Toro News Columnist Loquor Il segreto di Cesc Fabregas e del suo Como

Il segreto di Cesc Fabregas e del suo Como

Carmelo Pennisi
Loquor / Arenys de Mar era simile a tanti posti di quell’Europa fatta di comunità aliene all’universalismo invisibile del terzo millennio

Lucio Vero Aurelio entra con passo incerto nell’arena vuota del Colosseo. Si ferma al centro del campo di battaglia dei gladiatori, e nella mente gli tornano flash dei gesti e delle parole di Massimo Decimo Meridio, suo padre. Lo sguardo è di colui alla ricerca di qualcosa in quel silenzio che riecheggia urlo della folla e rumore di armi che si incrociano. Poi si inginocchia per terra e raccoglie una manciata di quella terra testimone di innumerevoli storie di valore. Non è solo la terra di una arena da combattimento, e la terra di Roma. È il sangue a richiamare i ricordi e i legami ancestrali con tutto ciò che tu sei: “padre, ti prego, parlami”.
L’ultima emozionante scena del sequel de “Il Gladiatore” mi è tornata in mente mentre leggevo la bella intervista di Walter Veltroni a Cesc Fabregas, una storia da nuovo millennio mentre si diceva addio al '900. C’è ancora la vecchia Europa nel Fabregas bambino che non appena sente giù per la strada il rumore del pallone “Mikado”, consueto strumento di compagnia per generazioni di infanti di quasi tutta la seconda metà del secolo scorso, “capitombolava” dall’appartamento di due camere occupato con i suoi due giovanissimi genitori, verso una delle interminabili partite con porte di fortuna e senza arbitro in scena nell’imprevedibilità dello spontaneismo riottoso alle scuole calcio contemporanee.

Arenys de Mar era simile a tanti posti di quell’Europa fatta di comunità aliene all’universalismo invisibile del terzo millennio, guardarsi negli occhi e conoscersi era il punto di partenza di ogni rapporto e di ogni gioco. Tale esistenzialismo era partito alla fine dell’800 e perfettamente riassunto da Ferenc Molnar ne “I Ragazzi della Via Pal”; il terreno libero incastonato tra le case popolari della Budapest del tramonto del XVIII secolo rappresentava il luogo dell’avventura, e anche l’inizio (il percorso sarebbe stato ancora lungo) dell’affrancamento dal lavoro da parte dei minori: l’incubo dell’Inghilterra delle “workhouse” denunciate da Charles Dickens ne “Le Avventure di Oliver Twist”, stava finalmente dissolvendosi. Chi ha vissuto da adolescente la seconda metà del novecento, sa bene quanto il gioco e il senso di serena libertà si erano impossessati di un continente che aveva finalmente scoperto la felicità. “Il pallone era una magnifica ossessione”, racconta l’ex fuoriclasse capace di militare tra i migliori club europei, e se oggi dovesse spiegare a suo figlio cosa è il calcio, partirebbe dal fatto del suo essere speciale: “Lo si può giocare sempre e ovunque. Spesso non serve neanche un pallone, basta immaginarlo”.

Come fai a spiegare a chi il '900 lo conosce solo dai libri di storia una cosa così? Non esisterebbe il dribbling senza l’audacia dell’immaginazione, essendo asimmetria rispetto al pensiero geometrico oggi dominante che rassicura nella conformità. A volte c’è contestazione per le strade del nostro continente, ma la rivoluzione… questa dimenticatela in un aggregato sociale e culturale dove tutto viene compresso in nome della sicurezza al ribasso del risultato. Cesc viene da una Spagna consapevole della sua storia, dove il nuovo è visto certamente come una opportunità ma il passato non è una maledizione dal quale liberarsi. Il calcio di Arenys de Mar per l’attuale allenatore del Como doveva avere il profumo del mare, delle barche da pesca magiche nel confondere salsedine e odore di carburante bruciato per andare a cercare sussistenza a largo del Mediterraneo. Il pallone della sua infanzia era la cronaca di un incontro, dove lo smartphone era quell’assente di un futuro che doveva ancora diventare presente. “Oggi il tempo è occupato dall’Ipad, dai social, da tutta quella merda lì che divora che divora il tempo dei bambini. Non voglio che mia figlia si faccia passare il tempo della sua vita da un telefono”.

La Spagna di Cesc è ancora quella della “illusion”, della tradizione popolare e della fede totale nella propria cultura, di quella sana ingenuità che la porta a non staccarsi mai dal proprio destino. Il successo del Como parla anche della visione di un uomo che non ha avuto paura o scatti di alterigia nell’affrontare la sua seconda vita nel calcio, quando accetta di partire da una piccola realtà di provincia nella nuova carriera da allenatore. Poteva partire da un altrove più ambizioso e soprattutto aristocratico, le amicizie importanti nel mondo del calcio di sicuro non gli mancano. Bisogna avere coraggio, tanto coraggio, per mettersi volontariamente in penombra provando a ricavare senso da quella poca luce che filtra. In questi anni, a partire dalla gestione “Blaugrana” di Pep Guardiola e dai successi europei e mondiali delle “Furie Rosse” guidate da don Vicente del Bosque, uno che in panchina aveva la stessa aria bonaria di un bozzetto letterario di Giovanni Guareschi e l’autorevolezza popolare di un alcade, la Spagna ha avuto una fioritura di talenti non indifferenti, tra questi appunto Cesc Fabregas, ma la grandezza nel calcio l’ha sempre avuta.

Il filo rosso che oggi dipanano in giro per il mondo gli allenatori iberici, è figlio di una tradizione tra le più antiche del calcio. L’estetica del Barcellona non l’ha inventata Guardiola, egli l’ha semplicemente interpretata a suo modo rimanendo fedele all’interpretazione della vita in terra iberica. Il Como è una enclave in terra italiana di tale modo di vedere le cose, ed è forse questo il capolavoro che sta compiendo Cesc, dimostrando che si può essere se stessi ovunque si calpesti la terra. Il calcio è costruzione di una idea nuova all’interno di una tradizione, tutto ciò ritorna sempre nelle parole di Cesc consegnate a Veltroni. È un messaggio potente quello che l’allenatore catalano sta lasciando in una Serie A sempre più priva di identità, dove si consumano allenatori nella speranza che cambiandoli i tifosi dimentichino gli errori posti a monte del sistema. “Se scegli un allenatore -insiste Cesc- devi valutarlo dopo uno o due campionati, non puoi cacciarlo perché il pubblico fischia. Devi avere un progetto e tenere duro. Come ha fatto l’Arsenal con Arteta? Nelle prime tre stagioni erano arrivati due volte ottavi”; ci vuole coerenza e costanza per arrivare alla stagione d’oro appena conclusa dei “Gunners”.

Il Como in Champions League non è uno dei tanti incastri dell’imponderabile del calcio, è qualcosa accaduta all’interno di una idea partita da quelle interminabili partite sotto casa con il “Mikado”: “Venti contro venti sui campetti del paese - ricorda Cesc a Veltroni -; mio padre la sera, dopo l’ufficio, mi portava a giocare a calcetto con i compagni di scuola e forse lì si è capito che non ero poi così male”. Si scopre la vocazione non pagando qualcosa che forse non meriti, ma essendo disponibili con il proprio tempo a favorire l’incontro e lo spontaneismo di un figlio. L’antico del '900, cuore della narrazione del successo del calcio, ci parla per gestire meglio l’evoluzione della modernità, dove la complessità di un gioco divenuto anche forma di spettacolo pone sfide inedite. Se qualcuno ritiene questi ragionamenti di lana caprina, e molti in Italia lo pensano (il che dimostra una delle ragioni del nostro declino), conferma di aver capito poco di come si sviluppi una impresa di successo. Non è un problema solo di soldi, ma anche e soprattutto del pensiero che dovrebbe precedere il loro impiego.

Il successo del Como, che non è esclusivamente di risultati sportivi ma anche di messa in opera di realtà infrastrutturali a sostegno delle attività del club lariano (centro sportivo, ristrutturazione dello stadio), è la dimostrazione pratica dell’incapacità o malafede di altre proprietà di club della Serie A di gestire sviluppo e innovazione. Non è banale filosofia l’invito di Cesc fatto ai giovani di riscoprire la gioia di tirare calcio ad un pallone, di spingere i calciatori a stare insieme anche per parlarsi non per stare continuamente chini a compulsare su un telefonino. Smettiamola di fare la parodia dei pragmatici, di coloro che hanno capito cosa è la vita e vogliono subito andare all’osso. E’ davvero incredibile quanto il tracollo che ci circonda non ci stia ancora insegnando niente, non ci allontani dalle semplificazioni sovente figlie di ignoranza proterva. Smettiamola di essere abituati all’ingiustizia e al fallimento di ogni nostra iniziativa: possiamo essere migliori e rinascere. Cesc che calciava il pallone contro le saracinesche dei negozi, come hanno fatto milioni di infanti nel 900, non era rumore a molestare la nostra voglia insensata di asettico, di una vita fatta di rose senza spine, era futuro che si annunciava. Provenendo dalla Spagna degli “Alcadi”, di coloro che cantando la “saeta” si aggrappavano con fiducia alle infinite possibilità donate dal mistero, Fabregas è entrato nel nuovo millennio senza perdersi e soprattutto avendo presente cosa sia sul serio il reale: “Ricordo i miei ex compagni, durante il riscaldamento, a due minuti dall’inizio della partita usare il telefono. Con chi devi parlare? L’arbitro sta per fischiare”! In questo stupore che non si arrende al surreale e all’anomia, c’è il segreto di Cesc Fabregas. È la Spagna che abbraccia l’Europa per farla voltare indietro, in modo da poter guardare meglio in avanti. In fondo è semplice affrontare l’arcano: “padre, ti prego, parlami”.


CARMELO PENNISI - Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.