“Tutto in questi giorni è avvenuto negli altrove che contano della Capitale”: sotto i riflettori Malagò e la Figc
Malagò: "Incomprensioni con Buonfiglio? Che eufemismo..." (VIDEO)
Quando Giovanni Malagò arriva al Palazzo del Coni, persino il Tevere pare ridere ironicamente nella placida mattinata assolata del più classico tra gli ottobre romani. “Scusate non parlo, per rispetto di ecc. ecc.”, farfuglia con tono da deferenza formale ai giornalisti presenti al “Foro Italico” in attesa di chissà quale svolta, in un Paese dove l’unica svolta accettata è quella ad un incrocio stradale. Tutto in questi giorni è avvenuto negli altrove che contano della Capitale, quei circoli dove il flute di un qualche liquido prezioso corona il piacere di trovarsi in un luogo smaltato di felpato, parole comprese. Fa molto “pendant” con la complicità, il tono di Gregorio Paltrinieri, nuotatore azzurro membro in quota atleti del Consiglio Nazionale del Coni, quando chiama “Giovanni” il presidente della Figc, un tono confidenziale fuori luogo in occasioni in cui è l’istituzione a riunirsi.
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Il nuotatore si acconcia alla velina fatta circolare persino tra i “sanpietrini” romani (c’è un futuro post agonistico da preservare), quindi ribadisce che “Giovanni aveva vinto(le elezioni) con larga maggioranza quindi vediamo, se sarà approvato sono contento”. A prescindere dalla “consecutio temporum” scalcagnata, si capisce il non aver capito il punto della questione, ovvero l’aver ignorato ogni tipo di regola, con l’aiuto di tutto il “cucuzzaro” della Federcalcio, nel presentarsi alle elezioni per il trono di “Via Allegri”. Poi vorrei dire all’ingenuo Paltrinieri, che prendere più voti in qualsiasi ambito non è sinonimo di poter fare qualsiasi cosa. In genere quest’ultima cosa sarebbe una banale “ca va sans dire”, ma dalle nostre parti conviene ribadirlo il banale, prima che si disperda nell’oblio. Quasi tutta la stampa si è affannata a definirlo cavillo il mancato tesseramento di Malagò, come se una regola possa sul serio essere un arzigogolo o un sofisma da poter essere interpretato a seconda delle occasioni. Ne era convinto anche Giovanni Giolitti, il più doroteo della storia politica italiana, convinto di poter orientare ogni mare in burrasca, finché non andò a frantumarsi contro lo scoglio Benito Mussolini. Ora Gianni Petrucci, altro vecchissimo lupo di mare dello sport italiano dice che “nello sport non si vince coi pareri. Si vince con il fair play, con l’educazione e con l’etica”.
Siamo all’involontaria battuta comica, alla mitomania da scenario, all’innato freudiano del non percepire l’importanza che hanno le parole nel descrivere i fatti. Vediamoli allora, in sintesi, questi fatti. Giovanni Malagò aveva commesso una irregolarità, come detto aiutato da tutta la Federazione, nel presentarsi alle elezioni per la carica di Presidente della Federcalcio. Venuta alla luce l’irregolarità, grazie ad un esposto dell’avvocato Renato Miele (“norme alla mano sono convinto che sia stata inammissibile sia la candidatura di Giovanni Malagò che quella di Giancarlo Abete”), parte una bufera mediatica in cui la stampa arriva a coinvolgere anche il Ministro dello Sport Andrea Abodi, reo di far intromettere la politica nello sport (qualcuno a questo punto dovrebbe spiegare a cosa serva un Ministro dello Sport, se non può occuparsi di sport. Però siamo in Italia, quindi nessuno spiegherà niente). L’obiettivo è fin troppo chiaro: si vuole mediaticamente sfruttare l’idiosincrasia dell’opinione pubblica verso la politica, per far apparire Malagò vittima di una aggressione da parte del potere. La stampa da mesi ha preso posizione in favore del presidente onorario del “Circolo Aniene”, non può certo smentirsi proprio adesso che la Nazionale è partita bene, quindi si proceda a rafforzare lo storytelling del “migliore di tutti” nello sport.
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Dopo settimane di polemiche, di dimissioni barzelletta come quelle di Diana Bianchedi, di ipotesi addirittura di una autocertificazione di Malagò di tesserato alla Federcalcio (ci torneremo tra poco), ecco alla fine giungere l’Italia migliore, quella dove le cose si decidono non nelle stanze degli organi di garanzia o di giustizia, ma nei noti circoli della Capitale. Quindi il trasgressore Malagò diventa il Commissario della Figc che dovrebbe guidare il mondo del calcio verso nuove elezioni presidenziali, il cui trasgressore Malagò sarà l’unico candidato. A noi italiani, abituati all’arbitrio e alla faccia di bronzo come prassi, ciò appare normale nonché scontato, ma se questa cosa la raccontassi in Inghilterra si metterebbero a ridere, e mi farebbero la classica battuta: “i soliti italiani”. Fa impressione il non aver visto nemmeno un dubbio o una voce anche leggermente dissonante verso Malagò, tutto il mondo dello sport ha votato compatto la sua nomina a Commissario della Figc. Malagò l’ha chiamata “la vittoria del buon senso”, e sotto certi aspetti potrebbe pure avere ragione, perché una sua messa in stato d’accusa avrebbe provocato una rottura totale nel mondo dello sport. Ma allora perché non si è seguito il parere del Procuratore Federale Giuseppe Chinè e non si è archiviata subito l’irregolarità dell’elezione di Malagò? Sale la sensazione dell’esserci stata una guerra furibonda nelle ultime settimane nei sotterranei del potere italiano, che in alcuni settori non aveva digerito il decisionismo da “amichettismo” di un personaggio abituato a fare e a disporre delle sue cariche in solitudine. Forse la vicenda del tesseramento è stato un colpo di avvertimento per invitarlo a darsi una calmata e imparare a sedersi ad un tavolo con l’intenzione di condividere le pietanze, oppure sul serio lo si voleva far fuori dalla Federcalcio per metterci qualcun altro.
La verità probabilmente verrà fuori con il tempo tra i corridoi romani, o magari verrà occultata per sempre. A questo punto, in questo clima scespiriano da “molto rumore per nulla”, la verità importa poco, considerato come riguardo l’etica e la morale vigente nel nostro Paese il re ancora una volta è stato scoperto nudo: sono due beni totalmente inesistenti e interpretabili a seconda delle circostanze. Qualche giorno fa Ilario Di Giovambattista, nella sua trasmissione nella seguitissima “Radio Radio”, aveva detto di essere sicuro dell’esistenza di una autocertificazione di Malagò dove ha dichiarato di essere un tesserato del calcio. Qui i casi sono due: o il giornalista romano ha detto il falso, di conseguenza dovrebbe essere querelato per una diffamazione abbastanza pesante, oppure ha detto il vero e allora credo la magistratura ordinaria debba muoversi. Si tratterebbe di un reato penale passibile di una condanna fino a due anni di reclusione. Chiudiamo con la vera chicca della giornata: il ritorno di Diana Bianchedi in Federcalcio è praticamente una certezza, “Buonfiglio mi metterà per iscritto il via libera del Coni”, ha detto con malcelato senso di trionfo il neo Commissario della Federcalcio. La disfatta, fino all’umiliazione, del Presidente del Coni è completa. Si fa sera a Roma e il Tevere mentre lambisce il perimetro del “Circolo Aniene”, sembra sussurrare una celebre frase: “vincere non è tutto, ma di sicuro batte qualsiasi cosa si classifichi al secondo posto”. Si dirada “la nebbia su gl’irti colli”, Roma non si scompone nemmeno davanti a fronde velenose. Sa quanto ogni cosa sia “damnatio memoriae” e compromesso.
Scrittore, sceneggiatore e regista. Tifosissimo granata e già coautore con il compianto Anthony Weatherill della rubrica “Loquor” su Toro News che in suo onore e ricordo continua a curare. Annovera, tra le sue numerose opere e sceneggiature, quella del film “Ora e per sempre”, in memoria del Grande Torino.
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