Toro News Columnist Loquor Lo sport dei crediti e dei debiti: non si tratta solo di soldi

Lo sport dei crediti e dei debiti: non si tratta solo di soldi

Carmelo Pennisi
Loquor / C’era da sistemarsi nella casta privilegiata eccellendo nello sport

“lasciare accumulare i debiti, per poi operare una transazione”

Guy de Maupassant

C’è stato un tempo in cui una nazione faceva incetta di medaglie in ogni appuntamento internazione dove lo sport globale si ritrovava per competere. Era quella Germania Est(DDR) abile nel mettere in piedi un meccanismo dove lo sport doveva procurare tutto quel lustro internazionale che il Paese, guidato con il pugno di ferro da Erich Honecker, non riusciva ad ottenere in altri campi.

La Germania comunista era un luogo del mondo economicamente provato, dove l’egualitarismo professato dal comunismo era solo riuscito a far guardare con invidia ai tedeschi dell’est quella ricchezza che si andava ad accumulare via via nell’enclave occidentale e americanizzata di Berlino Ovest. Non era difficile affacciarsi al di là del “Muro”, vedere l’opulenza che a desideri sommava altri desideri senza soluzione di continuità.

Era frutto di un libero mercato che i tedeschi dell’est avevano conosciuto bene quando la Germania era una e potente, con a nord la “Lega Anseatica” dei mercanti che aveva reso tutti più ricchi e gravidi di futuro. Chissà cosa devono avere pensato gli abitanti di Rostock, diventati nel corso di due secoli ricchi grazie al commercio, quando nel 1949 i dadi della storia li aveva confluiti nella Repubblica Democratica Tedesca. La rivoluzione bolscevica era arrivata senza una rivoluzione, e non si poteva fare altro che accettarla.

Però, come detto, la Germania Ovest era lì ad un passo; ad alcuni a Berlino bastava affacciarsi da una finestra e magari immaginare come un lusso una Coca-Cola vista in lontananza consumata chissà da chi. Magari un lontano parente. Le autorità comuniste capiscono la necessità del dare qualcosa da desiderare, un motivo raggiungibile slegato dalla litania della ideologia marxista di una uguaglianza che in fondo, se si va dentro il cuore dell’uomo, nessuno veramente ambisce.

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Lo sport è adatto allo scopo, e quindi Manfred Ewald, figura mitologica dello sport della DDR, organizza l’Eldorado in salsa marxista dando un motivo ai giovani tedeschi orientali di dedicarsi allo sport agonistico, a costo anche di enormi sacrifici. C’era da sistemarsi nella casta privilegiata eccellendo nello sport: impiego pubblico inquadrato al massimo livello e con la massima retribuzione possibile, scelta preferenziale e veloce di un appartamento, viaggi all’estero, accesso facile al possesso di una automobile.

Se volevi uscire da una vita marginale e schivare la cooptazione esistenziale divenuta sistema, l’unica strada era il merito concesso dallo sport. essere forte dipendeva solo da te e da quanto fossi disposto ad offrire il tuo corpo agli aiuti della scienza chimica e farmacologica. Era un mondo con pochissime vie d’uscita a stimolare i giovani a dare qualsiasi cosa per affermarsi nelle competizioni sportive. L’unica cosa a non funzionare era la squadra nazionale di calcio.

Consultando gli archivi della “Stasi”, la polizia politica della DDR, si può ricostruire un quadro dell’animus di tutti coloro decisi a dedicarsi allo sport. “Auri sacra fames”, esecranda fame di oro, scrive Virgilio, che Dante Alighieri in un “Canto del Purgatorio” della “Divina Commedia” chiama “l’appetito dei mortali”. Il successo dello sport della Repubblica Democratica Tedesca si è basato tutto su questo appetito scaturito dalla privazione e dalla mancanza di merito in tutti gli altri settori della vita.

L’attuale successo dello sport italiano, con crisi endemica della nazionale di calcio compresa, ricorda molto l’appetito dei mortali dantesco made in DDR. Proviamo a fare una ipotesi antropologico/culturale, attraverso a questa possibile analogia(ovviamente passibile, come tutte le ipotesi, di interpretazione erronea).

I giovani italiani, attirati dalla spettacolarizzazione e dalla commercializzazione dello sport, che oggi comporta lucrosi dividendi in denaro e privilegi esistenziali, stanno dimostrando di preferire lo sport come mezzo per trovare luce nel mondo. L’agonismo non è più la chance proletaria di trovare una via della seta impossibile da percorrere da altre parti, ma è un modo di non sottomettersi al destino deciso nel mondo del lavoro italiano dai reticoli amicali e di interessi di casta.

Nello sport puoi avere un futuro di successo grazie ad un talento, fattore precluso in altri settori lavorativi fin dalla prima istanza, e forse neanche in seconda istanza. Insomma: sottoporsi a sacrifici di ogni genere per farsi largo nello sport, oggi ha la stessa valenza, se non di più, dei sacrifici che un tempo si facevano per arrivare ad una laurea.

Può essere questo lo scatto culturale nelle aspettative che oggi sta portando lo sport italiano ai massimi livelli nel mondo? Lo sport può essere la vera ribellione giovanile odierna alla conformità? Lo sport agonistico diventato cultura del lavoro e non scelta dallo spontaneismo del caso, ha aperto una fase nuova nell’andazzo sociale italico assai stagnante.

Essendo lo sport un fatto meritocratico, i nostri giovani attraverso di questo stanno abbattendo la paura del peggio più forte del desiderio di avere il meglio, e hanno aperto una fase nuova nella storia dello sport italiano. Ma chi è chiamato a gestire questa nuova fase è all’altezza del compito? Vale la pena investire denaro pubblico su questa primavera sportiva italiana?

La Germania comunista attraverso le vittorie dei suoi atleti voleva stupire il mondo sulla bontà delle conquiste socialiste, ma l’Italia cosa vuole dalle sue vittorie sportive? Quale è l’obiettivo? E chi ha chiamato a gestire nello sport i soldi della fiscalità generale, è all’altezza del compito?

Nella cerimonia di apertura dei “Giochi del Mediterraneo” il telecronista Rai addetto al commento, ha enfatizzato sul ruolo che Taranto potrebbe avere nel diventare una sorta di hub dello sport nel meridione d’Italia, grazie alle infrastrutture ristrutturate o costruite ex novo per l’evento.

Al netto di alcune opere, come la copertura dello stadio di Lecce, che saranno terminate dopo la conclusione dell’evento(cosa già vista per le Olimpiadi di Milano-Cortina), esiste un piano per far fruttare queste infrastrutture in favore dello sport meridionale? Temo non esista, siamo al solito agli annunci retorici da ottimismo della volontà. E’ stato fatta una analisi del costo di mantenimento degli impianti e della catena di valore che questi potrebbero generare? Temo non ci sia niente nemmeno su questo.

I “Giochi del Mediterraneo” alla fine costeranno 400 milioni di euro( con il solito aumento dei costi inizialmente previsti); le Olimpiadi di Torino 2006 hanno lasciato un indebitamento di 3 miliardi di lire e diversi problemi di gestione non in grado di essere risolti dall’amministrazione del capoluogo piemontese; il calvario finanziario delle Olimpiadi di Milano-Cortina è appena iniziato e la Corte dei Conti ha già certificato un debito stimato intorno ad un miliardo di euro e un deficit patrimoniale di 176,4 milioni.

Ma si può essere certi come la cosa non finisca nemmeno qui, e nei prossimi anni si può scommettere tranquillamente sull’allargamento del deficit, anche quello collaterale. La cosa potrebbe andare anche bene se i debiti contratti fossero stati legati ad una visione di sistema, in fondo è anche e soprattutto per questo che esiste lo Stato con la sua capacità di spesa: ma questa visione non c’è, come l’esperienza di Torino ha ormai ampiamente dimostrato.

Siamo nella situazione alla greca, dove le Olimpiadi del 2004 funzionarono come perfetto detonatore per il default di fatto del Paese, mascherato da ben tre piani di salvataggio internazionali. Un investimento, qualsiasi investimento, dovrebbe fornire almeno un business plan credibile, qualcosa su cui ragionare sul perché ci si sta indebitando.

E su questo, visto il parlare continuo di rinnovamento del calcio, vorrei chiudere su un particolare non molto compreso sulla gestione debiti/crediti dei club di Serie A, considerato come molti ritengano sul serio di poter capire le situazioni contabili solamente studiando un bilancio.

Molte squadre di Serie A, come confermato da Sergio Valli di “Banca Sistema”, ricorrono all’attività di “factoring”, ovvero alla cessione dei proprio crediti commerciali a intermediari finanziari specializzati. Il “factoring” impedisce di verificare l’esatta situazione dei crediti di un club, a meno di non operare una “due diligence” sui suoi conti.

Questo escamotage finanziario di attività dichiaratamente “revolving”, come ammesso da “Banca Sistema”, leader del settore “factoring”, rende molta opacità nell’operare a livello di business, perché è praticamente impossibile fare dei controlli “terzi”. Quindi ogni investimento, o supposto tale, marcia nel buio rendendo improba ogni necessaria discussione su di esso.

Ma anche questo andrebbe pure bene(si fa per dire), se almeno i proprietari dei club calcistici dichiarassero ai loro tifosi qualcosa sugli obiettivi, visto quanto il debito e la cartolarizzazione dei crediti si basi unicamente sull’amore e la passione dei tifosi posto a garanzia.

Possiamo dire, in conclusione, che lo sport di certo può essere volano di sviluppo di qualcosa, nel caso della DDR fu una qualche necessaria stima internazionale(anche se poi il doping di Stato portato avanti da Manfred Ewald fece deflagrare ogni cosa), ma deve essere accompagnato dalla chiarezza degli intenti.

Se in Italia in esso le nuove generazioni vi hanno trovato un futuro di successo accompagnato dal merito, ora tocca alla classe dirigenziale confrontarsi con serietà rispetto a quest’ultima cosa. La questione investe di responsabilità piramidale dal Ministro dello Sport a scendere, perché va ricordata una cosa con chiarezza: lo sport non è solo un’occasione di business ma anche un onere sociale ineludibile, vista la sua caratteristica irrinunciabile di bene comune.

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