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Danilo Baccarani
Danilo Baccarani Columnist 
Torna la rubrica a cura di Danilo Baccarani

Per presentare Toro-Lecce di venerdì sera, parto da un ricordo personale: la mia prima partita da neo genitore.

Ps. Ho testimoni, ho molti amici calabresi e adoro la Calabria. Capirete il perché di questo preambolo, leggendo il testo seguente.

Agosto 2012. Il Toro si appresta a disputare il suo primo campionato di serie A dopo tre anni giocati nella serie cadetta.

Anni difficili, costellati da delusioni cocenti.

Lo spareggio con il Brescia al termine della stagione 2009/10, con l’epurazione invernale e la rivincita dei Peones capitanata dai vari D’Ambrosio, D’Aiello, Arma, Vantaggiato, Coppola, Barusso e chi più ne ha, più ne metta.

Il furto subito nella partita d’andata (espulsione mancata di Mareco e gol inspiegabilmente annullato ad Arma) fu solo l’antipasto della delusione che avremmo patito quattro giorni dopo con la conseguente sconfitta per 2-1.

L’anno successivo, invece, si concluse con un anonimo ottavo posto e una delusione ancor più cocente per una squadra che non riuscì a centrare l’obiettivo minimo dei play-off.

Ci estromise il Padova che nello spareggio dell’ultima di campionato, a fine maggio, passò a Torino per 2-0 al termine di una partita in cui divorammo occasioni a ripetizione.

Pochi giorni dopo quella sconfitta amarissima, il Toro cambiò mister e toccò a Gian Piero Ventura sedersi su una delle versioni più scottanti della nostra panchina.

Ero scettico, non avevo particolare fiducia nel mister che aveva girato mezza Italia e approdava in una piazza depressa da anni complicati.

Ventura invece sbagliò poco e niente e ci trascinò in serie A, al termine di un campionato in cui facemmo testa a testa con il Pescara di Zeman.

Per me, quella era un’estate particolare.

Innanzitutto, per il caldo disperante, per un grosso progetto a cui stavo lavorando giorno e notte e infine, per la più che prossima paternità (con scadenza a metà agosto), quando coppa Italia e campionato stanno per riprendere il loro corso naturale.

Mio figlio nascerà venerdì 17 agosto 2012 in una giornata che si rivelerà tra le più calde di sempre.

Se sei un vero torinese, nasci al Sant’Anna, e il Sant’Anna è il luogo dell’umanità, più vasta e più varia nel suo campionario.

Fa caldo.

La stanza al terzo piano è bollente. Il sole batte sulle finestre e una ventola anni ottanta oscilla lentamente sulle teste degli astanti.

Una donna irrequieta e molto incinta, soffre tantissimo aggirandosi, ondivaga per la stanza.

Squilla un cellulare. Parte una melodia. È la cantante Emma, intendendo dire che, la melodia è quella di una canzone di Emma.

Una ragazza molto formosa risponde scocciata al telefono: “È la nonna!”

Il tratto che contraddistingue i protagonisti di questo racconto è la regione di provenienza: sono calabresi.

Scoprirò in un secondo momento, il luogo esatto, Pellaro, provincia di Reggio Calabria.

La sorella della puerpera cammina per la stanza con aria preoccupata.

La mamma e la suocera disquisiscono in maniera concitata: “Rita, devi scegliere le collane per il parto.”

Rita sta male, deve partorire ma non è ancora il momento.

Piange, si lamenta.

Le collane che deve scegliere sono due: la prima quella da mettere al collo del neonato che ha in pancia, dopo la nascita, la seconda, quella che lei dovrà indossare durante il parto.

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Rimango sconcertato.

La suocera, impetuosamente, alza la voce: “Rita…urla bella mia, sei hai male, urla…”.

La stanza è un forno. Le regole della visita fuori orario (una sola persona in stanza) vengono sovvertite da questa bella e socievole famiglia calabrese.

Io mi vanto spesso di capire i dialetti del sud, tipo il pugliese (per origini), il napoletano (per passione, Troisi, Pino Daniele, Totò), il siciliano per aver conosciuto persone meravigliose che mi hanno spiegato molti termini e modi di dire.

Con il calabrese ho un po’ di problemi. È un po’ come lo scozzese. È pur sempre inglese, ma faccio fatica a capire gli scozzesi.

La mamma della giovane donna mi rivolge la parola, spiegandomi in un esperanto linguistico che sua figlia non vuole chiamare l’ostetrica, o meglio è quello comprendo, mentre il marito si arrabbia e urla cose incomprensibili.

Il marito è una copia conforme di Maurizio Gasparri. Sguardo non molto presente, tangenzialmente toccato da un affare, che è un affare di donne.

Il telefono squilla di nuovo. La nonna sta facendo il giro di chiamate. Stavolta è il telefono della ragazza incinta a suonare. Una canzone di Gianna Nannini detona con fragorosa violenza.

Le suonerie sono tutte altissime. La voce delle persone è altissima. La nonna non si arrende e chiama su un altro numero. Un’altra suoneria esplode nella stanza.

Rita, dal suo letto di dolore, chiede aiuto e ricorda al marito:”…Devi andare a casa, devi uscire a Braian.”

La frase risuona epica tra le pareti della stanza. Braian? E chi diavolo è Braian?

Durante l’orario di visita possono entrare amici e parenti, non minori, senza limitazioni di numero.

O meglio, ci sarebbe la discrezione ma i parenti della compagna di stanza di mia moglie non conoscono il termine e non mancano l’appuntamento: marito, suoceri, cugini, amici. Se escono tutti insieme dall’ospedale, rischiano di essere arrestati per corteo non autorizzato.

Sembra un concerto degli U2, ma la musica di sottofondo, trasparente e impalpabile è quella di Mino Reitano.

Esco dalla stanza con mio figlio, per disperazione, o per istinto di protezione verso il pargolo.

Fa caldo ma ai nostri compagni di avventura, non importa.

Rita, finalmente, fa sul serio. La claque ci crede e la donna va in sala parto.

Nella notte, finalmente, la puerpera calabrese partorirà.

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Alle ottomenounquarto di un caldo sabato di agosto, dentro la stanza ci sono: la mamma, la suocera, il marito, la nipote e la sorella, i nonni paterni, cugini vari, qualche amico e la nonna materna al telefono.

Mancano solo i bibitari con il Borghetti, gli steward e la polizia.

Non si potrebbe, ma oramai vale tutto. Vengono offerti generi di conforto dolci e salati, a chiunque.

È nata una bella bimba. Paffutella e rosea.

Il padre non la guarda nemmeno di striscio. I nonni si limitano ad annuire in disparte.

È una clamorosa sconfitta perché non è un maschio. C’è chiaro disinteresse e l’argomento principe diventa il caldo.

Non si parlerà d’altro per tutta la giornata.

La domenica scorre lentissima. Fuori per strada, l’asfalto è molle per il grande caldo.

Sto tutto il giorno in ospedale e la testa è all’appuntamento serale del mio Toro.

Coppa Italia, terzo turno, Toro-Lecce.

Le mie origini modenesi-baresi, dicono che questo è un mezzo derby.

Per di più al Lecce collego solo pessimi ricordi: una mezza retrocessione (1989, i giallorossi formalizzarono soltanto quello che era ineluttabile e inevitabile destino), una retrocessione piena (2000) e uno scudetto strappato alla Roma e consegnato alle forze oscure del Male.

Se ci aggiungete anche Emma, Alessandra Amoroso, i Negramaro e i Boomdabash, il quadro è completo.

Non ho coraggio a dire alla mia dolce metà che uscirò prima per andare allo stadio, ma in stanza c’è un altro tutto esaurito che nemmeno al Concerto di Capodanno a Vienna.

Le infermiere si raccomandano di lasciare la stanza non oltre le nove di sera.

Alle otto e venti, rompo gli indugi.

“Io andrei…”

La mia compagna ribatte: “Lo so dove stai andando. Ti sembra il caso?”

Non ha finito di pronunciare quelle parole e io ho già salutato Francesco, l’ ho baciata e sono di corsa nel corridoio e poi giù per le scale.

La Lancia Musa sfreccia rapida verso lo stadio e mentre arrivo sotto la curva Maratona, vengo accolto da urlo belluino: gol!

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Io arrivo allo stadio, da sempre, molto prima dell’inizio della partita e non sono mai uscito prima della fine ma quello di Sgrigna, al secondo minuto di gioco è un gol di cui non ho memoria, come se non fosse mai stato segnato.

La serata è calda ma piacevole.

Il Toro dilaga nonostante la squadra non sia ancora completata (incredibile vero?) e fino a quando le forze reggono, corre e diverte.

L’autogol di Ferrario fa 2-0, poi Jeda accorcia ma è Bianchi a triplicare.

Ci preoccupiamo per il rigore di Corvia ma è ancora Bianchi a chiudere i giochi per il 4-2 finale, la mia prima partita da papà.

Ricorderò per sempre la grande corsa per arrivare in tempo e il boato della gente, la formazione e il 4-2-4 di Ventura con due mediani, la squadra a trazione anteriore con Stevanovic e Verdi, anche allora disperatamente impalpabile e Capitan Bianchi che qualche settimana dopo mi omaggiò di una maglia con tanto di dedica: “A papà Danilo e al piccolo Francesco”, la conservo gelosamente nel cassetto dei ricordi più belli.

Tornando in ospedale il giorno dopo, raggiante per la vittoria e riposato al fresco di un imprescindibile condizionatore, scoprii finalmente chi diavolo fosse Braian.

Braian era un cane. Un cane che non sapeva di essere calabrese.

Ad un anno campione d’Italia, cresciuto a pane e racconti di Invincibili e Tremendisti. Laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Ho vissuto Bilbao e Licata e così, su due piedi, rivivrei volentieri solo la prima. Se rinascessi vorrei la voleé di McEnroe, il cappotto di Bogart e la fantasia di Ljajic. Ché non si sa mai.

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