“Badate che la corruzione non avviene solo in caso di un passaggio di denaro”

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San Gregorio Magno

“Tu ritieni di essere una persona buona”?- “Sì, sono una persona buona. E tu lo sei”?- “Sì, lo sono. Ma, dimmi: sei corrotto”? -“Certo che lo sono, immagino anche tu lo sia”. -“Ovvio”. Michael Hirst ha scritto il tvseries “Vikings” quasi con le stimmate di William Shakespeare nell’anima, tale è la qualità dei dialoghi mai vista in un prodotto tv. In questo dialogo tra due re potenti, una perla in mezzo alle molteplici perle sparse per tutta la serie, lo sceneggiatore inglese mette l’accento su una debolezza umana che non può essere redenta nemmeno dalla bontà, la corruzione appunto. “Posso essere buono e debole nello stesso tempo”, questo vogliono dirci le parole scritte da Michael Hirst. Badate che la corruzione non avviene solo in caso di un passaggio di denaro, ma anche attraverso altre molteplici vantaggi ricevuti o crediti da sperare di incassare in futuro. La corruzione non avviene nemmeno esclusivamente sotto forma di beni materiali posti in essere fra il corrotto e il corruttore, ma anche sul cedere rispetto ai doveri a cui le due parti in campo, corrotto e corruttore, dovrebbero ottemperare.

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Una rete di complicità si mantiene su questo. Ecco perché sono rimasto stupito da un lettore convinto di avermi beccato in castagna su un articolo indeterminativo posto erroneamente con l’apostrofo in mancanza di una indicazione di genere su un nome di genere promiscuo(perdonate il gioco di parole). Ci si è preoccupati di un errore banale di grammatica, peraltro non mio ma dell’autore della citata intervista a Steven Spielberg, invece del contenuto dell’accusa portata avanti dal grande regista americano, che risuona più o meno così: “noi che ci occupiamo di comunicazione, confidiamo nell’intelligenza di chi usufruisce della nostra opera per capire quanto a volte noi si lavori in un clima di censura e a volte persino di ricatto”. Ci si sforza di dire qualcosa in modo mascherato, di qualcosa da non potersi dire in modo chiaro. Oppure si edulcora o si omaggia con perifrasi eleganti, per far capire al fruitore/alla fruitrice la sostanza del detto, ma soprattutto del non detto. Ho citato il ragionamento di Spielberg(che raccontava l’esperienza di una figura femminile di Hollywood, ecco il motivo dell’apostrofo davanti all’articolo indeterminativo a precedere la parola “artista” usato dall’intervistatore), perché un po’ mi sono messo nei panni di Fabrizio Roncone: non è facile intervistare il tuo datore di lavoro, che da te pretende solo l’omaggio e il barlume agiografico.

Ne va della tua carriera, dei tuoi affetti, della tua vita: ci vuol poco, in un Paese dove i posti di lavoro sono fragili alla stessa stregua della cera di una candela accesa che si scioglie, ad “accendere” uno stigma negativo sul tuo nome. Siamo al motivo per cui ad un editore potente come Urbano Cairo non dovrebbe essere concesso, nello stesso tempo, di essere proprietario di una squadra di calcio e del quotidiano sportivo più prestigioso d’Italia: le notizie sul club in ogni caso saranno sempre distorte per una qualche ragione, in modo positivo o negativo che sia. Un padre non può giudicare il figlio, perché l’affetto a legarli sarà un plausibile motivo di corruzione emotiva che andrà ad inficiare il giudizio. La nostra vita, per vari motivi, può continuamente essere messa sotto schiaffo, quindi, nell’esercizio di alcune professioni, questo va messo in conto. Negli ultimi due mesi ho rotto qualche amicizia importante per aver messo in discussione l’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio: queste amicizie, o ex amicizie, sono soci del “Circolo Canottieri Aniene”, e per molti soci dell’Aniene non si può discutere Giovanni Malagò, il presidente onorario del circolo. Il sentimento di appartenenza in questo caso è il fattore corruttivo. Non importa se tu gli riveli che la Corte dei Conti ha appena certificato il buco di un miliardo di euro(lo ripeto: un miliardo di euro)sul bilancio delle Olimpiadi di Milano-Cortina, perché la sua risposta è “questa vale come una tua opinione”.

Solo un clima di corruzione complice può far rubricare una certificazione della Corte dei Conti ad una opinione: siamo alla metastasi del dibattito pubblico. E mentre qualcuno ti rimprovera per un apostrofo di cui non sei responsabile, ecco giungere queste surreali parole di Diana Bianchedi concesse alla “Gazzetta dello Sport”: “ero praticamente nella giungla quando ho ricevuto la telefonata di Malagò che mi prospettava questo ruolo e i valori che rappresenta… sono stata subito entusiasta, ma non siamo entrati nei dettagli tecnici e io, complice un cellulare che prendeva poco e niente, non sono riuscita a gestire al meglio la comunicazione… Malagò ha parlato di rivoluzione culturale, due parole toste per avvicinare due mondi, calcio e altri sport, che paradossalmente oggi sono un po’ lontani”. L’intervistatrice avrebbe potuto chiedere tre cose almeno: se la comunicazione non si poteva gestire , come ha fatto a dare il suo assenso per un incarico così importante e in un momento tanto delicato per il calcio italiano? Per quale motivo se il calcio si avvicinasse agli altri sport avverrebbe una rivoluzione culturale? Perché Diana Bianchedi giudica paradossale la lontananza del calcio, messo sia una caratteristica solo del calcio(risulta, per esempio che pallavolo e pallacanestro siano sodali?), dagli altri sport? Siamo, in tutta evidenza, alla retorica, al voler giocare con la semantica per dare l’idea di stare formulando pensieri importanti e al voler trasmetterti un entusiasmo presente solo nella tua testa. Poteva scegliere, il neo presidente della Federcalcio, almeno trecento nomi adatti all’incarico di “Capo Delegazione della Nazionale di Calcio”, senza sfociare in una grottesca e pericolosa sovrapposizione di incarichi, visto che Bianchedi è vicepresidente vicario del Coni; ha preferito fregarsene del senso di opportunità e di premiare il vassallaggio(lo dico ai più deboli di testa: vassallaggio, in questo caso, non è un termine dispregiativo, è uno stato di fedeltà comunemente scelto da persone libere di intendere e di volere). Anche qui, come nel caso di Roncone nell’intervista con Cairo, la colpa non è dell’ex fiorettista, ma di chi l’ha messa nella condizione di ratificare l’assurdo e il ridicolo.

Perché Malagò ha effettuato una nomina ben sapendo questa avrebbe provocato polemiche? La letteratura scritta nei secoli ci offre una risposta, forse sbagliata, ma sulla quale varrebbe la pena soffermarsi: nominando una persona non presentabile in modo arbitrario, ha voluto sottolineare al mondo che è lui e solo lui a comandare oggi in Figc. Siamo a Caligola che nomina il suo cavallo a senatore(preciso sempre per i più deboli di testa: non sto dicendo che Bianchedi sia un cavallo). Ad osservare bene l’Italia contemporanea, la cosa a colpire è l’importanza del racconto più dell’importanza del fatto; tutti possono dire quel che vogliono, tanto vale il volume di fuoco attraverso il quale dici le cose: se hai una claque che le fa rimbalzare, tutto alla fine funziona e i contestatori sono un flebile rumore di fondo da acufene. Nella classe dirigente occidentale si è affermata “una presunzione di non criticabilità della forma attuale del sistema produttivo capitalistico”, scrive il politologo Carlo Galli su “La Repubblica”; io aggiungerei, allargando il concetto, che esiste una presunzione di non criticabilità da parte di tutta le azioni della classe dirigente: la regola data alla stampa è di non disturbare mai il manovratore, chiunque esso sia. Credo che il buon vento riservato dal gruppo editoriale retto da Urbano Cairo verso Giovanni Malagò durerà finché il primo crederà all’istanza sul “tax credit” portata avanti dal secondo verso il Governo. Vuole soldi pubblici l’editore alessandrino, senza spiegare eventualmente come li utilizzerebbe; li vuole perché sostanzialmente è incapace di generare risorse attraverso una attività calcistica che teoricamente dovrebbe essere imprenditoriale. E’ incapace e vuole continuare ad esserlo con i soldi della fiscalità generale, un evergreen della storia economica del nostro disgraziato Paese. Ci si corrompe l’anima per continuare ad andare avanti in un modo o nell’altro, per far credere quanto tutto non sia frutto di azioni volute ma dell’ineluttabile(“è il calcio ad avere costi insostenibili, mica sono io a non saperci fare”). Non ci sono più nemmeno gli dei a cui rendere conto, ma solo il caso e la logica della forza: sono un disgraziato, forse, ma solo perché non ho alternative. Sono buono e sono corrotto, così ho appreso che si vive e alla fine si muore.

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