100 di Fila / La figlia di Aldo Ballarin racconta il Fila attraverso i ricordi della madre, dalla casa di via Tunisi affacciata sul campo alla vita quotidiana delle famiglie del Grande Torino

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Filadelfia, la casa di un intero quartiere (VIDEO)

Aveva meno di due anni Maria Pia Ballarin quando quello sciagurato giorno di pioggia stravolse inevitabilmente la sua infanzia. Era il 4 maggio 1949 e suo padre Aldo, insieme al fratello Dino, perse la vita nella tragedia di Superga, entrando per sempre nella storia. Prima, però, c’erano state le vittorie terrene, costruite anche su quel prato del Filadelfia dove Ballarin e compagni inanellarono scudetti e alimentarono il mito degli Invincibili. In occasione del centenario del Fila, Maria Pia affida a Toro News i suoi ricordi e quelli che, negli anni, le sono stati tramandati dalla madre.

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Maria Pia, la sorprende che dopo così tanti anni il Grande Torino venga ancora ricordato? “Non ci saremmo mai aspettati che ci fosse un ricordo così duraturo, dopo tanti anni. Poi ci siamo accorti che tanta gente ancora li ricorda e li fa ricordare alle nuove generazioni. Io trovo che in questo modo loro siano ancora vivi, perché il ricordo delle persone care che non ci sono più serve proprio a farle vivere ancora”.

Lei era molto piccola quando morì suo padre. Che ricordi ha del Filadelfia? “Quando è successo io ero una bambina, avevo meno di due anni, quindi non ricordo niente. Sono venuta al Filadelfia quando è stato sistemato ed è stata inaugurata la nuova struttura. Quella è stata la prima volta in cui l’ho visto e mi sono veramente emozionata nel vedere quanta gente c’era e quanti ricordi”.

Che cosa provò entrando lì? “È una cosa indescrivibile. La prima cosa che ho pensato è stata: ‘Se ci fosse qua mia mamma’. Lei dopo la morte di mio padre è sempre vissuta per lui, nel suo ricordo. Ogni giorno parlava di mio padre, ci raccontava aneddoti e storie. Era ancora viva quando sono tornata al Filadelfia, ma aveva avuto una grave malattia e non poteva muoversi. Io sono andata lì anche per vedere con i suoi occhi”.

Perché proprio con gli occhi di sua madre? “Perché negli ultimi anni in cui vissero a Torino avevano una casa proprio con il balcone sul campo. Lei ricordava com’era, vedeva mio padre che si allenava. Le partite invece le seguiva direttamente allo stadio, soprattutto quelle in casa, perché aveva mio fratello piccolo e poi sono nata anch’io, quindi non aveva tanta possibilità di muoversi”.

Maria Pia Ballarin: “Papà dal campo mandava una carezza a mia madre”

Sua madre seguiva quindi gli allenamenti dal balcone di via Tunisi? “Sì, si affacciava molto spesso sul balcone, lo vedeva e lo seguiva. Quando mio padre si accorgeva che lei era lì, portava la mano ai capelli e si accarezzava. Quella era come una carezza che lui le mandava”.

Era un gesto che faceva anche durante le partite? “Sì. Mia mamma, quando giocavano in casa, non mancava mai. Non andava in tribuna, andava in curva perché voleva vivere l’esperienza del vero cuore granata. Anche durante le partite, se mio padre faceva una bella azione oppure si segnava un gol, guardava verso di lei e si accarezzava i capelli. Era un segno di affetto e anche di orgoglio”.

E portava con sé anche suo fratello? “Sì, quasi sempre. Nei freddi inverni di Torino lo teneva sotto il cappotto o sotto la pelliccia. Quando segnavano, lui usciva con la testa dalla pelliccia e gridava ‘Toro, Toro, Toro’ a modo suo. Mia mamma ce lo raccontava tante volte”.

Nel palazzo abitavano anche altre famiglie del Grande Torino? “Sì. C’erano Menti, Mazzola e Grezar. Mia mamma aveva legato soprattutto con la famiglia Grezar. Si trovava con queste amiche, trascorreva alcune ore del pomeriggio con loro, andava a trovare la signora Mazzola, la signora Menti. Era una vita semplice”.

“Un uomo si inginocchiò davanti a mia mamma e disse: sono morti tutti”

Sua madre le raccontò anche che cosa accadde il 4 maggio? “Quando è successa la disgrazia, lei e la signora Menti erano preoccupate per il ritardo. La signora Menti, che guidava la macchina, le disse: ‘Andiamo a vedere, andiamo a chiedere, vediamo se ci danno notizie’. Arrivarono fino alla sede e videro centinaia di persone fuori, nelle vie, che aspettavano. La loro mente non arrivò a pensare a una disgrazia. Non capirono e tornarono a casa”.

Quando seppe la verità? “Mia mamma stava lì ad aspettare notizie. Poi cominciò a venire gente in casa: la porta era aperta, queste persone entravano e uscivano e lei non riusciva a capire che cosa fosse successo. Finché un signore si avvicinò, si inginocchiò davanti a lei, le prese le mani e disse: ‘Sono morti tutti’”.

C’è un particolare di quel momento che sua madre le raccontava? “Quel pomeriggio aveva una pentola con la carne sul fuoco per fare il brodo, il bollito. Quando quell’uomo le disse che erano morti tutti, lei si alzò, spense il fuoco e capì così che era finita”.

E lei, che era così piccola, dov’era? “Mia mamma diceva che per i due giorni in cui siamo rimasti ancora a Torino non mi ha più visto. Forse qualche vicino di casa mi avrà presa e portata con sé. Dopo i funerali siamo partiti insieme ai due feretri di Aldo e Dino e siamo tornati a Chioggia”.

“Ho conosciuto mio padre attraverso mia madre”

Sua madre parlava molto di suo padre quando eravate bambini? “All’inizio no. Era una persona piuttosto schiva e anche con noi ragazzi non si apriva tanto. Ha cominciato a raccontare molto di mio papà quando mio figlio primogenito è diventato più grande. Con lui si è aperta, ha raccontato tutto e così ho ascoltato anch’io. Ho tanti ricordi grazie a mia madre”.

Che cosa ha scoperto di suo padre attraverso quei racconti? “Da bambina non mi rendevo neanche conto di quanto fosse stato importante, bravo e grande nel suo campo. Poi, attraverso i racconti di mia mamma, ho capito che era anche una bellissima persona, generosa e affettuosa”.

Com’era Aldo Ballarin fuori dal campo? “Mia mamma raccontava che quando poteva, fuori dagli allenamenti e dalle partite, si metteva in pigiama e ciabatte e rimaneva a casa con i figli a giocare. Aveva comprato anche un proiettore perché gli piacevano molto i film e li guardavano insieme in casa. Era un pantofolaio, insomma, quando era fuori dal campo”.

Quando capì davvero quanto il Grande Torino fosse rimasto nella memoria delle persone? “Quando sono tornata a Torino da ragazzina. Ricordo che siamo stati in un cinema e hanno proiettato dei filmati delle partite e anche della vita fuori dal campo di questi ragazzi. Il cinema era tutto pieno. Quando hanno acceso le luci mi sono guardata attorno e ho visto questi uomini, questi spettatori, tutti con le lacrime. Allora ho pensato: ‘Ma allora non sono soltanto io che piango’. Lì mi sono resa conto di quanto fosse stata importante quella squadra per tante persone”.

Maria Pia Ballarin: “Per loro il Filadelfia era una seconda casa”

Suo fratello conserva qualche ricordo diretto di suo padre al Filadelfia? “Ricorda soltanto una cosa. Quando a Torino c’era la neve, un giorno scese al Filadelfia con papà e si divertirono a tirarsi le palle di neve. Questo se lo ricorda. Poi non conserva quasi altro perché anche lui era piccolo: quando nostro padre è morto non aveva ancora quattro anni”.

Che cosa è rimasto invece degli oggetti e dei ricordi di suo padre? “Mia mamma dopo la disgrazia regalò tante cose. Amici e parenti arrivavano e le chiedevano un ricordo, qualcosa di suo, e lei era generosa. Però aveva tenuto alcune cose dentro una cassapanca. Quando è nato mio figlio Aldo, ha aperto questa cassapanca e ha tirato fuori ritagli di giornale, fotografie, qualche ricordo personale e qualche capo di abbigliamento di mio padre. Anche io così l’ho conosciuto di più”.

Secondo lei suo padre considerava il Filadelfia soltanto il campo in cui giocava? “No, senz’altro per lui e per tutti i suoi compagni era una seconda casa. Erano come una grande famiglia, si consigliavano, si aiutavano. Mio padre era una persona piuttosto schiva e rimaneva un po’ in disparte, però il Filadelfia era collegato ai loro allenamenti, alla loro vita di quasi tutti i giorni. Amavano quel campo e lo sentivano proprio come una loro casa”.

Perché pensa che fosse un luogo così speciale? “Intanto perché era in città, fra le case. Mio padre e mia madre lo vivevano proprio quotidianamente. Era una seconda casa anche per questo. Bastava fare poca strada e si poteva respirare quell’aria, vivere quei momenti. Faceva veramente parte della loro vita”.

“Voglio tornare a guardare il palazzo di mia mamma”

Lei sente ancora il desiderio di tornare al Filadelfia?

“Sì, ho sempre il desiderio di ritornare a Torino e di entrare di nuovo al Filadelfia, perché quella giornata dell’inaugurazione è stata per me memorabile. Prima di finire questa vita voglio rivedere ancora lo stadio e guardare il palazzo dal quale mia mamma seguiva le partite e gli allenamenti. Conto molto di tornare, perché so che là battevano veramente i cuori granata”.

Quanto sarebbe importante che il Museo del Grande Torino trovasse casa al Filadelfia?

“Deve assolutamente venire al Filadelfia. Era là che quei cuori battevano, era là la vita e il ricordo grande della squadra. Sarebbe anche facilmente raggiungibile da tante persone e sarebbe aperto a tanti occhi che potrebbero vedere quei ricordi raccolti con grande amore dalle famiglie e dagli appassionati. Il museo deve essere al Filadelfia”.

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