Raf Vallone. Arte Toro
Olivieri (sì, lui, Aldo, appena laureatosi Campione del Mondo a Parigi; a detta di Giuanbrerafucarlo, il più forte portiere italiano di tutti i tempi) tra i pali; terzini Brunella (o Bussi) e Osvaldo "Bambo" Ferrini (Capitano); mediana con Gallea, Allasio (il padre dell'attrice Marisa), Neri (futuro comandante partigiano Berni, che sarebbe caduto all'eremo di Camogna nella guerra di Liberazione); e poi Bo, Vallone, Gaddoni, Petron, Ferrero (padre dell'attrice Annamaria, "anciua" per i torinesi, in futuro l'allenatore -mai celebrato abbastanza, come meritava- del Grande Torino nel 1945-46 e nel 1946-47).
Questa la formazione del Torino, campionato 1938-39, classificatosi secondo a soli quattro punti alle spalle del Bologna. Il Torino era allenato da Mario Sperone, "Maiu Sperùn", con Egri-Erbstein D.T. in procinto di lasciare l'Italia per sfuggire alle persecuzioni razziali e all'emarginazioni decretate dal Regime nei confronti degli ebrei. Nel ruolo di mezz'ala destra un nome. La cui fama internazionale sarà dovuta alle sue doti, sorprendenti e decisamente differenti da quelle mostrate sul campo di giuoco. Stiamo parlando di Raffaele Vallone, nato a Tropea (VV) il 17 febbraio 1916.
Proveniente dai Balon Boys del settore giovanile (con cui vinse un titolo ULIC Ragazzi* 1930-31), alternò alla pratica del football. "Avevo 13 anni -il suo ricordo del provino- Mi misero all'ala destra. Un po' per le scarpe da gioco non mie, un po' per l'emozione, non toccai palla. Un disastro. Mi ripresi solo nel finale. E forse furono proprio quegli ultimissimi minuti che convinsero i tecnici ad assumermi lo stesso", con ogni evidenza, c'era gente, Sturmer in testa, che sapeva vedere al di là dell'emozione del momento che agitava il ragazzino agli esordi.
Lo aveva convinto a presentarsi al provino Giglio Panza, futuro direttore di Tuttosport, che in età matura sarebbe diventato "memoria granata", lui, coetaneo di Vallone e coscritto di Guglielmo Gabetto. Conseguita la maturità classica, Vallone si era laureato in Giurisprudenza e in Filosofia sotto la guida di docenti come Leone Ginzburg e Luigi Einaudi. 16 giugno 1940. Raffaele Vallone si laurea in Filosofia del diritto con una tesi orale sul tema L'idea della giustizia nella filosofia greca e romana. Relatore: Gioele Solari.
Vallone aveva esordito in Prima Squadra il 26 maggio 1935 in Ambrosiana-Torino 4-0. In maglia granata in Prima Squadra dal 1934 al 1939 e nel 1940-41. Faceva parte della rosa che conquistò la rinata Coppa Italia 1935-36, battendo i Grigi nella finale di Genova. Fisicamente prestante, con buona tecnica e visione di gioco, Vallone era centrocampista d'impostazione: gli piaceva mandare in goal i compagni di squadra. Nel 1943 la sua scelta di campo era stata chiara. L'8 settembre, l'armistizio militare a Tortona. Raf abbraccia la causa di "Giustizia e Libertà". Arrestato e incarcerato a Como, riesce ad evadere e a riprendere l'attività clandestina nella propaganda antifascista sotto la guida di Vincenzo Ciaffi (un latinista che è anche uno dei dirigenti azionisti di "Giustizia e Libertà").
Sebbene mai iscritto al PCI per le sue posizioni apertamente critiche nei confronti dello stalinismo, come giornalista, divenne redattore capo delle pagine culturali dell'"Unità", oltre a ricoprire il ruolo di critico cinematografico per "La Stampa".
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Da "Venti Quattro Anni", autore Davide Lajolo (Comandante Ulisse delle Divisioni Garibaldi tra l'Astigiano e l'Alessandrino), Rizzoli, ottobre 1981:
"Torino, 27 maggio 1945
Gli Alleati hanno arrestato Pietro Nenni (...)
È venuto Raf Vallone, un ex giocatore del Torino, a presentarsi al primo piano di corso Valdocco per essere messo alla prova nel praticantato di giornalista. Parla a tratti, timido, gli occhi ampliano il suo desiderio. È con Tesio: sono amici da tempo. Tesio al solito generoso mi dice piano: "Prendiamolo, è intelligente. Ha letto un sacco di libri. Sa a memoria le poesie di Pavese".
Usciamo a prendere un caffè. Vallone ne approfitta per parlarmi di Gramsci. Ha letto certe pagine e ne è letteralmente affascinato. Dice che vi è arrivato attraverso il teatro. Con una compagnia di amici prepara il Woyzech di Büchner. È riuscito a procurarsi le critiche teatrali di Gobetti e di Gramsci.
Gli dico che domani può venire ad incominciare il praticantato. Vallone mi sorride così aperto come gli avessi detto che da domani conoscerà il paradiso.
9 giugno 1945
Pavese stasera è entrato nel mio ufficio con il volto felice (...)
"Quando avrai finito di scarabocchiare sulla carta il tuo corsivo, ti farò leggere qualche pagina di un libro che vorrei portare a termine. Sono dialoghi tra uomini e dei delle antiche mitologie". I dialoghi li legge Vallone e devo dire bene, perché anche Cesare assente".
Proprio Vincenzo Ciaffi fu il regista dello spettacolo teatrale Woyzech (testo di Georg Büchner) con cui Vallone coronò la propria passione per il teatro esordendo nel 1946 al Teatro Gobetti a Torino.
La carriera cinematografica di Raf Vallone merita un libro a parte. Il suo nome è impresso a caratteri cubitali nelle pagine del neorealismo italiano, scuola di cinema di fama mondiale. "Riso amaro" (1949) di De Santis, "Il cammino della speranza" di Pietro Germi... il tutto si presenta da sé. Accanto a Sophia Loren ne "La ciociara" (1960), capolavoro di Vittorio De Sica dal romanzo di Alberto Moravia. Nel 1962 si aggiudica il David di Donatello come miglior interprete di "Vu du Pont" di Sidney Lumet.
In teatro a Parigi, in televisione nel "Mulino sul Po". In termini di body language, di fisicità, Raf Vallone affiancava ad una virilità ereditata dalla Magna Grecia, come per molti della sua terra di Calabria, un timbro di voce di attore omerico, con uno sguardo nella cui profondità perdersi.
Fu sposato per cinquant'anni con l'attrice Elena Varzi (conosciuta nel 1950 sul set de "Il cammino della speranza"): dalla loro unione nacquero Eleonora ed i gemelli Saverio e Arabella. Nello sguardo dell'attore calabrese sul finire degli Anni '50 si perse anche Brigitte Bardot, senza ripercussioni a livello familiare.
È bello e per certi versi commovente raccontare di un uomo così. Di una cultura a 360 gradi. Uno dei nomi che hanno tenuto alto il nome dell'Italia nell'arte, teatrale e cinematografica.
E che mai, mai, mancò di raccontare con nostalgia e rispetto -e di rievocarne la grandezza- del suo Torino, e di quel Grande Torino di cui avrebbe potuto essere una riserva. Lui, coetaneo di Gabetto. Ma il palco chiamava...e guai a chi non sa seguire la propria vocazione.
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GIANNI PONTA - Chimico, ha lavorato in una multinazionale, vissuto molti anni all’estero. Tuttavia, non ha mai mancato di seguire il “suo” Torino, squadra del cuore, fondativa del calcio italiano. Tra l’altro, ha scoperto che Ezio Loik, mezzala del Grande Torino, aveva avviato un’attività proprio nell’ambito dell’azienda in cui Gianni molti anni dopo sarebbe stato assunto.
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