Pedersen, eroe in patria: perché una città norvegese vede in lui un simbolo
Il suo American Dream, Marcus Pedersen lo ha già realizzato. Ma, come cantava Frank Sinatra, “The Best Is Yet to Come”: il meglio deve ancora venire. O almeno, molto più di quanto si potesse pensare all’inizio. Quando hai la meglio su Iraq e Senegal è un conto; quando elimini il Brasile, beh… “A Change Is Gonna Come”, citando la leggenda del soul Sam Cooke.
Come molti hanno fatto in passato, alla ricerca di un futuro migliore, Pedersen ha effettuato la sua personale traversata atlantica verso il Paese a stelle e strisce. Già qualche mese fa si era tolto lo sfizio del suo primo e, finora, unico gol in maglia granata. Poi, all’ombra della Statua della Libertà, al MetLife Stadium, dove giocano di solito i New York Jets e i New York Giants, ha realizzato il sogno di ogni bambino. Pedersen ha segnato contro il Senegal. Fino a quel momento, l’ultimo gol di un giocatore del Toro ai Mondiali portava la firma di un senegalese: Mbaye Niang, nel 2018.
Non poteva crederci, lui, partito da riserva, da comparsa di una nazionale norvegese che aveva già fatto sfracelli durante le qualificazioni mondiali (e noi italiani dovremmo saperne qualcosa…), riuscendoci benissimo anche senza l’esterno. Il suo apporto nel cammino verso Stati Uniti, Canada e Messico? Appena 16 minuti. Marginalissimo, e così doveva essere il suo Mondiale secondo ogni pronostico e ogni logica. E se vieni da Hammerfest, nel Finnmark, non è un concetto sconosciuto, né qualcosa di avulso dalla tua storia personale. Complice l’infortunio di Ryerson, il gol contro il Senegal gli ha permesso non solo di vivere la gioia più grande della sua carriera professionistica, ma anche di fissare, curiosamente, un record: nessun calciatore nato così a nord aveva mai segnato in un Mondiale.
Gli abitanti di Hammerfest ostentano con gelosia questa caratteristica geografica. Ci sarebbero altri luoghi più a nord, in Norvegia, ma – secondo loro – città troppo piccole rispetto alla loro. Hammerfest è una città abituata alla neve in inverno, mentre d’estate il clima è mite e relativamente secco; si può vedere il Sole di Mezzanotte, mentre da fine novembre a gennaio domina la Notte Artica. Uno spettacolo ricorrente? L’Aurora Boreale.
Nel Finnmark e, in particolare, ad Hammerfest, questi Mondiali sono vissuti con enorme trasporto, tanto da assumere significati più profondi che vanno oltre le prestazioni dell’esterno del Torino. Dando un’occhiata ai siti norvegesi, si possono trovare articoli dedicati proprio a questo. Uno è scritto da Helle Ostvik, che solitamente si occupa di politica ed economia locale del Finnmark. “Non esitare a contattarmi se hai suggerimenti o temi che ritieni dovrei approfondire”, c’è scritto nella sua biografia. E qualche giorno fa, pochi giorni prima di Brasile-Norvegia, ha pensato di approfondire il cammino del suo compaesano: “Che cosa è appena successo? Molti di noi, qui nel Finnmark, quasi non credevano ai propri occhi. Era davvero Marcus, il ragazzo di Hammerfest, quello che avevamo visto scattare con una velocità incredibile lungo la fascia?”, scrive. “E poi, poco dopo, al 43º minuto, sei ripartito sulla destra come hai fatto per anni. Senza esitare hai approfittato di un errore della difesa e hai scaraventato il pallone in rete”.
Un gol che ha fatto impazzire di gioia un intero Paese, ma “se in quel momento avessero misurato il rumore nel Finnmark, probabilmente avremmo stabilito un record storico anche lì”. La giornalista arriva allora alle conclusioni, a ciò che davvero stanno facendo la Norvegia e, soprattutto, Pedersen in questo periodo storico: “Mi permetto di sostenere – a costo di sembrare un po’ patriottica, pazienza – che l’effetto unificante che hai avuto sul Finnmark supera persino tutto questo. Perché ci rendi incredibilmente orgogliosi di essere del Finnmark e perché avevamo bisogno di una gioia come questa, forse più di chiunque altro, in questo nostro lungo Paese”.
Un gol che ha offerto un messaggio valido per tutti quelli che provengono da lì, dal capezzale geografico del mondo: “Per noi sei diventato il simbolo stesso del fatto che sì, è possibile. È possibile crescere grazie a innumerevoli ore di volontariato, a ragazzi e ragazze stanchi dopo interminabili viaggi in autobus per andare a giocare una partita. Con allenamenti e gare disputati su campi spazzati dal vento e poco ospitali, sapendo sempre che qui è così”. Poi aggiunge: “Prendere o lasciare. Dobbiamo cavarcela da soli, è semplicemente la nostra realtà. Per noi, arrendersi non è mai stata un’opzione. Qui si va avanti. Tutti insieme”.
Pedersen sta facendo vivere qualcosa di inedito: il suo impatto è sociale e sarebbe riduttivo relegarlo al solo tifo o al calcio. “Siamo una piccola città e siamo abituati a essere un po’ trascurati. Quando succede una cosa del genere, unisce tutto il Paese e ci mette sulla mappa. Adesso tutti parlano di Hammerfest e di dove si trova”, commentava il sindaco di Hammerfest, Terje Rodge, qualche ora dopo il gol, mentre si trovava in vacanza in Spagna.
Ad Hammerfest, ora, non lesinano gli incitamenti, con la speranza che il granata possa tornare a disposizione già contro l’Inghilterra, dopo il forfait contro il Brasile. In molti, ieri, si sono radunati nella piazza del municipio. Un flash mob per remare tutti verso la stessa direzione, con la "Viking Row", come ormai è di tendenza in Norvegia e tra i norvegesi nel continente americano. Arna Næss, di 84 anni, ha remato con tutte le sue forze: “Avere un ragazzo di Hammerfest come Marcus Holmgren Pedersen in nazionale è semplicemente incredibile. Siamo davvero orgogliosi”, dice Arna, che consiglia a Marcus di essere se stesso: “Sei un giocatore straordinario e corri come un dio”. “Pensare che Marcus si è allenato proprio sul campo da calcio che si trova dietro la nostra scuola”, dicono invece due bambine di 10 e 11 anni.
Ma qual è, invece, il rapporto di Pedersen con il suo luogo di nascita? “È il luogo dove sono cresciuto e che mi ha formato come persona”, racconta in una recente intervista. “Lassù ci sono tanti amici, conoscenti e familiari che sono felici di ciò che sono riuscito a fare”. Venire dall'estremo nord del mondo sembra quasi una condizione esistenziale: “Non ti avrei creduto se mi avessi detto che sarei diventato un professionista. Quando vieni da Hammerfest, il mondo sembra immenso e tutto appare lontanissimo. Questo dimostra quanto sia importante avere il coraggio di sognare in grande e lavorare duramente per raggiungere i propri obiettivi”.
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