arrivando a competere per la Champions League. Il Toro ha ritrovato continuità in Serie A e vissuto alcune stagioni europee, ma non è riuscito mai a costruire un progetto capace di avvicinarlo con regolarità alle posizioni di vertice. Anzi non sembra ci sia mai stata nemmeno la volontà di costruirlo. Sul piano dei risultati sportivi, il bilancio di De Laurentiis è nettamente superiore a quello di Cairo.
De Laurentiis può permettersi gli autoelogi?
È proprio qui che il parallelismo mostra i suoi limiti. Il percorso del Napoli dà a De Laurentiis argomenti concreti per rivendicare quanto costruito, anche se i successi non cancellano le critiche sulla gestione, sulle ambizioni e sugli investimenti. Per Cairo, invece, il richiamo al Torino ereditato nel 2005 non può bastare a chiudere il confronto con il presente. La permanenza in Serie A, il Filadelfia e il lavoro sul settore giovanile sono risultati reali, ma non rispondono da soli alla domanda che da anni accompagna la sua presidenza: perché il Toro non riesce a compiere un salto di qualità più ambizioso? Il tifoso granata non chiede necessariamente di rivivere gli anni Settanta - senza dover per forza scomodare anni impossibili da raggiungere e anche intoccabili come quelli precedenti - ma di vedere una squadra con prospettive sportive più alte e una proprietà disposta a sostenerle.
La differenza, in fondo, è tra rivendicare il punto di partenza e misurarsi con il punto d’arrivo. De Laurentiis può indicare due scudetti come prova di un percorso che ha riportato il Napoli al vertice del calcio italiano. Cairo può ricordare ben poco. Entrambi chiedono, in sostanza, che un eventuale successore sia in grado di riconoscere il valore del lavoro svolto. Ma una cessione non si misura soltanto sulla valutazione che il proprietario dà di sé: conta anche ciò che un club può diventare con una nuova guida. E per il Toro, dopo tanti anni, è proprio questa la questione ancora irrisolta.
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