Appuntamento con la storia / La storia è molto più bella e affascinante di quanto ci hanno raccontato a scuola. Soprattutto, la storia granata

La visione della terza stagione della serie La legge di Lidia Poët (2023-26) ha aumentato la diffusione già riscontrata nelle precedenti: a tutti gli opportuni addebiti avanzati (dai critici cinematografici, dai familiari, dalla comunità valdese etc.) per il mancato rispetto sia della verità storica sia della figura umana della piemontese che tentò, nel 1883 e senza riuscirvi, di diventare la prima avvocata italiana segnaliamo due errori clamorosi: la terza stagione termina con brevi, rituali frasi che dovrebbero costituire il collante con la realtà storica e in esse, non senza stupore, ho ravvisato che la legge sulla capacità giuridica della donna è stata varata nel 1920 mentre lo è stata nel 1919 e che Lidia è stata la prima avvocata italiana, mentre lo è stata Elisa Comani, bergamasca trasferitasi nelle Marche.

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Cosa c’entra tutto ciò con il Toro? Nulla, ma con il Piemonte e il contesto avito del mondo granata c’entra eccome. Così come non può essere non ravvisato come al giorno d’oggi la tendenza a romanzare, a inventare di sana pianta sia sempre più diffusa, il che distoglie inevitabilmente dalla storia. Che è molto più bella e affascinante di quanto ci hanno raccontato – sempre con le dovute eccezioni – a scuola. Soprattutto, la storia granata. Ma, come ho ricordato venerdì scorso ad Alessio Cacciamani, se non si legge almeno 15 minuti al giorno si smarrisce, scientificamente, tutto ciò che abbiamo appreso a scuola su lingua e dintorni: lessico, sintassi, la stessa abitudine a parlare la lingua nazionale (il dialetto lasciamolo per i contesti amicali e parentali).

Il Torino venne guidato, nella fase aurorale del calcio nazionale, da Vittorio Pozzo, un uomo pragmatico, animato da grande disciplina, da una formidabile capacità di fare gruppo, eccellenti doti tattiche (viene considerato un autentico pioniere nel settore) e da una profonda cultura internazionale. Anzi, proprio grazie a lui, negli anni in cui Lidia Poët e molte altre italiane chiedevano di poter votare e che venissero tutelati i loro diritti, il Torino conquistò la sua prima ribalta internazionale, di cui abbiamo parlato, nel corso di una bella serata, una decina di anni fa con Marco Sappino, autore di un libro informato e divertente, L’avventura sudamericana del Torino e della Pro Vercelli, (Imprimatur, Reggio Emilia 2015).

In pratica, nel 1914, primo anno della Grande guerra, e in un periodo di intensa emigrazione italiana verso l’estero, il Toro è stato il primo club calcistico a compiere una tournée oltreoceanica.
I granata accolsero l’invito ufficiale dei club della Lega Paulista e all’ultimo momento si portarono dietro la blasonata Pro Vercelli che, suscitando malcontento negli ambienti torinisti, partì con sei giorni di anticipo. Il 22 luglio 1914, la squadra granata composta da 16 giocatori (undici granata più altri cinque presi in prestito), salpò da Genova sul piroscafo Duca di Genova alla volta di Santos per partecipare a una serie di amichevoli in America Latina, finanziate da generosi mecenati. Leader in tutto e per tutto si rivelò l’allenatore (e già calciatore) Pozzo, interessato alla preparazione atletica dei giocatori e al confronto con le tradizioni sportive internazionali; non meno rilevanti furono la sobrietà dell’alimentazione e i rapporti con il gentil sesso, aspetto quest’ultimo che vide Pozzo vigile durante la traversata e in terra paulista.

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Primo grande ambasciatore in Sudamerica del calcio tricolore, il Toro si vendicò sul campo dello scherzetto giocato dalla Pro Vercelli la quale disputò in Brasile dieci partite, riportando una sola vittoria, cinque pareggi e quattro sconfitte, mentre il Torino giocò sei incontri, vincendoli tutti: i granata superarono gli avversari con score anche clamorosi, visto che rifilarono, a San Paolo, il 9 agosto 1914, sei gol all’Internacional São Paulo, davanti a 5.000 spettatori. Saputo dello scoppio del primo conflitto mondiale, Pozzo s’inventò una tournée in terra argentina dove i granata si aggiudicarono la partita più importante (6 settembre 1914), imponendosi per 2-0 sulla Selezione Liga Argentina, il best 11 di tutte le formazioni del campionato biancoceleste.

Rientrati via mare sul piroscafo Duca degli Abruzzi, fermato sull’Atlantico da navi britanniche alla ricerca di tedeschi, i giocatori del Toro, pronti a vincere lo scudetto, trovarono al porto di Genova i loro parenti che sventolavano biglietti colorati: lì per lì pensarono a una festosa accoglienza, ma i parenti agitavano i cartoncini di richiamo alle armi, verdi per gli alpini, granata per i bersaglieri, gialli per gli artiglieri. Si trattò di una prima beffa, ma quella più dura da digerire fu la seconda: il campionato 1914-15 venne sospeso all’ultima giornata, con il Torino a soli due punti dal Genoa capolista che doveva ancora incontrare, dopo averlo battuto 6-1 all’andata: mancavano solo due gare da disputare, Toro-Genoa e Milan-Inter.

Tuttavia, la Federazione impose lo stop alle gare e, in seguito, il Genoa venne dichiarato campione d’Italia. Per la prima volta uno scudetto venne scippato ai granata che avevano trovato un nuovo bomber nel torinese Carlo Tirone (16 reti): classe 1894, altro pioniere granata che con il Toro disputò in otto anni 39 gare, segnando 26 reti, una volta appese le scarpe al chiodo, Carlo divenne un valente medico e primario di ospedale, trasferendosi a Monfalcone, sua nuova casa; ancora nel 2011 i tifosi friulani si ricordavano di questo talentuoso attaccante granata e azzurro diventato medico.

Tornando all’annata 1914-15, i granata avevano interpretato alla grande quel campionato e si strameritavano lo scudetto: erano arrivati primi nel girone eliminatorio, conquistando 19 dei 20 punti a disposizione, primissimi nel girone semifinale, con 12 punti in sei partite, battendo la Pro Vercelli in casa come fuori. Di questa formazione Pozzo era l’allenatore e Guido Castoldi il presidente: le partite si giocarono nel Campo Stradale Stupinigi: il risultato più rotondo furono i sette gol rifilati agli strisciati nel derby fuori casa che si giocò il 29 novembre 1914 e si concluse 2-7, con doppiette di Debernardi II, Mosso III e Tirone e singola marcatura di Mosso I.

«Via tutti, come spazzati dal vento. Per quattro lunghi anni di campionato non si parlò più. Una specie di scoraggiamento prese un po’ tutti quelli che erano rimasti a casa durante i primi mesi: scoraggiamento per le sorti e l’avvenire del calcio italiano. Tutto era fermo, tutto requisito. E la guerra mieteva senza pietà nelle file nostre». Sono le parole con cui Pozzo ha ricordato quel frangente drammatico. Parole di storia e di vita vissuta, non di fantasia mal assemblata.


MARCO SEVERINI - Storico contemporaneista dell’Università di Macerata, è autore di importanti volumi, per lo più di storia politica e storia delle donne, presentati in Italia, Europa e negli Stati Uniti. Nel 2016 ha pubblicato Senso di appartenenza granata (Edizioni Zefiro, due edizioni), che coniuga la storia del Toro con quella della sua famiglia, partendo da suo nonno paterno, Virgilio, classe 1906, che ha giocato nelle Giovanili granata. Lo scorso maggio è uscito 120 anni (e motivi) per tifare Toro (1797 edizioni), presentato al recente Salone del Libro di Torino e la cui prima edizione è già esaurita. La seconda è stata presentata venerdì 26 giugno 2026 all’Hotel Raffaello di Senigallia.

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