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Fermate Arrigo Sacchi

Loquor / Torna l'appuntamento con la rubrica di Carmelo Pennisi: "Sacchi continua a restare nel suo labirinto, fatto di illusioni ottiche ed eccessiva valutazione di sé"

“La metà di tutto è la fortuna”.

Napoleone Bonaparte

“Abbiamo fatto della furbizia un valore e ad essere furbo sei già nella disonestà. Nel calcio, e anche in generale, non proviamo mai a giocare a viso aperto. Il calcio è il riflesso della storia, della cultura e della civiltà e noi (gli italiani) siamo duemila anni che scappiamo”. Non so se in queste parole di Arrigo Sacchi, rilasciate in una recente intervista, ci siano tracce più di una evidente ignoranza o più di un tripudio dell’ennesima dimostrazione di egocentrismo e arroganza di colui che è stato definito “il Vate di Fusignano”.  A calarsi nei panni di un vate il Nostro si è abituato quasi subito, dopo essere stato catapultato nel 1987 sulla panchina di un Milan voluto da Silvio Berlusconi  munifico e debordante nella qualità della rosa. Erano i mitici anni 80 dell’espansione economica italiana, che avrebbe portato il BelPaese ad essere la quarta o la quinta (non si è mai capito veramente) potenza industriale del mondo. Sono gli anni del Berlusconi rampante, che comprende come anche il calcio possa essere funzionale alla strategia della sua vita: la ricerca dei soldi, del potere e del successo.

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Essere un "pigmalione", una delle tanti sindromi di cui l’ex presidente del Milan è affetto, ha portato  un giovane fresco di patente, l’Arrigo Sacchi del 1987, alla guida della Ferrari/Milan che avrebbe continuato a vincere per anni anche con Fabio Capello e Carlo Ancelotti. Perché quando hai alle spalle una caterva di denaro a sorreggerti, non hai forse la felicità ma sicuramente, per dirla alla Woody Allen, “un buon psicanalista che te la può procurare”. E qui comincia, a mio parere, l’equivoco in cui l’Arrigo nazionale precipita e dal quale ancora non è riuscito, e temo mai riuscirà, a venirne fuori. Non è come il “Generale”, personaggio reso immortale dalla penna di Gabriel Garcia Marquez,  ad un certo punto  colto dall’inquieto “io mi sono smarrito in un sogno cercando qualcosa che non esiste”. No, Sacchi continua a restare nel suo labirinto, fatto di illusioni ottiche ed eccessiva valutazione di sé. “Sono in balia di un destino che non è il mio”, si legge ancora nel “Generale nel suo Labirinto”; laddove, nel caso del tecnico di Fusignano, il destino non suo è proprio quello di essersi creduto un vate, una sorta di Gabriele D’Annunzio del calcio. Un qualcuno che, grazie ad uno come Marco Van Basten (che ha sempre detestato, ricambiato, cordialmente), si è davvero convinto di essere profetico con connotati sacrali uniti all’ alto valore civile. Una sorta di Umberto Eco della pedata, insomma. Ci sarebbe da ridere se non vivessimo in una contemporaneità dove l’esercizio della sopravvalutazione e sottovalutazione è pratica continua e costante, regalando come conseguenza una continua via fuorviante dalla realtà.

La realtà oggettiva racconta che prima del trio olandese e dei vari Paolo Maldini e Company, il “Vate di Fusignano” aveva ottenuto una vittoria di un campionato di Serie C, incarichi nei settori giovanili di qualche club e un impiego nella fabbrica di scarpe del padre. Subito dopo la sua esperienza rossonera, “Righetto” (così lo rinominò il grande Gianni Brera, un po’ scocciato dai modi da scolaretto pedante con cui l’Arrigo ripeteva i suoi slogan fino alla nausea) approda alla Nazionale a difendere, a suo dire, “lo stile in un Paese in cui lo stile c’è solo nella moda”. E lo “stile” infatti poi si vede nei mondiali americani, dove senza un’idea di gioco e applicando la sua solita filosofia esistenziale (cioè litigare con il giocatore più talentuoso della squadra, in quel caso Roberto Baggio),  Sacchi porta gli azzurri a giocare una competizione mediocre e una finale iridata disputata praticamente in difesa, con i brasiliani ad assediare fino ai calci di rigore l’area tenuta da una delle migliori difese del mondo di quel periodo. Perché  se di fuoriclasse gli altri ne hanno in quantità superiore, tu devi fare di necessità virtù. Perché il campo, a quel punto, parla più dei tuoi supponenti vaticini e della corte mediatica che ti sostiene. Il campo di gara, di ogni gara sportiva, è la cosa più democratica e vera ad esserci.

Così contro il Brasile della finale al “Rose Bowl” di Pasadena non si riesce a giocare a viso aperto, e stendiamo un velo pietoso sulla stentata vittoria contro la Nigeria negli ottavi di finale (dovuta solo ad un improvvisa invenzione di Roberto Baggio quando ormai si era sull’orlo di un triste ritorno anticipato a casa). L’uomo che secondo molti avrebbe cambiato la storia del calcio, in quel frangente  viene salvato dalla cosa più significante nello sport: il talento di un atleta. Non ha, come si è detto, buoni rapporti con il fuoriclasse di Caldogno, ma ne incassa il dividendo del suo talento con grande senso di opportunismo. Come incassa i benefici delle grandi visioni di Van Basten per poi provare ad allontanarlo dal Milan cercando di imporre un aut aut a Berlusconi, che invece sceglie di allontanare lui. Deve essere stato traumatico scoprire l’apostasia di Berlusconi dal suo credo, visto che deve aver pensato per lungo tempo di aver convinto l’Uomo di Arcore a redimersi nella chiesa consacrata al culto dei suoi vaticini. Al solito, come sovente gli è capitato e continua a capitargli, Sacchi sopravvaluta il suo reale ruolo e la sua reale importanza nelle vicende terrene. Non è un nuovo Gesù, venuto come il Messia dei dio “Eupalla”, ma è semplicemente uno capitato nel posto giusto, il Milan, nel momento giusto, l’ansia da prestazione e di soddisfazione, di ambizione, di Silvio Berlusconi. Fosse capitata questa opportunità al bravo Roberto De Zerbi, probabilmente ora si parlerebbe del “Vate di Brescia”. Dal momento della sua dipartita dalla nazionale, per Sacchi comincia un inesorabile percorso di avvicinamento all’abbandono della carriera di tecnico, dovuta ovviamente ad una causa intellettual/esistenziale: il troppo stress gli impedisce di continuare con la panchina.

Ci vuole furbizia a saper uscire di scena al momento giusto e con la scusa giusta, e Sacchi ricorre a piene mani a quel difetto da lui attribuito alla cultura italiana e ne approfitta. In fondo non viene da un fiordo scandinavo popolato da guerrieri vichinghi, ma dalla Romagna attraversata da piadine e lambrusco, mentre ci  si allieta con le note di Raoul Casadei. Lo stress non gli impedisce di assumere il ruolo che fu di Tiresia nell’antica Grecia (ricordate il grande indovino della mitologia greca? Ecco, lui), e quindi comincia a riprendere con buona lena la sua propensione ad essere il “Righetto” di “breriana” memoria e a discettare su valori ed etica. L’uomo ha un ego abbastanza capiente per contenere in sé non solo la capacità divinatoria di Tiresia, ma anche l’illuminante saggezza di Socrate. Per la serie: ho vinto delle Coppe dei Campioni, qualcuno mi ha scambiato per un profeta, quindi ora posso dire davvero quel che voglio. E nel dire quel che vuole arriva a smentire persino Gesù di Nazareth, che duemila anni fa non deve aver ritenuto la furbizia proprio l’anticamera della disonestà, se con grande decisione comunica ai suoi apostoli la necessità di essere “astuti come serpenti e puri come colombe”(Matteo 10,16). Se il Vate di Fusignano leggesse queste parole trascritte da Matteo, sarebbe capace di chiedere udienza in Vaticano per cambiare il nuovo corso della Chiesa Cattolica.

Papa Francesco è avvisato. “Quando uno stratega si incontra con un tattico vince sempre uno stratega”, ha provato a dire Sacchi con sicumera da novello Sun Tzu qualche giorno or sono, laddove ovviamente lui è lo stratega assurto alla vittoria imperitura e il resto degli italiani invece cooptati nella mediocrità del tatticismo. Ovviamente dimentica come il supposto tatticismo degli italiani più volte abbia vinto sulla supposta strategia dei brasiliani. Che poi questo riferimento sacchiano alla strategia e alla tattica, dimostra solo come l’ex venditore di scarpe non sia avvezzo al significato di alcune parole. Gli piace “spararle”, sicuro come il giornalista di turno, adorante davanti al Tiresia/Socrate del nostro tempo, non proverà nemmeno per un attimo a confutarlo con un timido “ma cosa sta dicendo, mister? Ops, scusi, Vate”. E se qualche suo amico e protetto (anzi adepto) fallisce su una panchina (Leggi Sarri, Giampaolo, ecc.), allora è la società colpevole di non avergli procurato i giocatori giusti. Se invece il povero Massimiliano Allegri arriva con la Juve in finale di Champions con il materiale messogli a disposizione in modo insindacabile da Agnelli, si prende le sue contumelie in diretta tv, dove la sintesi sta nel: “Il tuo gioco fa schifo”. Napoleone Bonaparte, uno che di egocentrismo se ne intendeva assai, sosteneva come “Dal sublime al ridicolo vi è appena un passo”, perché di certo il genio militare francese non si era messo a chiedersi se Annibale sul Trasimeno o a Canne avesse vinto per tattica o strategia. Sostanzialmente agl’occhi della storia la questione avrebbe rischiato di cadere, appunto, nel ridicolo. Ora una domanda inquietante sorge spontanea: ma Claudio Ranieri ha vinto la Premier League con la tattica o con la strategia? Non vorrei porre il quesito al Vate, perché la risposta potrebbe essere, temo, un ghigno di disgusto traducibile in “fu una botta di culo”. Perché lo stile va difeso. Sempre.

Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.

Attraverso le sue rubriche, grazie al lavoro di qualificati opinionisti, Toro News offre ai propri lettori spunti di riflessione ed approfondimenti di carattere indipendente sul Torino e non solo.