ToroPreview, futuro panchina: quanti punti servono per confermare D'Aversa?
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Una domanda secca, tre pareri in merito. Le nostre opinioni, a volte concordi e a volte discordanti tra di loro. Ecco ToroPreview: tre dei nostri giornalisti risponderanno alle domande della redazione, dicendo la loro sul finale di stagione. Opinioni personali a volte agli antipodi, per cercare di dare una visione più completa possibile al lettore sull’argomento trattato. Questa settimana, dall’altra parte del microfono ecco i nostri Piero Coletta, Matteo Curreri e Andrea Novello.
D'Aversa ha saputo dare la scossa. Lo confermereste? Quanti punti dovrebbe fare per meritare la permanenza?
Coletta - "Indipendentemente dai punti, non è allenatore su cui basare il futuro del Torino nella prossima stagione. Ha saputo dare la scossa ha fatto punti importanti però al Torino serve un altro tipo di allenatore. Un tecnico con cui impostare un determinato tipo di percorso, in totale sintonia con l'ambiente e con la società e con una filosofia ben definita, senza cambiare improvvisamente modulo a stagione iniziata. Non vedo dunque un futuro con D'Aversa in casa granata".
Curreri - "I meriti di D'Aversa sono evidenti in questa fase della stagione. Forse serviva davvero poco, forse serviva non trascinare oltre il lapalissiano la gestione, a quel punto a dir poco claudicante, di Marco Baroni. Il cambio è avvenuto fin troppo tardi, con la squadra che appariva ormai priva di mordente e di stimoli, quasi rassegnata. Serviva la scossa ed è arrivata. Il primo tempo con il Milan è stato davvero piacevole da assistere: finalmente si è visto un Toro giocare da Toro, senza paura. I messaggi del tecnico, volti a una partita da giocare senza remore, hanno attecchito. Poi, lo stesso D’Aversa deve fare i conti con i limiti psicologici del gruppo che ha ereditato, che risultano ormai difficili da correggere in corsa. Sarà più un lavoro da destinare all’estate, con un gruppo da rinnovare in profondità. Mentre il suo, D’Aversa, lo sta facendo per dimostrarci che, a livello tecnico, il predecessore poteva probabilmente fare qualcosa in più.Per quanto riguarda una sua possibile permanenza, chiaramente molto passerà non tanto dal mantenimento della categoria, che ad oggi sembra tutt’altro che impossibile, ma da come D’Aversa arriverà all’obiettivo. Non è tanto una questione di punti, ma di segnali. Un finale in crescendo aumenterebbe sicuramente le chance di trasformare il suo rapporto da semplice Caronte a introdurre un nuovo progetto tecnico, a essere lui stesso il protagonista nell’anno venturo. E, dopo qualche stagione deludente e un’assenza di quasi un anno dalle panchine di Serie A, è il primo a essere particolarmente stimolato da questa opportunità a lui concessa. Non ha mai nascosto di trovarsi di fronte all’opportunità della sua carriera, di guidare il miglior organico a lui mai messo a disposizione. Dunque lavorerà giorno e notte per non sprecare questa chance.In vista di quello che avverrà dal derby in poi, bisogna però intendersi: il suo curriculum parla comunque di un allenatore più abituato ai bassifondi, che non ha ancora dimostrato di essere un valore aggiunto per condurti verso posizioni più ambiziose di classifica, pur sopperendo alle mancanze della rosa, che — da quello che ci ha insegnato il ventennio dell’era Urbano Cairo — probabilmente ci saranno. Non è sicuramente un nome che in estate possa quanto meno trascinare la piazza, o quanto meno illuderla. Non vende sogni, ma solide realtà. Personalmente vorrei però ricredermi, perché almeno sul piano del coinvolgimento emotivo e del rapporto coi calciatori, nella serietà delle sue pretese, mi ha dato buone impressioni. Idealmente però apprezzerei di più una scelta alla Paolo Vanoli di due estati fa: un tecnico emergente, con tanta energia e voglia di affermarsi in Serie A. Anche se, dovrebbe presto imparare a fare buon viso a cattivo gioco".
Novello - "Io non confermerei Roberto D’Aversa a prescindere, neanche in caso di salvezza raggiunta con margine. E non sarebbe un giudizio esclusivamente sul lavoro svolto in questi mesi, che anzi andrebbe riconosciuto come positivo, ma piuttosto una valutazione prospettica su ciò che potrebbe rappresentare per il Torino del prossimo anno. Ritengo che Baroni non abbia saputo né conferire idee di gioco né dare carattere a dei giocatori che erano allo sbando. Dunque, l’obiettivo con cui D’Aversa è arrivato era chiaro: rimettere in carreggiata una squadra in difficoltà e portarla alla salvezza. Da questo punto di vista, il suo impatto è stato evidente. Se il Toro dovesse per esempio chiudere con un bottino, poco probabile, di 12 o 13 punti nelle ultime 8 partite, superando così i 44 punti della scorsa stagione, sarebbe difficile non considerare il suo operato ottimo e persino oltre ogni aspettativa. Tenendo anche presente in che situazione versava il Toro al suo arrivo. Ma il punto, a mio avviso, è un altro: salvare una stagione e costruirne una nuova sono due compiti profondamente diversi. D’Aversa può dimostrarsi l’uomo giusto per dare ordine, compattezza e pragmatismo nel breve periodo, ma questo non significa automaticamente che sia il profilo ideale per aprire un nuovo ciclo tecnico. Il Toro che si presenterà ai nastri di partenza del prossimo campionato, con ogni probabilità, sarà infatti molto diverso da quello attuale. Una parte significativa della rosa potrebbe partire. Molti sono a fine contratto, alcuni sono in orbita mercato e per altri c'è voglia di cambiare aria. Questo comporterebbe la necessità di ricostruire quasi da zero identità, gerarchie e principi di gioco. In uno scenario del genere, la continuità rischierebbe di essere più apparente che reale. D’Aversa non ripartirebbe davvero dal lavoro fatto in questi mesi, ma da una base minima, quasi simbolica. E allora la domanda da porsi non è tanto se abbia meritato la conferma per i risultati ottenuti, quanto se sia davvero l’allenatore giusto per guidare un'auspicabile rifondazione. Personalmente, ho più di un dubbio.Per questo, la mia scelta andrebbe verso un nuovo allenatore e un nuovo inizio, a patto però che le alternative siano realmente all’altezza e non semplicemente nomi messi lì per cambiare faccia. Perché il rischio più grande, in questi casi, è cambiare solo per dare un segnale, senza avere in mano un progetto tecnico migliore. E a Torino, purtroppo, con Cairo è una dinamica già vista. Ed è proprio qui che si gioca la decisione: D’Aversa non dovrebbe essere la conferma automatica per un buon finale di stagione, ma nemmeno un nome da escludere a priori. Per me, infatti, se sul tavolo non dovessero esserci profili più convincenti, e ciò vorrebbe dire che si punta veramente alla mediocrità più assoluta, senza prospettive future, la sua permanenza diventerebbe una soluzione poco coraggiosa, poco ambiziosa, ma almeno sensata".
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