Toro News Columnist L'Editoriale 100 di Fila. Qualcosa in cui credere

100 di Fila. Qualcosa in cui credere

Matteo Curreri
100 di Fila / Quando non rimangono più i muri, sono le persone a dover tenere in piedi una casa

A volte certe novità non le vediamo arrivare. Ci accontentiamo del nostro orticello, senza dare neppure per caso una sbirciata ai frutti degli altri. Forse, crescendo, diventiamo troppo cinici per riconoscere quella giovinezza che genera ingenuità, ma anche bellezza. Per questo, chi è innamorato viene quasi etichettato come un adolescente, come se credere in qualcosa senza riserve fosse un limite, anziché una delle espressioni più autentiche della nostra umanità. Una forma di visione, difficile da ricondurre a qualcosa di concreto. E altrettanto spesso frenata sul nascere. A volte, però, siamo proprio noi a frenare certe visioni. Per paura dell'ignoto, certo, ma forse ancora di più per il timore di illuderci. E così finiamo per restare nel nostro orticello, avvolti da quell'odore di vecchio che conosciamo fin troppo bene. Quasi fosse più rassicurante non aspettarsi nulla che rischiare di credere ancora in qualcosa. Eppure c'è chi continua a farlo. Chi non rinuncia a guardare oltre, a coltivare un'idea anche quando tutto sembra suggerire il contrario. Perché certe visioni, prima di diventare realtà, hanno bisogno di qualcuno disposto a crederci.

Il Filadelfia, in fondo, nasce proprio così. Dall'intuizione di un uomo come il conte Marone Cinzano, che quella sbirciata al di fuori l'ha data eccome. Ma guardare non basta, se poi non si ha il coraggio di agire. E il conte quel coraggio lo ebbe, traducendo un'ambizione in un impegno concreto. Perché certe idee, per diventare grandi, hanno bisogno di qualcuno disposto a investire su di esse. Non soltanto denaro, ma tempo, energie e responsabilità. Con un intento tanto semplice quanto ambizioso: dare al Torino una casa, un covo, un punto di riferimento costante da cui gettare le basi per qualcosa di unico. Qualcosa di unico e di grande. Perché quella casa, inaugurata il 17 ottobre 1926, negli anni sarebbe diventata il teatro di un'impresa eccezionale, portata avanti da Ferruccio Novo e da un Torino capace di spingersi oltre i confini del proprio tempo. Una squadra che non si accontentava di vincere, ma cercava continuamente nuove strade per farlo.

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Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel luogo sarebbe diventato anche il custode di un'assenza. Il Filadelfia non sarebbe più stato soltanto la testimonianza tangibile dei successi di un'organizzazione, ma il continuo rimando a una mancanza che resta presenza. Da quel momento, essere del Toro avrebbe significato anche credere in qualcosa che andava ben oltre un semplice sodalizio sportivo. Quasi un culto pagano, alimentato da un'eredità tanto straordinaria quanto difficile da sostenere. Perché il Grande Torino sarebbe diventato un metro di paragone che imponeva rispetto, pur essendo impossibile da eguagliare. E pretendere di riprodurre quella grandezza sarebbe stato forse l'errore più grande. Serviva continuare a credere, certo, ma soprattutto trovare nuove ragioni per credere in se stessi.

Il Filadelfia ha continuato a rappresentare proprio questo: un punto di riferimento, un quartier generale, un luogo in cui, prima ancora di allenarsi, si imparava ad appartenere. I vecchi tifosi, i magazzinieri, gli insospettabili, fino a quegli uomini che calcavano il campo, ma venivano educati a sapere esattamente dove si trovavano. E soprattutto a sentirsi parte di qualcosa che li aveva preceduti e che sarebbe continuato anche dopo di loro. Un luogo in cui sentirci noi, in cui poter dire: "Voi non siete come noi e non lo capirete mai". Non con spocchia, figuriamoci, ma con l'orgoglio di appartenere. Forse anche chiudendosi un po' a riccio, ma sviluppando una scorza durissima.

Nonostante ciò, anche attraverso quella scorza sono riusciti a insinuarsi gli spifferi. Perché neppure i luoghi che sembrano custodire un'identità inattaccabile sono al riparo dal tempo, dall'incuria, dai cambiamenti. E così il Filadelfia ha cominciato lentamente a perdere ciò che lo aveva reso una casa. La sua centralità, quella quotidianità che permetteva a generazioni diverse di riconoscersi nello stesso luogo. Il luogo che aveva custodito la memoria di un'assenza finiva per diventare esso stesso un'assenza. Bisognava trovare il modo di non perderlo del tutto.

E qualcuno, fortunatamente, non si è rassegnato. C'è chi ha continuato a cercare il Filadelfia anche tra le macerie, chi ne ha custodito i ricordi, chi ha raccolto testimonianze, chi si è battuto perché quel luogo potesse tornare a esistere. Non soltanto per nostalgia, ma per la convinzione che una storia del genere non potesse esaurirsi nel passato. Perché, quando non rimangono più i muri, sono le persone a dover tenere in piedi una casa. Attraverso i racconti, a memoria tramandata da una generazione all'altra. E alla fine, dopo tante battaglie, si è riusciti anche a tornare. A restituire un indirizzo a ciò che per troppo tempo aveva rischiato di rimanere confinato soltanto nella memoria. Il Filadelfia è di nuovo lì, dove tutto era cominciato. Certe cose, però, non tornano semplicemente perché si è riusciti a ricostruirle.

Nel frattempo siamo cambiati anche noi. Sono cambiate le generazioni e il modo di vivere il calcio e il Toro. E forse, a forza di difenderci dalle delusioni, abbiamo finito per diventare proprio quegli adulti troppo cinici per concedersi ancora il lusso di essere ingenui. Di innamorarci, di immaginare qualcosa che non esiste, di credere senza avere sempre bisogno di una garanzia. Servirebbe uno sforzo in più. Ora che ci è stata restituita una casa, dovremmo poter tornare anche ad arredarla. E magari fare qualche mazzo di chiavi in più. Perché una casa, per tornare a vivere, ha bisogno di essere abitata. Ridateci qualcosa in cui credere.

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