Toro, D'Aversa voleva il Grande Torino pieno. Ora ne misura la tensione
Un primo assaggio Roberto D’Aversa lo ha avuto questa mattina al Filadelfia. Il tecnico era probabilmente l’unico in tutta Borgo Filadelfia a indossare le maniche lunghe. Faceva davvero caldo ma evidentemente non lo pativa, concentrato com’era a osservare i suoi preparare gli ultimi dettagli in vista dell’ultimo appuntamento stagionale. Dopo qualche scatto, una partitella d’esibizione in cui i granata hanno raccolto ulteriore calore, che si aggiunge – appunto – alle temperature ormai estive. Lo bramava Roberto D’Aversa, che già lo scorso 16 marzo aveva spalancato i cancelli del Fila per accogliere i tifosi che già da un mese abbondante – il 1° febbraio, per un Torino-Lecce, ben prima del suo arrivo – avevano deciso di disertare gran parte dei seggiolini a loro disposizione all’Olimpico-Grande Torino. Un punto di non ritorno che ha reso evidente una frattura, anche perché il Torino, nel frattempo, non stava andando per nulla bene in campionato. O meglio: una cosa sembrava conseguenza dell’altra. E “l’altra” riguarda l’ormai difficile rapporto da ricucire con la proprietà rappresentata dal presidente Urbano Cairo. Una protesta che a un certo punto è diventata soprattutto ideologica, con i risultati del campo messi in secondo piano.
Eppure Roberto D’Aversa – ricordiamolo, accolto contingentemente con il letame cosparso su via Filadelfia – si era posto una missione, anch’essa l’una conseguenza dell’altra. Innanzitutto la salvezza, all’epoca tutt’altro che scontata. Poi, riportare allo stadio i tifosi. La modalità? Offrire prestazioni da Toro, tali da instillare almeno il dubbio, nei cuori granata, di stare perdendosi qualcosa di imperdibile. Il Toro con D’Aversa non è mai diventato il Barcellona di Guardiola, per intenderci. Però più di qualcosa di buono l’ha fatto, soprattutto – ironia della sorte – in casa, tra i seggiolini semivuoti. E oggi D’Aversa, dopo aver ricevuto finalmente le carezze di gente venuta persino dall’Inghilterra per caricare i suoi ragazzi a infrangere il tabù derby, ci ha tenuto a ringraziare tutti quelli che tra oggi e domani – tra il Fila e il Grande Torino – ci sono stati, ci sono e ci saranno. Lo ha fatto prima ancora di iniziare la conferenza stampa, in cui ha precisato che la partita di domani durerà 135 minuti. “Domani faremo un terzo tempo da 45 minuti e vi risponderò a tutto”, ha detto sul futuro, e probabilmente non si sa nemmeno se i 90 minuti del campo avranno davvero un peso sulle scelte. Di certo, però, il derby sarà un’occasione più unica che rara per provare a rimodellare quel cordone ombelicale reciso da febbraio.
“Ho sempre detto che mi dispiaceva non vedere i tifosi allo stadio perché il cammino in casa è stato molto importante – ha detto – manca ancora una partita. Mi auguro che da parte nostra ci sia la volontà di continuare in questo modo. I ragazzi hanno lavorato duramente, concedetemelo, anche per far sì che i tifosi tornassero allo stadio”. Finalmente, verrebbe da dire. Finalmente ci sarà la platea delle grandi occasioni, e non solo per lo scudetto dell’Inter, come qualche settimana fa. Anche se, da alcune dichiarazioni, viene da chiedersi se il significato della protesta sia stato letto soprattutto in chiave sportiva. Perché domani sì, i tifosi in massa torneranno allo stadio, ma non si sa se accadrà anche dalla prima giornata del prossimo campionato. Non si sa se sarà un’eccezione alla regola. L’eccezione si chiama derby ed è, inevitabilmente, un caso particolare. Si può allora dire che il Toro di D’Aversa abbia effettivamente conquistato i tifosi? Serve cautela. La risposta più ragionevole, oggi, è no.
Ma intanto questa settimana di avvicinamento al derby è stata quella all’insegna della monocromia. Quella dell’“un solo colore”, dai social alla prova provata del botteghino. Lo stadio è pieno, sarà tutto granata e, in un antipasto molto torinese – un vitello tonnato – del derby, la Juventus non ha propriamente gradito questo divieto al bianco e nero al di fuori del settore ospiti. Ma a parte questo, D’Aversa – di riffa o di raffa, per merito suo o non per merito suo – avrà finalmente l’occasione di odorare la normalità. Di vedere la Maratona piena, come se la sono goduta i propri predecessori. E qual è il problema, ora? D’Aversa lo spiega ai cronisti presenti, rispondendo a una domanda sui possibili dubbi di formazione: “Bisogna considerare anche la presenza del pubblico, che può portare tensione”, sottolineando come ci voglia “l’esperienza di chi è abituato a queste partite”. Ed è qui che si apre il paradosso. Per settimane il ritorno del pubblico è stato evocato come carburante emotivo, come spinta, come segnale di riconnessione. Ora, la stessa presenza viene descritta anche come possibile fonte di tensione. Da dove nasce? Il derby, di per sé, ne è già terreno fertilissimo, e tutti lo capiscono non appena mettono piede a Torino. Deve essere pesante convivere con questo fardello. E la risposta di qualche mese fa di Biraghi – tra l’altro il second più esperto della rosa – a quel ragazzino che gli chiedeva di vincere un derby può già spiegare molto. Ma è inevitabile che quel messaggio lasci una domanda. Non che l’ottimo rendimento casalingo fosse figlio dell’assenza di pressione: sarebbe una lettura fallace. Però, giunti a questo punto, la domanda è inevitabile. Lo stadio pieno sarà finalmente un vantaggio o il peso di un’attesa che a Torino dura da undici anni? È la volta buona?
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