Torino-Legnano è entrata, con i suoi 158 minuti, negli annali come la più lunga partita della storia del calcio italiano
Il 26 giugno 1921 si concluse il quinto governo di Giovanni Giolitti, a causa della forte opposizione parlamentare sulla politica estera, dopo che il Paese era stato percorso, nel cosiddetto biennio rosso, da acute tensioni sociali: la discussione sulla politica interna ed estera era iniziata lunedì 20 e il premier era stato fortemente contestato da socialisti, comunisti, nittiani e dalle destre; conseguentemente, il sessantanovenne capo del governo rassegnò le dimissioni. Ancora una volta l’uomo nato nella cuneese Mondovì nel 1842 aveva riportato il senso e l’autorità dello Stato e dopo di lui le istituzioni liberali si sarebbero liquefatte in poco più di un anno.
Stanco di Roma e del caldo capitolino, Giolitti poteva così raggiungere l’amata Bardonecchia dove lo aspettava la moglie Rosa. L’ormai ex premier non amava il calcio e, più in generale lo sport, tanto che nel 1908 il suo terzo ministero aveva rifiutato le Olimpiadi che così dalla papabile Roma erano state dirottate su Londra: su questo disinteresse pesava il diffuso luogo comune secondo cui il calcio fosse un passatempo, per lo più importato dall’estero. Eppure, proprio quella domenica 26 giugno, mentre uno dei quattro autentici statisti che abbiamo avuto nella storia nazionale (gli altri, in ordine di nascita, sono stati Cavour, Mazzini, e De Gasperi) si apprestava a fare le valigie, andava in scena a Vercelli la partita più lunga della storia del massimo campionato di calcio nazionale.
Abbiamo parlato nell’ultimo articolo del fatto che il Torino era stato protagonista nel 1914 della prima, doppia tournée transoceanica, in terra brasiliana prima e poi argentina. Al rientro nella penisola, la Grande guerra aveva fermato tutto. Il ritorno al calcio nel primo dopoguerra fece registrare, in casa granata, l’appannamento del ciclo dei Mosso, Debernardi, Tirone e dello stesso capitan Bachmann. Di conseguenza, si presero la scena nuovi talenti, dall’estroso mediano Antonio Janni, nativo di Santena, ad Adolfo Baloncieri che, mezzala geniale già in forza all’Alessandria, avrebbe giocato un ruolo essenziale nel primo scudetto granata.
Nato nel 1897 a Castelceriolo, frazione di Alessandria, Adolfo aveva vissuto fino a 12 anni nell’argentina Rosario dove la famiglia era migrata: lasciati gli studi di ragioneria per diventare calciatore, esordendo con l’Alessandria per poi indossare la casacca granata dal 1925 al 1932, disputando 192 gare e segnando 97 reti, poco più di un goal ogni due partite (50,5%); s’impose anche in Nazionale, segnando 25 goal su 47 partite disputate (53,19%), numeri «leggendari» per l’epoca.
Centravanti arretrato dagli ottimi piedi e dall’attenta visione di gioco, degna di un regista, Baloncieri venne considerato da Gianni Brera il miglior interno di tutti i tempi al pari di Giuseppe Meazza e Valentino Mazzola. Nel campionato 1919-20, disputato con 67 squadre, il Toro si fermò in semifinale, ma nel successivo torneo (1920-21) i granata – ancora allenati da Vittorio Pozzo insieme con Francisco Mosso – dimostrarono di essere sensibilmente cresciuti tanto da rivelarsi come una delle migliori squadre italiane: essi s’imposero a spese degli strisciati e di squadre minori, qualificandosi per il girone delle semifinali, concludendolo in testa insieme al Legnano.
Il conseguente spareggio per andare a sfidare il Bologna venne giocato sul campo neutro di Vercelli, proprio quella domenica di 26 giugno 1921, con fischio d’inizio alle 16.10: arbitro il signor Umberto Mombelli del Casale. Sul campo del Foro Boario, circondato da risaie, in un clima afoso, andò in scena una partita gagliarda, con diverse risse fin dai primi minuti: i granata, orfani di capitan Bachmann, diedero il calcio d’inizio «col sole negli occhi» – ricordò Giovanni Amici sulla quarta pagina de La Stampa l’indomani –, schierando la seguente formazione: Mosso I, Morando e Martin II, Valobra, Martin I, Romano, Calvi, Martin III, Janni, Falchi, Corrado.
Contestualizziamo: alla famiglia Mosso, messa un po’ in disparte, era subentrato il nuovo clan dei Martin, quattro fratelli piemontesi di Pinerolo: i difensori Piero (Martin I) e Cesare (II), il mediano Dario (III), la mezzala Ernesto (IV), giocatore estroso e tecnicamente abile, che dal 1921 al 1927 fece per lo più la riserva in quanto nel suo ruolo il titolare era Mario Sperone; tuttavia, Ernesto non si disarmò e negli anni successivi accettò di essere ingaggiato da altre squadre piemontesi, dal Biella al Pinerolo. Con quest’ultima formazione esordì il fratello Cesare che compì il resto della carriera con i colori granata: dopo un lustro nelle Giovanili (1914-19), passò in prima squadra dove rimase 15 anni, risultando nei primi otto (1919-28) sempre presente in formazione durante 170 partite, quindi senza mai infortunarsi o essere squalificato; bilancio finale, 359 partite in campionato e 455 incontri complessivi disputati in granata, una fedeltà unica.
Già, al 6’ il granata Falchi sprecava una bella occasione, propiziatagli dal compagno Janni, mentre un minuto dopo il lombardo Sodano impegnava la difesa torinista con un’azione che terminava in calcio d’angolo, il primo di una «numerosa serie» di corner che caratterizzò il match: che, in ogni caso, venne sbloccato, al 18’, dal centravanti granata Corrado, dopo una precisa azione impostata lungo l’asse Valobra-Janni-Falchi; il Toro maturava altre occasioni, ma era il Legnano a pareggiare al 38’ con un tiro «secco, deciso, potente» di Sodano che da 15 metri piegava le mani del portiere granata.
Il primo tempo terminava così in parità e nella ripresa era il Legnano a spingere maggiormente con folate «travolgenti» ma «inconcludenti», mentre il Torino appagava «per stile e tecnica maggiormente l’occhio». Continuavano occasioni da entrambe le parti, con «i 5 giovani forwards [gli avanti] granata» che si buttavano «coraggiosamente nella mischia»; d’altra parte i «lilla» lombardi evidenziavano una difesa rocciosa. Insomma, questo spareggio combattivo, caratterizzato «dalla pesantezza di gioco da ambo le parti», non si sbloccò nel secondo tempo e, visto che all’epoca non erano previsti i rigori, si passò prima ai supplementari e poi ai supplementari ad oltranza.
Dopo 158 minuti di gioco (i 90’ regolamentari, i due supplementari e un terzo ad oltranza interrotto dall’arbitro Mombelli, poiché lui stesso «si sentiva mancare»), la gara, tenutasi con una temperatura di 32°, venne sospesa, in prossimità dell’imbrunire. I tifosi assistettero a scene inusuali: i giocatori di entrambe le formazioni – dopo che alcuni erano caduti a terra sul campo, in un’epoca in cui non erano consentite le sostituzioni – si stesero stremati sull’erba.
Un match di quattro ore titolò, esagerando, il «Corriere della Sera» del 27 giugno, parlando di una partita «interessante» e vivace che «aveva messo a dura prova i 22 atleti in campo» finché l’arbitro Mombelli, «d’autorità», aveva sospeso l’incontro, «fra le proteste dei torinesi». Chi sarebbe uscita vittoriosa tra le due formazioni nel prossimo match, si chiedeva in chiusura il cronista de La Stampa?
In realtà, non si giocò alcun match poiché, alla fine, Torino e Legnano rinunciarono, di comune accordo, a un ulteriore spareggio – previsto cinque giorni dopo –, dato che chiunque avesse vinto si sarebbe consegnato per spossatezza «alla mercé di rivali più freschi». Torino e Legnano furono pertanto eliminate, lasciando via libera al Bologna, battuto a sua volta, a Livorno il 17 luglio seguente, dalla Pro Vercelli che così conquistò il suo sesto titolo. Dopo aver perduto uno scudetto a causa della Prima guerra mondiale, il Toro ne mancò un secondo per inedia. Ma Torino-Legnano è entrata, con i suoi 158 minuti, negli annali come la più lunga partita della storia del calcio italiano.
MARCO SEVERINI - Storico contemporaneista dell’Università di Macerata, è autore di importanti volumi, per lo più di storia politica e storia delle donne, presentati in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Nel 2016 ha pubblicato Senso di appartenenza granata (Edizioni Zefiro, due edizioni), che coniuga la storia del Toro con quella della sua famiglia, partendo da suo nonno paterno, Virgilio, classe 1906, che ha giocato nelle Giovanili granata. Lo scorso maggio è uscito 120 anni (e motivi) per tifare Toro (1797 edizioni), presentato al recente Salone del Libro di Torino e la cui prima edizione è già esaurita. La seconda è stata presentata venerdì 26 giugno 2026 all’Hotel Raffaello di Senigallia. Per acquistarlo, si può contattare la distribuzione nazionale e direttamente l'editore, scrivendo ad ascontemporanea@gmail.com.
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