La Leggenda e i Campioni / Le storie fanno giri infiniti per ritornare ed incrociare uomini e città che li ospitano. Romeo Menti ottant’anni fa, pochi giorni fa l’annuncio di Ignazio Abate dalla Juve Stabia
Uno degli uomini più educati, più discreti, più silenziosi che abbiano calcato i campi di giuoco. Uno dei giocatori che hanno fatto il Grande Torino, firmando imprese epiche sul rettangolo verde, rendendo tale e immortale Quella formazione Là. “Cannone silenzioso”, l’ala destra irresistibile che con i compagni d’attacco contribuì a firmare 125 reti nel campionato 1947-48.
Dotato di una “lecca” - come si diceva un tempo - micidiale, il vicentino Romeo Menti, detto anche “Volpina” era implacabile calciatore, la prima scelta di Ernö Egri-Erbstein per la battuta dei calci da fermo, le punizioni e i penalty. I tifosi granata, che lo ammiravano per la serietà e l’impegno, dai gradini del “Filadelfia” lo invocavano “Meo, Meo !” quando stava per battere una punizione.
Nato a Vicenza il 5 settembre 1919, esordì a 16 anni nella squadra di casa l’8 settembre 1935, in occasione dell’inaugurazione dello stadio che dopo la tragedia di Superga avrebbe portato il suo nome. In biancorosso, dopo due anni in Serie C, il diciottenne Menti guidò con i suoi 21 gol la squadra berica a sfiorare la promozione in B nel campionato 1937-1938, al termine del quale fu ceduto alla Fiorentina per la cifra di 68 000 lire. Con la maglia del Vicenza aveva segnato complessivamente 34 reti, scendendo in campo 82 volte.
Firenze sarebbe stata la città del destino, determinandone la carriera di calciatore, venendo da lui eletta al contempo la sua dimora, il nido d’amore con Giovanna, per sé e per la propria famiglia.
La sua carriera di ala sbocciò in maglia gigliata ma soprattutto “Meo” ebbe la fortuna (per sé ma anche per il Torino AC) d’incrociare come compagno di squadra Giacinto Ellena, centromediano che, una volta fatto ritorno a Torino, ne avrebbe caldeggiato l’ingaggio da parte del Presidente Ferruccio Novo, facendo così le fortune del Torino e dello stesso Menti che non solo si sarebbe fatto onore in granata, ma sarebbe anche arrivato ad indossare con pieno merito quella della Nazionale.
E proprio a Firenze avrebbe esordito in maglia azzurra il 27 aprile 1947 segnando una tripletta contro la Svizzera. L’Italia s’impose 5-2, schierando nove giocatori del Torino e due della Juventus nell’undici sceso in campo con: Sentimenti IV (Juve); Ballarin, Maroso; Grezar, Parola (Juve), Castigliano; Menti II, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II. Completarono le marcature azzurre Valentino Mazzola ed Ezio Loik. Settantamila spettatori al Comunale, capolavoro di Pierluigi Nervi. È l’ultima, limpidissima, incancellabile immagine regalata dall’ala leggendaria alla gente di Firenze. Durante quella partita venne inoltre scattata una magnifica fotografia di Valentino Mazzola in splendida elevazione in anticipo su un avversario elvetico.
Al suo arrivo a Torino, caldeggiato come abbiamo visto da “Cinto” Ellena che gli era diventato compagno di squadra anche in granata, Menti contribuì subito alla conquista del titolo di Campioni d’Italia e della Coppa Italia (che aveva già vinto con la Fiorentina nel 1939-40) nella stagione 1942-43. Era nato il Grande Torino.
Poi la terribile guerra civile all’interno della Seconda Guerra Mondiale. All’inizio del 1945 riuscì a trasferirsi al Sud, a Castellammare di Stabia dove giocò, indossando la maglia dello Stabia, il Campionato Misto Campano. La fortissima ala vicentina prese per mano lo Stabia sino a raggiungere il titolo (mai riconosciuto dalla Figc) di campione dell’Italia liberata. Segnò tredici volte, tre delle quali su rigore, spingendo lo Stabia, allenato dal livornese Vasco Lenzi a vincere il torneo davanti alla Salernitana e al Napoli giunto terzo.
A tale proposito, Juve Stabia ha richiesto l'assegnazione di quel un titolo per il campionato vinto nella stagione 1944-1945, durante l'ultimo anno di guerra. Chiaramente non si può riconoscere uno scudetto nazionale, avendo la formazione campana vinto quello che era un girone esclusivamente regionale, come tanti altri, anche se fini a se stessi e senza l'idea di accorpare le vincenti, nel resto d'Italia. Nel corso dell’autunno 2025 la FIGC ha comunque aperto un fascicolo, di fatto accettando di esaminare la richiesta. Se dovesse andare a buon fine, sarebbe un titolo da aggiungere al palmarès della formidabile ala vicentina in prestito "forzato" durante il conflitto mondiale.
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Le storie fanno giri infiniti per ritornare ed incrociare uomini e città che li ospitano. Romeo Menti ottant’anni fa, pochi giorni fa l’annuncio del nuovo allenatore Ignazio Abate, dalla Juve Stabia dove ha allenato e fatto crescere il diciannovenne Cacciamani, che torna a casa a Torino.
Nel 1945-1946 Menti militò nella Fiorentina. Poi di nuovo in granata. Quattro Scudetti di fila, l’ingresso nella Storia, la consacrazione in una leggenda. Ma comunque non una compiuta appartenenza. Una Topolino o un treno riportavano infatti ogni lunedì “Meo” e la sua Giovanna nel viale dei Mille a Firenze.
Nostalgia intensa di Firenze, con un languore, un lampo luminoso nello sguardo che si rivela ancora di più quando vengono al mondo Titti e Cristiano. Quest’ultimo nasce nel marzo del 1948. Romeo lo stringerà al petto per poco più di tredici mesi.
Se volessimo descrivere lo stile di gioco, rifacendoci a giocatori che abbiamo visto, potremmo dire che Romeo Menti in termini di capacità balistiche, perentorietà delle conclusioni - di piede - che non lasciavano scampo al portiere avversario, anticipava Paolino Pulici. Menti colpiva la palla in modo così potente e secco da non concedere scampo ai portieri.
Per quanto riguarda la corsa, l’approccio alla porta, ci siamo rifatti ad uno stralcio filmato di Milan-Torino 3-2 del 25 gennaio 1948. Menti corre un po’ ingobbito (absit iniuria verbis) sul terreno innevato, dribbla con l’interno dei piedi due difensori rossoneri per poi esplodere la cannonata. Nella corsa gli assomiglia un po’ a Federico Chiesa. Cresciuto nella Fiorentina. Un ricorso storico? Ci piace pensarlo.
Nel tardo pomeriggio del 4 maggio 1949, tra i rottami dell’aereo a Superga, Vittorio Pozzo venne chiamato ad un compito crudele impietoso ma necessario al riconoscimento dei “suoi ragazzi” (“Your Boys …”, gli disse un affranto John Hansen) che schierava in Nazionale. “Commendatore, se non lo fa Lei, chi altrimenti sarebbe in grado di farlo?”, gli disse il pubblico ufficiale.
Pozzo riconobbe immediatamente Romeo Menti. Portava il distintivo con il giglio della Fiorentina sul bavero della giacca.
Suo figlio Cristiano sposò Ardea Grezar, figlia dell’indimenticabile mediano triestino Giuseppe Grezar. Hanno avuto un figlio, Niccolò il quale, tra l’altro, insieme alla zia Titti Menti e a Marco Vichi, con il coordinamento e la supervisione di Gian Paolo Ormezzano realizzò con grandi firme nel 1999 la realizzazione di un libro stupendo dal titolo “Il Toro e il Giglio”, con l’Associazione per la Solidarietà GIGLIO AMICO. Un libro, all’interno del quale è custodita una documentazione preziosa ed introvabile diversamente, che fa meditare su quanto affetto e corrispondenza d’amorosi sensi nascano intorno ad un pallone ed alle vite che per destino gli hanno corso dietro.
GIANNI PONTA - Chimico, ha lavorato in una multinazionale, vissuto molti anni all’estero. Tuttavia, non ha mai mancato di seguire il “suo” Torino, squadra del cuore, fondativa del calcio italiano. Tra l’altro, ha scoperto che Ezio Loik, mezzala del Grande Torino, aveva avviato un’attività proprio nell’ambito dell’azienda in cui Gianni molti anni dopo sarebbe stato assunto.
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