Toro News Columnist Culto Toro 76: io non c’ero, ma ti amo
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Toro 76: io non c’ero, ma ti amo

Francesco Bugnone
Culto di questa settimana non può che essere una dichiarazione d'amore nei confronti della squadra campione d'Italia nel 1976

Non sono triste per non aver mai visto uno scudetto del Toro, mi dispiace non aver visto QUELLO scudetto del Toro, quello del sedici maggio 1976 che sabato compirà cinquant’anni. Il tipo di squadra, il gioco messo in campo da Radice, la rimonta incredibile sulla Juventus, la festa in campo senza la stramaledetta pacifica invasione di campo che spesso è solo inutile fracasso. Invece tutti sugli spalti a urlare, a piangere e a godersi ogni secondo di quel magnifico Toro che inanella giri di campo portando in trionfo Radice o alzando un enorme scudettone. Poi la festa che diventa torrente di popolo con i tifosi che vanno a Superga mescolati ai giocatori, finché il percorso lo permette. Come si fa a non rimpiangere di non aver vissuto quella cosa lì? Come dice giustamente Domenico Beccaria non festeggiamo “l’ultimo scudetto”, ma “il primo dopo Superga” e questo sarebbe rimasto per sempre, anche se dopo ne avessimo vinti quaranta. Il destino ha voluto diversamente, anche per cosa accade la stagione successiva, ma il discorso non cambia: il Toro 1975/76 è una di quelle cose per cui bisogna ringraziare il cielo di aver scelto di tifare questi colori, indipendentemente da ciò che verrà dopo.

Io non c’ero, ma ho sempre vissuto la fascinazione per quella squadra sin quando, da piccolo, sfogliavo l’almanacco del calcio Panini e vedevo spuntare sempre il nome di Paolo Pulici fra i marcatori. Poi sono arrivati gli speciali televisivi, i filmati su internet, i libri per placare questa fame e farmi innamorare ulteriormente di quella stagione non solo per chi c’era in campo o chi ha costruito quella squadra, ma anche per chi orbitava intorno: autisti, tuttofare, massaggiatori, custodi, tifosi che finiscono dietro la porta e abbracciano Pupi quando corre sotto la curva a pugni alzati come, per esempio, il papà di Alioscia Bisceglia dei Casino Royale coi suoi baffoni inconfondibili. Sabato ci sarà la partita della Storia organizzata dall’Associazione ex Calciatori Granata col nobilissimo fine di devolvere l’incasso a Casa Ugi, ma in questi giorni ci sono stati tante altre occasioni per incontrare i protagonisti di quell’annata come quello al Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata di qualche domenica fa o il "podcast dal vivo” organizzato da Tuttosport lunedì 11 maggio. In tutti i casi aver assistito dal vivo a racconti e aneddoti dalle vive voci dei protagonisti mi ha fatto camminare a svariati metri da terra per la gioia, mi ha capovolto l’umore in positivo, ridendo e commuovendomi tanto che a volte non riuscivo a capire per quale dei due motivi le mie ciglia fossero un po’ umide.

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Senza angelicare nulla, a distanza di anni sembra ancora di trovarsi di fronte a un gruppo affiatato di amici, mogli comprese, che sa ancora punzecchiarsi e scherzare come se vivessimo ancora quei giorni. Ognuno è spettacolare a suo modo. Eraldo Pecci è in forma strepitosa, potrebbe condurre una trasmissione da solo per tempi comici che molti personaggi dello spettacolo gli dovrebbero invidiare. "Pat" Sala è l’agente guastatore, piazza la battuta quando meno te lo aspetti stravolgendo qualsiasi scaletta e generando il boato del pubblico (tra l’altro è il capocannoniere del Toro in Coppa dei Campioni con un gol e…mezzo ed è giusto ricordarlo). Roberto Salvadori è fantastico nella sua pacatezza e nella capacità di raccontare aneddoti esilaranti da serio oltre ad avere una memoria pazzesca. Renato Zaccarelli è pura classe nel raccontare e nel commuoversi sempre un po’: quando interviene è per dire qualcosa di importante, un po’ come i suoi gol nel 1975/76, tutti pesantissimi a cominciare da quello nella San Siro rossonera in una gara in cui non avrebbe neanche dovuto giocare, ma ha avuto il via libera dopo un provino svolto in un distributore di benzina. Claudio Sala è capitano anche nel racconto, ha opinioni forti e sorrisi inattesi. Quando si parla del gol di Pulici al Cesena su un cross a mezza altezza di Graziani, dice ridendo che un pallone così non l’avrebbe mai messo. Pupi è quasi messianico, con un tono di voce che sembra chiedere il permesso, ma una presenza scenica che fa automaticamente aprire ogni porta dei nostri cuori. Vederli dal vivo, ascoltarli, è stato fonte di ulteriore amore e devozione e ancora una volta mi batterà forte il cuore rivedendo le foto dei giri di campo coi giocatori stravolti e Beppe Bonetto incredibilmente ordinato e “british” in giacca e cravatta nonostante il sole cocente e una gioia travolgente, il filmato di Pianelli che con uno scudetto improvvisato sul gessato dice che non aveva voluto dire che ci credeva per scaramanzia oppure il documentario di Sky in arrivo dove, per vincere a mani basse, hanno collocato al termine del promo Zac che dice di avere ancora la maglia dello scudetto “e lì resta”.

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La cosa a cui da qualche giorno penso maggiormente è stata detta da Cristiana Ferrini riferendosi a suo papà Giorgio che l’anno precedente aveva smesso di giocare per diventare il secondo di Gigi Radice, iniziando a imparare da lui il mestiere di tecnico per insegnare, in cambio, i valori del Toro al mister. Nella mia testa la lunga rincorsa del Torino al tricolore inizia quando Ferrini debutta con un insolito numero undici a San Benedetto del Tronto nel 1959, una sorta di nuovo inizio dopo la retrocessione targata Talmone Torino. Giorgio sarà il primo tassello della rinascita, con la fascia al braccio e il suo “otto infinito” sulle spalle alzerà due Coppe Italia e solo due arbitraggi incommentabili targati Cormons gli toglieranno la gioia di essere il primo capitano del dopo Superga a fregiarsi del titolo di campione d’Italia. La cosa succede appena ha appeso gli scarpini al chiodo: ci sarebbe motivo, per una persona normale, di sentirsi un po’ beffato, ma Giorgio Ferrini non è una persona normale. Cristiana racconta che, festeggiando in sede, ha incrociato più volte lo sguardo del padre e non ha mai visto occhi più felici di quelli. In questi giorni in cui il calcio italiano si avventura in figuracce sempre più atroci ogni giorno che passa con dirigenti tanto tronfi quanto inadeguati, questo squallore non mi sfiora nemmeno, lo guardo da lontano talmente sono immerse nelle vicende di quel magico Toro con lo striscione “Radice e undici grandi contro tutti” a colorare il mio cuore. Grazie per questo rifugio e anche per questo motivo dico a gran voce: Toro ’76, io non c’ero, ma ti amo.


Classe 1979, tifoso del Toro dal 1985 grazie a Junior (0 meglio, a una sua figurina). Il primo ricordo un gol di Pusceddu a San Siro, la prima incazzatura l'eliminazione col Tirol, nutro un culto laico per Policano, Lentini e...Marinelli. A volte penso alla traversa di Sordo e capisco che non mi è ancora passata.