Non c'è due senza tre
È iniziata la nuova avventura del Torino Calcio, con un nuovo allenatore, una squadra in fieri e identico presidente. Le prime dichiarazioni del ct già calciatore fanno pensare a un desiderio di novità, di trasformazione, con tanto di richiamo ai principi storici granata. Ma chi li insegnerà, questi ultimi, ai giocatori? Questa è forse la meno banale delle domande che affliggono i tifosi granata. Non ci resta dunque che rituffarsi nella storia, poiché senza la conoscenza del passato non si va da nessuna parte. Dopo aver perso uno scudetto per le complicazioni della Prima guerra mondiale e uno per inedia, il Toro dei primi anni Venti – mentre l’Italia si trasformava in una violenta e spietata dittatura – cercava nuove basi da cui ripartire. Nel campionato 1923-24, il Toro venne allenato dall’austriaco Karl Stürmer (1882-1943), un viennese che investiva particolare impegno nei talenti del settore giovanile, i Balon boys. Il presidente della Società era Giuseppe Bevione, giornalista e rilevante politico nazionale: già combattente come alpino nella Grande guerra, esponente democratico-liberale, fu deputato del Regno per un decennio (1914-24) e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio durante il primo governo Bonomi (1921-22), Bevione tramutò l’iniziale ostilità al regime mussoliniano in sostegno, tanto da essere chiamato dal futuro duce nel ’23 alla guida del quotidiano milanese «Il Secolo»; massone, nominato senatore nel 1924, gli fu affidata la presidenza dell’Istituto nazionale delle assicurazioni che mantenne fino alla caduta del fascismo.
Avulso da tutto ciò, il team granata mostrò un crescendo progressivo che la portò, da dicembre ‘23 a fine marzo ‘24, a non subire neanche una sconfitta; ma il 30 marzo il Toro scese in campo a La Spezia per una partita che si svolse in condizioni ambientali così ostili che la folla arrivò a minacciare e intimidire i giocatori del Torino; l’arbitro sospese ripetutamente l’incontro, finché i padroni di casa si imposero di misura (1-0).
Il principale quotidiano torinese scrisse: «La partita è stata rude, e non priva di violenza»; il comportamento dei granata era stato «ottimo in difesa e nella linea mediana», difettando però in attacco. In attesa del verdetto federale, che poi diede ragione al Torino assegnandogli la vittoria a tavolino, Bologna e Genoa disputarono lo spareggio finale, con vittoria dei liguri. Una volta assegnato il titolo, non si tornò indietro.
Questo terzo scudetto venne perso dal Toro per palese ingiustizia e per i venti di violenza che cominciavano a connotare un Paese che era riuscito nel non facile obiettivo di tramutare una vittoria in guerra in una sconfitta mutilata. Se qualcuno dei lettori avesse ancora dei dubbi nell’inutilità di qualsiasi guerra, si vada a rileggere questo libro su questo frangente delicato della nostra vicenda storica nazionale.
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Ma come si fronteggia un’ingiustizia? Come la si supera quando tutto sembra remare nel verso sbagliato?
Il Torino del 1924, ultimo anno di parvenza illusoria delle istituzioni rappresentative, fece una nuova scelta a livello di vertici.
Divenne presidente Enrico Marone Cinzano (1895-1968) – figlio di Alberto Marone e di Paola Cinzano, ultima erede della famiglia fondatrice dell’omonima casa produttrice di liquori – ma vi rimase in carica solo quattro anni: volontario e combattente sui campi della Prima guerra mondiale (da cui uscì con il grado di sottotenente), giunse a capo della Cinzano. Si sposò due volte con altrettante nobildonne spagnole che gli diedero in tutto sette figli, sei femmine e il maschio Alberto Paolo (1929-89) che riprese, nel 1969, la guida dell’azienda di famiglia per poi scomparire nell’ottobre 1989 in Spagna, in un tragico incidente stradale.
Rampollo di una storica famiglia di imprenditori, Cinzano acquistò il Torino ancora giovane e subito impostò il suo ruolo attorno una mentalità innovativa: saper leggere i tempi, fiutare le novità, non solo qualità per tutti.
Eppure, in quel quadriennio il Toro vinse due scudetti (1926-27 e 1927-28), anche se il primo venne successivamente revocato. Sotto la gestione di Marone Cinzano venne avviata la costruzione dello stadio Filadelfia: è ancora oggi uno dei presidenti più amati della storia granata; la sua filosofia consisteva nel mantenere tutto sotto controllo, senza delegare, a partire dalla campagna-acquisti: portò in granata talenti come Baloncieri e Libonatti, l’attaccante Franzoni, il centrale Kreutzer e il portiere Latella. Bilancio di quattro anni presidenziali: due scudetti, il nuovo stadio, acquisti fulminanti. A confronto, i tempi odierni sono molto più grami.
Mio nonno Virgilio, che era nato nel 1906 – lo stesso anno del Toro – venne chiamato a fare l’allievo ufficiale di complemento in Piemonte: veniva da una piccola località pedemontana dell’Italia centrale ed era una discreta mezzala di provincia; al secondo giorno, mentre correva con altri commilitoni lungo la pista atletica, venne fermato da due signori in elegante gessato che gli dissero: “Abbiamo visto che Lei ha delle qualità. Vuole passare i prossimi mesi a fare l’alzabandiera e a seguire le regole dell’esercito oppure preferisce venire a giocare nelle Giovanili della nostra squadra? Sa, siamo coloro che hanno vinto lo scudetto!”.
Mio nonno non ci pensò neanche un attimo e cominciò a fare avanti indietro da Cuneo a Torino col treno, pur di allenarsi nel nuovo Filadelfia dove, fin dai primi tempi, si respirava un’aria speciale: si accontentava di un panino, di un’arancia e di qualcosa da bere. Trascorsi alcuni mesi, i medici gli trovarono una pleurite che mise fine sia all’avventura sportiva che a quella militare. Ma la prima si era già radicata in famiglia e avrebbe creato tre generazioni di tifosi granata. Tre come gli scudetti persi in quel primo dopoguerra.
Quali riflessioni ci suggerisce il fatto di averli perduti malamente nel giro di pochi anni? Una sola. Noi tifosi del Toro siamo più forti di tutti, e soprattutto di tutte le ingiustizie: probabilmente il concetto di resilienza, in qualche modo, l’abbiamo inventato noi.
MARCO SEVERINI - Storico contemporaneista dell’Università di Macerata, è autore di importanti volumi, per lo più di storia politica e storia delle donne, presentati in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Nel 2016 ha pubblicato Senso di appartenenza granata (Edizioni Zefiro, due edizioni), che coniuga la storia del Toro con quella della sua famiglia, partendo da suo nonno paterno, Virgilio, classe 1906, che ha giocato nelle Giovanili granata. Lo scorso maggio è uscito 120 anni (e motivi) per tifare Toro (1797 edizioni), presentato al recente Salone del Libro di Torino e la cui prima edizione è già esaurita. La seconda è stata presentata venerdì 26 giugno 2026 all’Hotel Raffaello di Senigallia. Per acquistarlo, si può contattare la distribuzione nazionale e direttamente l'editore, scrivendo ad ascontemporanea@gmail.com.
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